Scialpinismo in alta Valtellina

 

 
itinerariItinerari

rifugiI rifugi

videoVideo
webcamWebcam

 

non solo scialpinismo

Parapendio

Cascatismo

 
Normativa
Glossario
Glossario meteo
Glossario ambiente

 

Cenni di storia

Lo scialpinismo

 
Il Territorio
 
 
 
 
I Materiali
 

La picozza

       

 

Le streghe in Valtellina

Loro caratteristica è la doppia vita: di giorno spose e madri, di notte si trasformano in streghe. “Dietro le loro sagome - afferma il Di Giacomo - sta lo sfondo dello sabba, e non c’è strega senza sabba.” La credenza delle streghe quali agenti misteriosi del potere delle tenebre ha origini antichissime.

Sono infatti il frutto amaro della mescolanza di credenze cattoliche sull’immortalità dell’anima e sull’esistenza del demonio coi suoi poteri preternaturali e di superstizioni pagane, le cui mitologie erano popolate da satiri, elfi, gnomi e altri esseri mostruosi servitori di poteri occulti.

Addetti al culto di tali divinità erano uomini e donne che si credeva trattassero familiarmente con esse ricevendone poteri illimitati, tali da causare mali terribili all’unanimità, essendo in grado di produrre a loro piacimento magie e incantesimi, di preparare filtri mortiféri o amorosi, di predire il futuro, di rivelare segreti occulti etc...

Già nell’antichità Plinio il Vecchio affermava che le “striges” erano donne trasformate in uccelli per una magia o almeno così sosteneva la credenza popolare.

Nel Medioevo le “striges” assunsero volto e fattezze umane, vecchie e repellenti si diceva che partecipassero ai sabba con i demoni e che con appropriati incantesimi potevano nuocere non soltanto al bestiame e ai campi, ma persino ai bambini e talvolta agli adulti. Maghi e streghe furono in auge nei secoli XV, XVI, XVII e XVIII in tutta Europa. Secondo gli autori dell’epoca le streghe forti del loro patto col diavolo erano dotate di poteri particolari che esercitavano a volontà per mezzo di incantesimi.

Trasformavano se stesse e altri esseri in animali vari come lupi, gatti neri, topi. Producevano tempeste, fulmini, grandine, causavano infermità negli uomini e nelle bestie col “malocchio” o con altri procedimenti, causavano la morte di coloro che maledicevano o stregavano.

Ma chi erano in realtà le cosiddette streghe? Il più delle volte erano povere mentecatte, vittime prima di tutto di se stesse in quanto convinte di possedere quei poteri malefici che venivano loro attribuiti in forza di un patto col diavolo; in secondo luogo erano capro espiatorio di una collettività che pensava di liberarsi dalle proprie colpe trovando un presunto colpevole da dare in pasto alla folla spesso assetata di vendetta e vittima a sua volta di un potere che cercava in tal modo di “insabbiare” i problemi reali.

La credenza saldissima nei poteri preternaturali delle streghe ha lasciato solchi profondi in tutta la letteratura europea del secolo XVI e XVII non solo, ma anche nella stessa legislazione civile e canonica. Infatti sebbene vi fossero in molti paesi numerosi casi di “linciaggi” di streghe, più del 90 per cento furono giustiziate “legalmente” poiché le leggi di allora, protestanti e cattoliche condannavano la stregoneria come crimine religioso-sociale.

In Valtellina la credenza nelle streghe e negli stregoni segna pagine dolorose. “Nella fantasia popolare - valtellinese afferma il Mazzali - al centro dello stregonismo, sta la strega”. Nel ‘500 a Sondrio il famigerato Frà Modesto da Vicenza nei suoi processi sommari identificava le streghe e gli stregoni con gli infedeli. Tra i numerosi processi due furono di una ferocia inaudita, ne furono vittime Giovanni Bormetti detto Merendin di Semogo (1673) e Caterina Rasigava (1674). Dopo gravissime torture furono loro estorte confessioni stregonesche e infine bruciati sul rogo, teatro dell’esecuzione una località sulla sinistra dell’Adda lungo la strada per Premadio, detta Prà della Giustizia.

Seguirono poi altri processi in vari paesi della provincia, molti dei quali sono documentati. Afferma il Tazzoli “Una volta che fu creduto all’esistenza di questi esseri intermedi fra l’uomo e il demonio, avvenne per una naturale suggestione che si sviluppò parzialmente in qualche individuo, per il sistema nervoso debole il timore di essere qualche volta a contatto con le streghe, timore che si dilatò, e diede luogo a credenza comune.” “In secoli e civiltà più vicini a noi, nei villaggi dove la donna sopportava il peso più grave di una vita di costrizione - scrive Italo Calvino - le streghe volavano di notte sui manici delle scope, e anche su veicoli più leggeri, come spighe e fili di paglia”. Prima di essere codificati dagli inquisitori, queste visioni hanno fatto parte dell’immaginario popolare o diciamo pure del vissuto.

