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Cenni di storia
Storia dell'alpinismo
Assai rapidamente lalpinismo perse le sue motivazioni scientifiche
per assumere una connotazione prettamente sportiva, non nel senso
odierno di competizione, ma in quello originario di sana attività
psicofisica dilettantistica. Come storicamente lIlluminismo
cedeva il passo, nelle mode del continente europeo, al Romanticismo,
così le salite vengono effettuate per spirito davventura
e non più per effettuare misurazioni scientifiche.
Il carattere sportivo e, per usare un termine caro ai nostri antenati,
accademico dellalpinismo si accentua sempre più:
tra le polemiche dei conservatori non ci si accontenta più
di salire le normali al semplice scopo di raggiungere la vetta e gustare
il panorama, ma ci si rivolge ai versanti ed alle pareti vergini.
Laffermarsi di alcune grandi personalità alpinistiche
ed alcuni progressi tecnici quali il chiodo (Fiechtl), il moschettone
(Herzog), la corda doppia, comporta, soprattutto nei massicci calcarei
delle Alpi orientali, un rapido aumento delle difficoltà. Decisamente
in ritardo, soprattutto tecnico, in questa fase, lalpinismo
inglese e quello occidentale in generale (francese, svizzero e piemontese-valdostano),
nonostante non manchino personaggi di rilievo e salite importanti.
In particolare le tre mitiche cordate cliente-guida di .Fontaine &
Ravanel, Ryan & Lochmatter e Young & Knubel chiudono, negli
anni tra il 1900 e lo scoppio della Grande Guerra, lepoca eroica
dellalpinismo classico di stampo inglese, che rifuggiva da ogni
mezzo artificiale. Dopo la guerra lo scenario principale resta quello orientale: negli
anni 20 si avrà ancora unultima impresa nello stile
della Belle Époque (Jori e Andreoletti sullAgner, 1921),
e poi una serie di salite rilevantissime, opera di alpinisti di lingua
tedesca che, formatisi sui massicci calcarei austriaci, effettuarono
una sequela impressionante di prime salite e raggiunsero quello che
per anni restò sostanzialmente il limite massimo delle difficoltà,
il VI grado. Abbiamo parlato prima di nazionalismo, purtroppo dobbiamo tornarci
perché la reazione italiana, grandissima dal punto di vista
alpinistico e sportivo, fu caratterizzata indubbiamente sul piano
culturale da unaccesa vena di rivalsa e competizione
nazionale, riscontrabile soprattutto nei primi e più acculturati
alpinisti, come Comici, Rudatis, Tissi. Agli anni 30 risale la polemica tra occidentalisti e dolomitisti, accusati da questi ultimi di essere solo dei ginnasti che salivano su paracarri; é un po' la polemica recente tra arrampicatori sportivi e classici, e comunque il confronto fu vinto senza alcun dubbio dalla scuola orientale, che dimostrò di saper portare sulle grandi montagne il suo bagaglio tecnico, mentre viceversa non si può certo dire. Nonostante la presenza di alcuni grandi alpinisti, come i francesi
Charlet (comunque grande ghiacciatore ma di livello tecnico piuttosto
modesto in roccia) ed Allain e gli italiani Boccalatte, Chabod e soprattutto
Gervasutti, i grandi problemi delle Alpi Occidentali furono risolti
da alpinisti che si erano formati sui massicci sedimentari, con leccezione
delle salite dei già citati Allain (1935 Dru) e Gervasutti
(1936, Ailefroide, 1938, Gugliermina e soprattutto Est Jorasses).
il secondo era però un orientalista trapiantato a Torino ed
il primo un parigino che aveva affinato le sue capacità sui
sassi di Fointanbleu. Nel periodo tra le due guerre si assiste anche ad un progresso su ghiaccio: grazie allintroduzione del rampone a 12 punte, che sostituiva il vecchio modello Eckstein senza punte anteriori, ed allapplicazione di tecniche artificiali mutuate dallarrampicata su roccia, vennero superati i limiti ottocenteschi, grazie alle salite degli inglesi sulla Brenva, di Ertl sullOrtles e sul Gran Zebrù e di Charlet nel Massiccio del Bianco e soprattutto di Welzenbach che spaziò su tutto larco alpino. Alla fine degli anni 30 i più importanti ed evidenti problemi delle Alpi sono di fatto risolti, e la guerra arriva a porre fine al periodo eroico dellalpinismo classico, contraddistinto da unarrampicata essenzialmente libera, anche se priva di categorici pregiudizi per luso di qualche limitato mezzo artificiale.