Ogni paese ha le sue streghe

A Chiuro incontriamo la Marcolfa, che assume il ruolo di “giustiziera” e scaraventa in un burrone la filatrice colpevole di aver lavorato di domenica. In Albosaggia c’è la Magada, che non ha paura di nessuno, né di Dio né degli uomini come si suol dire, ma sarà proprio vero? A Tresivio una strega assume le sembianze di un gatto nero.

Il repertorio potrebbe continuare all’infinito, la fantasia popolare non ha avuto limiti di sorta. Questo settore infatti è un pozzo inesauribile al quale si può attingere senza limiti. L’impostazione e il ritmo ditali leggende si differenzia nettamente dalle altre per una chiara impronta popolaresca, indispensabile, a mio avviso, per rispettare quelle caratteristiche di immediatezza e di spontaneità proprie della parlata della gente semplice.

 

La leggenda del "Crap del la Vegia"

Tanto tempo fa, a Tresivio, alcuni pastori si accorsero che di notte qualcuno rubava il latte dalle grosse conche poste nelle vasche piene d’acqua di una piccola baita. Costruita a ridosso di un bosco ombroso sfruttava le fresche acque di un ruscello che scorreva lì accanto, per mantenere fresco il latte.

Decisero pertanto di sorvegliare a turno la piccola casupola per scoprire il colpevole di quelle ruberie. Per alcune notti videro un’ombra aggirarsi da quelle parti, sembrava la sagoma di una vecchia, ma quando tentavano di inseguirla, scompariva nel nulla, come se si fosse volatilizzata. Una notte però mentre era di guardia Gilberto, uno dei pastori, sentì un insolito rumore di passi venire verso di lui, stette in ascolto, i passi si avvicinavano sempre di più, poi un’ombra lunga e lugubre gli, si proiettò davanti.

Era l’ombra di una donna vecchia, ne era certo, non si poteva sbagliare, questa volta non gli sarebbe sfuggita. Dopo pochi attimi infatti dall’angolo in cui era appostato vide la vecchia avvicinarsi alla casupola, sentì la porta cigolare sui cardini e poi richiudersi con un tonfo. Rapido Gilberto chiuse il catenaccio, poi corse in contrada a svegliare i pastori. Passò di casa in casa, picchiò il battente gridando: “Venite, finalmente l’ho presa! Ora non ci ruberà più il latte!” I pastori a quelle parole si svegliarono di soprassalto, dimenticarono il sonno profondo della notte e corsero in strada così com’erano, chi in pigiama, chi con qualche straccio buttato addosso in tutta fretta, con le scarpe slacciate o addirittura a piedi nudi.

In breve la contrada fu animata da un’eccitazione insolita, ‘tutti erano smaniosi di catturare la vecchia ladra. Ma ahimè, appena arrivarono sul posto, furono accolti da un furioso miagolio, aprirono la porta e all’improvviso un gatto nero schizzò fuori, rapido come il fulmine e scomparve nel buio. Ma della vecchia nessuna traccia. La faccia del povero Gilberto diventò bianca come il latte, non sapeva da che parte guardare, sentiva su di sè certe occhiatacce torve che lo facevano rabbrividire, poi in breve restò solo e amareggiato mentre tutti se ne tornarono borbottando alle loro case. Fatto sta però che il latte nelle conche continuava a diminuire, i contadini furono costretti a mantenere i turni di guardia con la speranza di scoprire i responsabili.

Più volte videro, almeno così sostenevano, entrare una vecchia e uscire un gatto che diventava poi inspiegabilmente invisibile. Chissà forse era talmente rapido che il buio della notte lo inghiottiva nascondendolo agli occhi della gente, che diventava sempre più incredula e preoccupata. Finalmente, una volta il gatto venne anche di giorno e fu proprio Gilberto a sorprenderlo mentre stava bevendo il latte da una conca. L’uomo deciso lo colpì alla schiena con un coltellaccio. Il gatto miagolò un triste “Ahii, ahii, ahii”. Poi morì! Finalmente c’erano riusciti! Fu un sollievo per tutti! Senza toccarlo con le mani, meglio essere prudenti, pensarono, avvolsero il gatto in uno straccio e lo misero in una gerla. Si recarono poi nei pressi di un burrone e lo scaraventarono nella valle sottostante.

In quello stesso giorno .sparì dalla circolazione una vecchia che, guarda caso abitava proprio in una contrada vicina e nessuno ne seppe più niente. Gli abitanti del paese pensarono che la vecchia fosse una strega, capace di assumere sembianze animalesche e quindi fosse proprio lei la responsabile di quelle ruberie. La roccia dalla quale venne buttato il gatto fu chiamata “Crap de la vegia” e ancora adesso si chiama così.

Località: Tresivio
Fonte: Mattaboni Gino anni 82- Poggiridenti.
Ciclostilato Scuola Elementare Castello Dell’Acqua, 1976

Il Folletto Piripicchio

Si racconta che un tempo nei boschi che attorniano Albosaggia succedevano fatti strani e terribili.

Allo scoccare della mezzanotte, piccoli folletti abitatori dei boschi uscivano allo scoperto ed iniziavano a ballare, danzare e cantare allegramente, facendosi mille scherzetti e divertendosi da matti. Conoscevano canti e danze bellissime, la polka francese era la loro preferita.

Intanto in un’altra parte dei bosco, buia e tenebrosa, in una caverna spaventosa, streghe, maghi e stregoni mescolavano e rimescolavano in un pentolone ali di pipistrello, occhi di salamandra, code di rospo, denti di coccodrillo e veleno di vipera.

Mentre il pentolone bolliva i malvagi danzavano un ballo sgangherato tra urla, sberleffi e sghignazzi. Di tanto in tanto, a turno rimescolavano quella putrida brodaglia.

Intanto nella sua casa, ai margini del paese, un vecchio soprannominato “De Tacagnis”, a causa della sua proverbiale avarizia, contava e ricontava il suo gruzzolo che comprendeva anche un meraviglioso anello, con un grosso diamante, dotato di magici poteri. Chi lo possedeva poteva diventare molto ricco, e ridurre in suo potere tutti coloro che incontrava. Per fortuna però “De Tacagnis” non conosceva i poteri dell’anello.

Proprio nell’istante in cui ammirava il suo tesoro, Belzebù, il perfido capo delle streghe, attraversava al galoppo col suo nero cavallo, il ponte dell’Adda per recarsi nella caverna dove i suoi degni compari lo stavano aspettando, per offrirgli quell’intruglio squisito! Arrivato nell’antro così lo acclamarono: “Tu sei il nostro capo Belzebù, tu sei il nostro capo Belzebù!! Per le corna di Belzebù, salute a te Belzebù!!! Urrà, urrà, urrà!!!” Tutt’intorno sui rami degli alberi gli allegri folletti li spiavano pronti ad intervenire.

Nel gruppo dei malvagi c’era anche la strega più brutta e terribile che fosse mai esistita, la Magada. Aveva in mente un piano, lo confidò ai suoi perfidi amici. Ruberò l’anello a De Tacagnis e poi ne vedremo delle belle!!!! Ah!! Ah!!! Ah!!!! I suoi degni compari non esitarono ad incoraggiarla.

I folletti, però, sentendo il terribile piano, complottarono tra loro per farlo fallire. Mentre la Magada, resasi invisibile, stava rubando l’anello al vecchio, il giovane folletto Piripicchio vi soffiò sopra, in modo che, fatta la magia l’incantesimo fallisse. E le cose andarono proprio così.

Infatti una sera mentre due giovani fidanzati stavano tornando dall’alpeggio di San Salvatore, arrivati a “Cà di Pesc” si sedettero su un masso per riposare. In quell’istante si fece loro incontro una vecchina dall’aspetto molto gentile e mostrò alla giovane un anello meraviglioso. “Ti piace, lo vuoi?” “La ragazza fece cenno di sì. “In cambio mi darai i tuoi magnifici capelli biondi!!” “Mai”. E la giovane si nascose dietro il fidanzato. “E tu, bel giovane, mi regaleresti i tuoi begli occhi color del cielo?” “Mai”.

Allora la vecchia arrabbiatissima, riprese le sue vere sembianze di Magada, e puntò l’anello magico contro i due giovani trasformandoli in due rigogliosi pini. Poi si allontanò sghignazzando, soddisfatta. Proprio in quell’istante però, apparvero i folletti che danzarono e cantarono attorno ai pini, facendo volare nell’aria una polvere magica, dai mille colori che liberò i due giovani dal terribile incantesimo. Riprese le loro reali sembianze, i due ragazzi si avviarono verso Albosaggia, si sentivano piuttosto indolenziti, ma per loro fortuna non seppero mai a quale orribile destino erano scampati. I folletti danzarono allegramente per tutta la notte. Anche i maghi, le streghe e Belzebù fecero una danza:“La danza degli arrabbiati”. A notte fonda ciascuno tornò nella propria spelonca con le pive nel sacco. La strega si tenne l’anello, non sapendo che ogni volta che avesse tentato qualche malvagità, i folletti avrebbero annullato ogni suo potere.

Località: Albosaggia
Fonte: Fortini Adelmina, anni 80 Albosaggia
Ciclostilato Scuola Elementare Albosaggia, 1976.

 

La sparizione del Campanile di Semogo

Che un campanile scompaia, così, come se volesse andare a collocarsi un pò lontano dalla chiesa, come un bambino che voglia staccarsi dalla mano della mamma, non è cosa di tutti i giorni. Eppure è successo.

Una notte d’inverno del 1923, Remigio se ne tornava a casa piuttosto allegro, dopo essere stato all’osteria per la solita briscola con Gervasio.

Era notte fonda, faceva freddo e scendeva qualche fiocco di neve. La sua casa era poco lontana dalla chiesa di Semogo, ed era ormai arrivato. Tirava un vento molto forte così pensò di ripararsi, come aveva già fatto altre volte, in attesa che la bufera passasse, nel vano della porta del campanile, che il sagrestano era solito lasciare aperto per dar rifugio a qualche malcapitato.