Il Dopoguerra é caratterizzato da due importanti novità tecniche, che solo apparentemente rappresentarono un progresso dal punto di vista dellarrampicata: lintroduzione della suola Vibram, e levoluzione del chiodo, che venne prodotto in varie fogge e misure, fino ad arrivare al chiodo a pressione. Le salite in Dolomiti e non solo sono contraddistinte da un uso sempre più diffuso e sistematico delle tecniche artificiali, fino a giungere agli eccessi delle direttissime ad espansione con più chiodi che metri di arrampicata, anche se dobbiamo fare uneccezione per alcune grandi vie di arrampicata mista libera-artificiale, come le vie di Lacedelli, di Aste, di Bonatti, Hasse e Brandler, di Piussi che salgono pareti impressionanti limitando al minimo, per quanto era possibile al tempo, luso di mezzi artificiali e soprattutto astenendosi il più possibile dal forare. E questo il periodo delle grandi ripetizioni, solitarie ed invernali, dei grandi itinerari degli anni Trenta, ma è anche il periodo di maggior attenzione dei media, spesso più interessati alla tragedia ed alla polemica che alla cronaca. Protagonisti furono Maestri, Buhl, Aste, Bonatti, e poi Barbier, ma é soprattutto lalpinismo francese ad imporsi, risvegliandosi da un lungo letargo: uomini come Rebuffat, Lachenal, Terray, Magnone, Berardini, Desmaison, Couzy, Livanos, Gabriel ripresero leredità dei Charlet, degli Allain, dei Lagarde e portarono lalpinismo francese ai vertici su ogni terreno, destate e dinverno, in Europa e fuori (Fitz Roi in Patagonia e Annapurna, I ottomila . 1950 Herzog & Lachenal). Il Dopoguerra é anche lepoca delle grandi esplorazioni extraeuropee, che riprendono dopo i pionieristici tentativi del Duca degli Abruzzi (Baltoro) e quelli più concreti, ma ancora velleitari data lattrezzatura, degli anni 20 e 30 (Mallory ed Irvine sullEverest, i tedeschi sul Nanga Parbat). Nel giro di pochi anni sono conquistate tutte le cime sopra gli 8000 metri, tranne eccezioni legate a motivi politici (Shisa Pangma, Cinesi 1964), tra cui anche il più alto (Everest, 1953, Hillary e Tenzing) ed il più difficile (K2, 1954, Compagnoni e Lacedelli). Sono spedizioni che videro larghissimo dispendio di mezzi, uso sistematico di ossigeno e di corde fisse, grande impegno organizzativo dei club alpini nazionali e degli stessi governi, e rappresentarono, con la loro organizzazione che prevedeva una disciplina di tipo militare, uneccezione nel panorama generalmente libertario del grande alpinismo, tuttavia si trattò di imprese di indubbio valore, che richiesero ai loro protagonisti immani sacrifici ed un tributo di vite notevole. Tale tipo di spedizione rimase lunico considerato possibile fino agli anni 70, nonostante che già alcuni precursori avessero dimostrato la possibiltà di muoversi in modo più leggero (Buhl e Diemberger sul Broad Peak).
Nel corso degli anni 60, nellambiente un pò stantio e conservatore degli alpinismi allora maggiormente in auge (Tedesco, Italiano, Francese), accanto ad unattività degna del massimo rispetto, ma un pò appiattitta (ad esempio, grandi artificiali di Loss e di Mauro e Minuzzo, invernali dei Rusconi, etc.), incomincia a muoversi qualcosa, complice anche il generale movimento di trasformazione della società che passa sotto il nome di Sessantotto. E così come in tutta la società le nuove tendenze provenivano dagli Stati Uniti e dallInghilterra, anche nel nostro caso é lalpinismo Anglosassone a fungere da modello. Gli alpinisti inglesi avevano già fatto la loro ricomparsa sulle alpi, ed ai massimi livelli (Brown, Aig. du Blatiere, Bonington e Whillans, Freney) alla fine degli anni 50, ed una rapida ma estremamente incisiva apparizione aveva fatto un gruppo di Americani che dalla lontana Yosemite avevano portato nel gruppo del Bianco una ventata di novità, forse al tempo non appieno compresa nel suo valore (Robbins, Hemmings, Harlin, Pratt, Dru, Ovest, Fou, Sud), ma bisogna attendere qualche tempo perchè il fenomeno si imponga definitivamente. Le caratteristiche principali di questo rinascimento dellAlpinismo, che comportò una vera rivoluzione tecnica, tecnologica, etica e linguistica, sono le seguenti: Free Climbing: Rifiuto, più o meno radicale, dellarrampicata artificiale, tacciata come oltraggio alla montagna ed inganno; sublimazione dellarrampicata libera come messo