Ma quella notte, quando arrivò lì vicino, per poco non prese un colpo. “Che mi venga un accidente, possibile che io abbia bevuto così tanto da aver perso la strada? La chiesa c’è, ma il campanile è svanito nel nulla? Possibile? Non gli saranno spuntate le gambe, spero?” E intanto andava sfregandosi le mani sugli occhi, quasi volesse liberarli da un velo, che gli offuscava la vista. Mentre pronunciava queste parole, abbassò istintivamente lo sguardo giù verso il fondovalle dove scorre il torrente Viola e vide, niente di meno che il campanile, che se ne stava lì appoggiato al pendio, attorniato da un nugolo di neri diavoli scatenati. Quello che successe poi, restò per lui una cosa oscura, e nella sua memoria restò a lungo un vuoto.

Fatto sta che all’alba il sagrestano Gervasio, lo trovò mezzo congelato nella neve. “Ci mancava anche questo, andava urlando il povero sagrestano, ci hanno rubato il campanile, e adesso trovo Remigio, più morto che vivo, poveri noi!!” Finalmente Remigio cominciò a riprendere conoscenza:”E’ stata una notte d’inferno, sono successe cose dell’altro mondo, ho visto i diavoli, sono stati loro a fare slittaYe il campanile giù nel torrente, povero me, cosa mi è capitato di vedere!”Passato lo spavento i due amici andarono ad informare la popolazione.

Bisogna sapere che la gente di Semogo partecipava assiduamente alle funzioni religiose, la chiesa era sempre gremita. Questo dispiaceva a Belzebù e agli altri spiriti maligni, che si adoperavano in ogni modo a fare dispetti a più non posso alla gente, per sviarla da quel comportamento. Ma ogni suo sforzo fu inutile. Anzi, la gente spaventata dalle opere del diavolo aumentò ancor di più l’affluenza alle sacre funzioni. Il diavolo indispettito, aveva perfin deciso di sbarrare la porta d’ingresso della chiesa con un macigno che si trovava in un prato poco distante.

I suoi tentativi furono inutili, infatti per quanti sforzi facesse, il macigno restava al suo posto; non si spostava di un millimetro e a testimonianza dei suoi tentativi rimasero sul terreno le impronte tuttora visibili dei suoi piedi. Arrabbiatissimo per il fallimento della sua impresa, Belzebù decise di far cadere il campanile, colpévole di richiamare con i rintocchi della sua campana i fedeli alla messa. Chiamò a raccolta molti spiriti del male e spiegò loro il suo piano. Scese la notte e i maligni iniziarono à spingere, con le corna piantate contro il campanile e i piedi conficcati nel terreno per restare ben saldi. “Ecco, si muove, gridò Belzebù, forza, ancora” e già urlavano vittoria, quando all’improvviso, sotto di loro si aprì un baratro che inghiottì Belzebù e molti dei suoi degni compari. Da allora, a quàntò. si dice, i diavoli scomparvero per sempre da Semogo.

Intanto il campanile cominciò a slittare, come se scivolasse su un piano inclinato, infine si adagiò dolcemen te, in fondo alla valle del Viola, senza riportare alcun danno. Grande fu lo stupore degli abitanti per quanto era successo, tanto che gli anziani ne parlano ancora adesso con timore.

Località: Semogo
Fonte: Morcelli Albina anni 76- Valdidentro
B. Gualzetti - in “Rassegna Economica di Valtellina e Valchiavenna” Sondrio 1971.

Il Diavolo di Samolaco

Era una sera di carnevale di tanti anni fa. Due amiche scendevano dai monti di S. Bernardo verso S.Giacomo dove si faceva festa. Sole, nell’oscurità della prima sera, giunsero al ponticello che porta al di qua del Liro, nel centro del paese. Qui seduto su un muricciolo c’era qualcuno, forse un uomo che sembrava attenderle. Infatti quando furono vicine si rivolse loro con accento strano quasi di paterno rimprovero: “Dove andate?” “Vorremmo andare a far due balli ma tu chi sei?” “E’ meglio che torniate alle vostre case al sicuro!”.

Una di loro rispose: “Voglio divertirmi almeno un momento.” “E allora vai, quello che cerchi troverai!” Poi la strana figura sembrò svanire nell’oscurità. Ci fu un momento di incertezza, di inquietudine, una delle due ragazze presagendo forse qualche pericolo rifiutò e disse:”Vai pure, io preferisco tornare a casa"

L’altra riprese la strada, giunse in paese. Sentì provenire da una baita suoni, balli e canti meravigliosi, entrò e si unì ai festeggiamenti, senza immaginare quello che le sarebbe successo di lì a poco. Qui, fra le coppie che ballavano alla luce fioca del lume ad olio, una figura d’uomo avanzò verso la ragazza e la costrinse al ballo quasi con forza.

Fu un ballo strano, frenetico, senza fine.Ballarono una danza solitaria e misteriosa anche quando la musica cessò. La ragazza irrequieta si allarmò: “Chi sarà mai quello strano individuo?” Avrebbe voluto guardarlo bene in faccia ma non ne ebbe il coraggio, il suo sguardo si abbassò giù giù verso terra, ma ahimè il suo sangue si raggelò, e il suo accompagnatore non aveva piedi, ma neri zoccoli di caprone! Lei stava ballando nientedimeno che con il diavolo!! Ormai non riusciva più a muovere un passo, era terrorizzata, si lasciò trascinare qua e là aspettando il peggio. Ma improvvisamente si sentì invadere da una forza nuova che le infuse voglia di vivere. In quell’istante capì che l’unica vera salvezza per lei consisteva nella fuga. Scappò, corse, corse con tutte le sue forze, fuggì nella notte fra le case addormentate del paese e giunse ansimante al ponticello del Liro. Qui, una nera figura le sbarrò il passo e le chiese: “Allora ti sei divertita?” “Oh no! Il diavolo mi ha tentato!” E l’altro sogghignando quasi benevolo: “Il diavolo ti aveva avvisata!”

Località: Samolaco
Fonte: Nonna di Del Giorgio
A. Del Giorio - Leggende, Samolaco, 1977.

E' proprio vero che le donne ne sanno una più del diavolo ?

C'era una volta in Albosaggia una famiglia molto povera. L’unica sua ricchezza erano i numerosi bambini che nonostante la grande povertà, crescevano buoni e sani. I genitori erano tristi e molto preoccupati perché non possedevano un soldo e non sapevano come sfamare i loro figli.

Un giorno, più nero degli altri, si presentò loro all’improvviso uno sconosciuto e fece questa proposta: “Se mi date uno dei vostri bambini, io vi darò tante monete d’oro e vi farò diventare ricchi. Se accettate la mia proposta lo scambiò avverrà l’indomani”. Dette queste parole sparì. I genitori rimasero turbati, avevano molto bisogno di soldi, ma erano molto affezionati ai loro bambini e non intendevano rinunciare a nessuno. Poco dopo sopraggiunse la nonna, una vecchia su con gli anni, molto saggia. Vedendoli sconvolti si informò dell’accaduto.

Subito capì che lo sconosciuto altri non era che il diavolo. La nonna li tranquillizzò, dicendo che lei stessa l’indomani avrebbe trovato la giusta soluzione. Il giorno dopo puntualmente com’era nei patti, il diavolo si presentò. La nonna sicura del fatto suo fece al diavolo questa proposta: “Ti darò il bambino solo a patto che tu sappia rendere bianca questa lana nera”.

Subito il diavolo si mise al lavoro, lavorò a lungo, tentò in mille modi e con mille mezzi, ma niente. Tutto fu inutile. Infine deluso, si mise la coda tra le gambe e prima di sparire disse: “E’ proprio vero che le donne ne sanno una più del diavolo”.

Località: Albosaggia
Fonte: Giulia Paganoni, anni 80.
Ciclostilato Scuola Elementare Torchione, 1966.

 

Il Pastore Crudele

Coloro che hanno già percorso la Vai Zebrù, avranno certamente notato lassù nel cielo sopra il monte Cristallo, una strana nube, con la sagoma di un pastore che il vento si diverte a scaraventare nel crepaccio della montagna. Prima che il crepaccio la inghiotta, una raffica violenta, in senso contrario, simile ad una frustata, la riporta sulla cresta, sbatacchiandola avanti e indietro, incurante dei suoi lamenti.

E’ lo spirito di Bortolo, il pastore crudele, che da vivo infierì sugli animali e che sta ora scontando questa terribile pena. In una delle ultime contrade della bellissima Vai Zebrù, viveva in una baita mezzo diroccata, che a prima vista sembrava disabitata tale era lo stato di incuria e di abbandono in cui si trovava, il pastore Bortolo.

Quando la mattina usciva sulla soglia sgangherata di quella abitazione, se così si poteva chiamare, ci si accorgeva subito che lì non ci poteva abitare altri che lui. Il suo volto era cupo, tanto che sembrava minacciare un temporale da un momento all’altro, o peggio ancora un terremoto, quando per un nonnulla, incominciava a lanciare contro chiunque gli capitasse a tiro, tutto quello che gli veniva tra le mani.

Quando si scatenava sembrava la furia personificata, quasi che le varie parti della sua personalità non si fossero assestate solidamente in modo equilibrato, ma appoggiate, appena appena le une alle altre, come i sassi della sua catapecchia, che rotolavano giù al minimo temporale. Gli animali ne facevano quasi sempre le spese.

Li trattava male, dava loro poco da mangiare e tante, tante bastonate così che ogni tanto qualcuno si ammalava o moriva. Aveva un cane che lo seguiva ovunque, così, per abitudine. Tutto spelacchiato e triste, col muso a terra come il suo padrone. Anche a lui però non risparmiava i suoi maltrattamenti: poco cibo e molte botte.

Una sera in cui Bortolo era più arrabbiato del solito, incominciò a bastonarlo furiosamente, ma il povero animale riuscì a spezzare la corda che lo legava e si allontanò. Nessuno lo vide più. Solo la sera, per un po’ di tempo si sentirono dei gemiti lugubri simili a quelli di un lupo, poi più nulla.

Così Bortolo finì col restare ancora più solo, non aveva neanche il cane da prendere a calci. Ne fecero le spese quelle poche pignatte che aveva in casa, o gli sgabelli o le povere mucche. A volte qualcuno aveva pietà di lui e cercava di avvicinano, ma in cambio riceveva solo sgarberie.

E Bortolo restò sempre più solo.. Perfino i gatti, quando lo incontravano, sgattaiolavano via rapidi per paura di qualche calcio o di qualche sassata. A nulla servivano i rimproveri degli altri pastori. Bortolo infieriva peggio di prima, e le povere bestie erano ormai ridotte pelle e ossa. “Povere bestie, cosa ti hanno fatto di male, Bortolo?” Gli chiedeva ogni tanto qualcuno. “Non sono forse bestie? E allora faccio quello che mi pare”. Ribatteva sogghignando torvo.

Ma un giorno ”en fulet” (un folletto), amico degli animali, prese le sembianze di un caprone, si sdraiò davanti alla porta della stalla impedendo al pastore di entrare. Questi, infuriato come al solito, si armò di bastone e giù botte !! Ma come per incanto il caprone svanì nel nulla e si trasformò in un vortice freddo e impetuoso, sollevò da terra Bortolo e incominciò a sbatterlo qua e là, in una folle corsa senza fine, sull’orlo dei crepacci del monte Cristallo e della cima che da questa vicenda prese il nome la cima degli Spiriti.

Località. Cima degli Spiriti
Fonte: Non precisata
A. Garobbio, Montagne e valli incantate. Rocca 5. Casciano, 1963.

 

La storia impossibile degli Orchi di Cepina

A Cepina c’è ancora chi ricorda di aver ascoltato durante le lunghe sere invernali, la storia di strani episodi burleschi capitati ad alcuni contadini e di un brutto sortilegio tramato ai danni di una giovane.

Era inverno, i pastori come al solito si alzavano all’alba per dar da mangiare al bestiame. Quella mattina tutto il paese era ricoperto da una coltre bianca di neve, tutto era candido e silenzioso. Battista, che era sempre il primo ad alzarsi, notò delle impronte insolite lungo tutta la stradicciola che correva tra le case. “Eppure non si è sentito nessuno questa notte!” pensò e così dicendo, si avviò verso la stalla.

Aperta la porta, fu salutato da un insolito belato, che gli fece fare un salto indietro e poco mancò che finisse a gambe all’aria. Invita sua non aveva mai avuto pecore e ora di punto in bianco se ne trovava una nella stalla!!! Non era possibile! Ma il guaio più grosso era che la sua mucca era sparita!!! Una pecora al posto di una mucca!!!

Potrai immaginare che situazione; era adirato e non sapeva cosa fare. Ritornò sui suoi passi e si affacciò all’uscio, proprio in quell’istante incontrò niente di meno che Tommaso. Proprio lui doveva incontrare, non si parlavano da tanto tempo a causa di una lite scoppiata tra le loro mogli!!! Ma la cosa ancor più incredibile fu sentire Tommaso gridare: “Mi hanno rubato la pecora più bella, al suo posto mi hanno lasciato un asino che non sta nemmeno in piedi da solo!!! Povero me!!!

Ma non era ancora finita. Una voce cavernosa e arrabbiata giunse ai due uomini dal fondo della contrada, era Bastiano che urlava come un pazzo: “Non c’è più il mio asino, mi serviva per portare la roba in montagna, me l’hanno rubato, me l’hanno rubato!!! Sono rovinato”. A questo punto i tre uomini decisero di fare un giro nelle stalle della contrada per vedere cosa fosse veramente successo.

Cominciarono proprio da quella di Bastiano e vi trovarono la mucca di Battista. Questi fu sul punto di prendere a pedate il povero Bastiano, che nel frattempo era diventato di tutti i colori e farfugliava: “Io non ne so niente!!” Io non so niente!! Niente di niente!” Uno alla volta anche la pecora e l’asino ritornarono ai loro rispettivi padroni.

Atti analoghi capitarono anche ad altri contadini e il paese quella mattina, sembrava impazzito, tutti erano stravolti. Nessuno poteva sospettare chi fosse l’autore di quelle burle. Alcuni giorni dopo, le vittime prescelte furono le donne, che per poco non si accapigliarono. Gelsomina quella sera aveva lasciato la scopa sulla porta di casa e al mattino la vide proprio di fianco all’uscio di Pina. Andò a riprendersela, piantandosi sulla soglia della povera Pina, con tanto di mani ai fianchi e con una furia che le schizzava dagli occhi.

E che ci provasse ancora con questi scherzi, l’avrebbe sistemata lei la faccenda!!! A Carolina, invece, venne a mancare una gallina, ma non se la prese poi tanto male, e il giorno dopo nel pollaio si trovò niente di meno che un tacchino. Nessuno venne a reclamarlo e lei se lo allevò, fin quando fu bello grasso...

In poco tempo nel paese accaddero liti furibonde e fatti sempre più strani. Qualcuno cominciò a dire di avere visto degli sconosciuti che si aggiravano, per il paese alla sera, cercando di non farsi notare. Si stabilì, allora, di fare dei turni di guardia, ma non servirono a niente. I fatti strani continuarono a capitare, ma non si riusciva a rintracciare i responsabili. La gente era ormai abituata a queste strane situazioni e non ci faceva più molto caso.

Solo Rino, il più anziano del paese, ricordò, così per caso, di aver sentito parlare da piccolo di un orco che viveva ai margini del bosco. Era un orco dai poteri straordinari, capace di assumere sembianze impensabili. In breve in paese tutti ne parlavano, ma dell’orco nessuna traccia. Infatti ora si trasformava in un nero corvo, ora in un merlo, poi in men che non si dica in gatto, in topo, e così via, a seconda dell’occasione e della necessità. Dopo aver combinato un sacco di guai, se la rideva in barba a tutti!!!

Località: Cepina
Fonte: Colturi Elvira, anni 82 - Valdisotto
Sta in: L. Rini-Lombardini, In Valtellina, colori di leggende e tradizioni, Sondrio 1961.

 

 

La roccia che inghiottì gli zingari malvagi


“Te se ‘n stròlec!”: chi, da bambino, non si è qualche volta sentito apostrofare con questo rimprovero dai genitori, dopo essere tornato in ritardo a casa, reduce da qualche eccessivo vagabondaggio? “Stròlec”, da “stròlico”, astrologo, indovino, negromante: è la voce dialettale che significa “zingaro”, che poi è lo stesso che dire, nella metafora, vagabondo.


Nell’immaginario contadino gli zingari sono stati vissuti come una sorta di universo rovesciato. Il contadino confida nella terra e nella Provvidenza, in un orizzonte che vede passare la mutevolezza delle vicende umane, ma rimane come scenario che non passa. Lo zingaro non ha terra, è nomade, non consegna la sua vita ad una fatica sempre uguale negli anni, ma vive sradicato, di espedienti, con una cultura che scruta il destino scritto soprattutto nelle stelle, perché è figlia del cielo, più che della terra. Di qui un’atavica diffidenza del mondo contadino per questo mondo, per così dire, alternativo.
In terra di Valtellina questa diffidenza si traduce anche in alcune leggende. La più famosa è legata ad un fatto storico.

Proprio agli inizi dell’età moderna, nell’anno di grazia 1505, una tribù di Rohm risalì la Valtellina, diretta verso nord, in terra di Germania. L’itinerario passava per il Foscagno. Gli zingari scelsero il percorso che taglia il Sass de Scegn (o Crap de Scegn), la caratteristica parete rocciosa che sovrasta Isolaccia, in Valdidentro. Si tratta di una parete verticale, alta fino a 70 metri, che rappresenta l’estrema propaggine meridionale del gruppo montuoso delle cime di Platòr, e che costituisce anche una sorta di balcone naturale sul quale poggia il bosco di S. Antonio. La parete è solcata dalla cascata dello Scegn (sulle carte indicato con l’italianizzazione di Scanno).

Si racconta che anticamente le acque del torrente scendessero sempre limpide, ma in quell’anno disgraziato accadde qualcosa che mutò la natura dei luoghi. In coda alla colonna, infatti, la zingara più vecchia, che faticava a tenere il passo, chiese di effettuare una sosta per riposare. Ma a nulla le valse il rispetto dovuto agli anni, o la voce lamentosa: gli zingari, per tutta risposta, la scaraventarono selvaggiamente giù dalla rupe. A tanto giungeva la malvagità che si attribuiva a tali uomini!
L’orrendo crimine non rimase senza conseguenza: la vecchia, precipitando, maledisse i compagni scellerati, e la sua maledizione trovò eco nelle forze della natura, perché la roccia si spaccò ed un nero baratro inghiottì l’intera colonna. Di quel fatto restano l’evidente spaccatura che taglia in due il Sass ed il colore delle acque, che perse l’originaria limpidezza. Ma, si dice, rimangono anche l’eco della voce della vecchia maledicente, che non si è più spento, e, nelle notti di luna piena, le stridule grida di quegli spiriti malvagi, che si levano dalla roccia che fu muta testimone della loro efferatezza e che ora li incatena per sempre. Esistono però anche altre leggende legate a questo luogo inquietante, ed in particolare alla profonda spaccatura denominata "sclàpa de li stria", cioè fenditura delle streghe. Si dice, infatti, che qui, nelle notti del sostizio d'estate e d'inverno ed in quelle di plenilunio, le streghe si diano convegno per scorazzare e folleggiare, in un pauroso sabba.
Un resoconto di questa e di molteplici altre leggende dell’alta valle si trova nella pregevole raccolta “Le leggende in Alta Valtellina”, curata da Maria Pietrogiovanna nel 1998.


Vale però la pena di concludere con una seconda e meno truce leggenda, che spiega diversamente l’origine della spaccatura nella roccia. Pare che, anticamente, vi fosse originariamente piantata una falce, e si diceva che chi fosse riuscito a strapparla dalla sua morsa, avrebbe potuto sposare la più bella ragazza di Isolaccia. Il paese si chiamava così per l’aridità dei luoghi, dovuta alla scarsità di corsi d’acqua. Venne, infine, il giorno in cui un giovane riuscì a strappare la falce, guadagnando non solo, per sé, la mano della ragazza, ma anche, per il paese, il prodigioso dono di un corso d’acqua: la roccia, infatti, proprio laddove era infissa la falce, si spaccò, e cominciò a precipitare a valle il torrente Scegn.

La leggenda dei morti

Prime luci dell’alba del 31 ottobre 1635: è la vigilia di Ognissanti, la vigilia di quella notte che, secondo un’antichissima credenza di origine celtica, sospende la radicale separazione fra mondo dei morti e mondo dei vivi, e consente ai morti di tornare a visitare i vivi. Ma non è a questo che pensa il duca Henri de Rohan, alla testa del corpo di spedizione francese in terra di Valtellina: nella sua testa c’è solo il piano per la battaglia che, a sorpresa, ha deciso di ingaggiare proprio quel giorno contro le truppe imperiali, utilizzando un’ardita tattica di aggiramento.
Teatro dello scontro è la Val Fraele, una delle porte naturali fra mondo latino e mondo germanico: di qui passa, infatti, la prestigiosa imperial via di Alemagna, che, attraversato il bormiese, porta, passando per la val Mora (Confederazione Elvetica), in Tirolo, possesso della casa imperiale asburgica. Siamo nel cuore della Guerra dei Trent’Anni (1618-1648), e la Valtellina si trova ad essere contesa, per la sua posizione strategica, dagli opposti schieramenti franco-protestante (cioè della Francia e della Lega Grigia) ed ispanico-imperiale (cioè di Spagna ed Impero). La Valtellina sta in mezzo: possesso dei Grigioni dal 1512, è prossima, a nord-est, ai possessi imperiali e confina, a sud-ovest, con il milanese, nelle mani della Spagna. Sono gli anni più bui per questa terra, percorsa da eserciti e flagellata da carestie e peste.
Ma non è questa la preoccupazione del duca, che, abilissimo stratega, sa che il tempo gioca a suo sfavore. La minaccia, infatti, è che le truppe franco-protestanti siano accerchiate dagli imperiali del Fernamont (6-7.000 fanti ed 800 cavalieri accampati in Val di Fraele), e dagli spagnoli del Serbelloni, che si annunciano in marcia dal lago di Como. Attacca, dunque, ed ottiene una completa vittoria, mettendo in fuga gli imperiali, che lasciano sul campo duemila morti. Nelle sue memorie annota freddamente: “Ciò vedendo, ordinai al S.r. di Canisly di caricarli, cosa che egli fece con tale impeto che essi gettarono tutte le loro armi e ne rimasero uccisi più di duemila, dato che i nostri soldati non vollero risparmiare nessuno. Se il S.r. Du Landé si fosse trovato al suo posto al momento giusto, non ne sarebbe scampato nessuno tanto erano ben circondati”.
E, sempre freddamente, decide di lasciare nella valle terra bruciata, perché in futuro non possa più diventare base di partenza delle incursioni imperiali: tutte le 80 baite di Fraele sono date alle fiamme, sotto gli occhi sgomenti dei contadini. Le livide luci dell’alba di Ognissanti del 1635 illuminano quindi uno scenario di rovina e desolazione. Passano esattamente tre secoli.
Il tempo sembra aver rimarginato le terribili ferite della guerra e la valle è tornata un’oasi di pace e di grande bellezza, anche se già, nella sua parte bassa, ospita la prima diga di Cancano. E’ la vigilia di Ognissanti del 1935. Un tal Castrìn, cacciatore e pastore che conosce ed ama profondamente questa terra, sta tornando alla sua baita, sul far della mezzanotte. Sa bene che in quella notte i morti tornano a visitare i vivi, e, per accoglierli e dissetarli, lascia sul tavolo di cucina un vaso di acqua. Ha ormai 66 anni, e l’esperienza gli insegna che i morti sono discreti, non amano mostrarsi ai vivi.
Quella notte, però, gli accade di assistere ad uno spettacolo che mai avrebbe immaginato di poter vedere. Una nebbia mai vista si leva, e, fra i suoi fumi, prendono lentamente forma le incerte sagome di soldati, ancora ricoperti di terra. Sono come ombre, sembrano sospese a mezz’aria e vengono verso S. Giacomo. Vengono da tutte le direzioni, e con gran fragore, nelle loro armi antiche, fra scalpitar di cavalli ed incitamenti di cavalieri. L’intera valle si accende di miriadi di lumini e piccoli fuochi, e nella luce irreale si distinguono, ora, volti e divise. Convergono, tutti, sul sagrato della chiesa di Fraele. Egli, che ben conosce la storia della sua terra, riconosce, fra le centinaia e centinaia di soldati, alcune figure illustri: il duca di Rohan, il colonnello Jenatsch, comandante del contingente di truppe della Lega Grigia, ed il barone di Fernamont.
Non comprende ancora il senso di quel che sta accadendo, ma ben presto le parole che ode glielo chiariscono. Insieme, infatti, le anime convenute chiedono perdono, a Dio ed alla valle, per le violenze ed il sangue versato, e pregano perché in futuro non accada mai più che l’avidità degli uomini rechi un oltraggio simile alla pace delle montagne. E’ l’insegnamento dei morti, questo ora lo capisce bene, perché i vivi imparino dai loro errori.
Questo racconto, che si innesta su uno dei fatti storici di maggior rilievo nella storia della Valtellina, è riportato nella raccolta "Le leggende in alta Valtellina", curata nel 1998 da Maria Pietrogiovanna.

Segue-->

 


Video

 

 
 
 
 
 
   

 

1