espressivo. Clean Climbing: Rifiuto del chiodo ad espansione, e notevole ridimensionamento delluso dei chiodi tradizionali a favore delle moderne protezioni veloci (stopper, eccentrici, poi friends, etc.), nella volontà dichiarata di lasciare intatta la parete. Bouldering: Rivalutazione delle strutture di bassa quota ed addirittura dei massi come attività fine a se stessa (sassismo- Boulder), grande rivalutazione delle capacità fisiche e tecniche, ma rifiuto delle tradizionali componenti dellalpinismo, fatica, paura, freddo, etc. Daltro canto dagli Stati Uniti arrivava anche un estremo tecnicismo (artificiale estrema, micronut, chopperhead, cliff, rurp, etc) che in quel paese ben si sposavano con le altre tendenze, ma che in Europa faticarono a trovare una loro collocazione. Il modello americano, o per meglio dire, yosemitico, più edonistico e , almeno apparentemente, meno severo, ebbe successo assai più di quello inglese, che invece imponeva unetica severissima in quanto a protezioni e comportava una componente di rischio elevatissima, e finì per diventare una moda: pochissimi europei non inglesi (Bertone e Cosson, Gogna, Perlotto, Habeler e pochi altri) avevano conosciuto la mitica Valley ma essa diventò un mito anche per la massa degli alpinisti medi, che abbandonarono repentinamente pantaloni alla zuava e scarponi per braghe di tela ed E.B. In Italia le nuove tendenze furono raccolte innanzitutto in due località, che divennero ben presto dei luoghi di culto: la Valle dellOrco e la Val di Mello, ma erano state anticipate, almeno in taluni aspetti, da alcuni cani sciolti di eccezionale capacità ed intuito, anzitutto Messner e Cozzolino. Messner si fa interprete delle nuove tendenze non tanto nello stile e nella tecnica, il suo resta un alpinismo tradizionale, che anzi alla tradizione dei grandi degli anni 30 si richiama, quanto piuttosto nelletica e nellallenamento. Ne escono alcune realizzazioni di altissimo livello per difficoltà e velocità di realizzazione (Marmolada, Droites, Sassolungo, Sass dla Crusc, II Torre, Civetta) vie nuove, solitarie, ripetizioni invernali, ma anche alcune importantissime pubblicazioni che con efficace linguaggio svelano linganno dellassassinio dellimpossibile. In Europa sono soprattutto i Francesi del Verdon ed un gruppo di arrampicatori di lingua tedesca, i quali sanno rivalutare il loro vecchio Kaisergebirge, a farsi interpreti del nuovo modello. Effetto dirompente ebbe, nel 1977, laffermazione di Karl e Kiene che la loro nuova via, la famosa Pumprisse, fosse di VII grado. LUIAA opporrà allapertura della scala una resistenza strenua quanto cieca, se si pensa che nello stesso 1977 Droyer aveva salito la Bonatti al Capucin con solo 9 chiodi di progressione, attestandosi quindi molto al di sopra del classico VI grado. Il progresso tecnologico, quello fisico-atletico e soprattutto quello psico fisico, che libera dalle antiche paure chi, conscio delle proprie capacità arrampicatorie testate in fondovalle, si avventura verso quote più alte, porta in pochi anni a demolire letteralmente i miti del passato, e quelle vie che erano sempre rimaste prerogativa di pochi eletti, che le percorrevano spesso con grande difficoltà ed in 2 o più giorni, diventano delle classiche salite da migliaia di persone, mentre il livello tecnico dei big si lancia verso prestazioni che portano ad un continuo abbattimento del record, di difficoltà o di velocità Un periodo di grande splendore vive larrampicata su ghiaccio, grazie alle nuova tecnica frontale (piolet traction) che, sperimentata contemporaneamente ma autonomamente in Scozia (Mc Jnnes), Francia (Checchinel) e Stati Uniti (Chouinard) facilita, velocizza ed abbellisce le vecchie classiche delle Alpi. Frotte di alpinisti si avventano sulle Nord, mentre i migliori interpreti della specialità (Comino, Grassi, Gabarrou, Boiven), allenatissimi dalle cascate salite dinverno, si rivolgono agli itinerari più severi e verticali (Couloir, seracchi, cascate).
Il momento magico del Nuovo Mattino é però, nelle sue espressioni più genuine, assai breve: quelle che erano sincere esigenze di libertà, di innovazione, di cambiamento, diventano rapidamente semplici mode accettate supinamente e abilmente sfruttate commercialmente. Letica severa del Clean Climbing praticamente non si afferma mai sulle Alpi, ed anzi, nel nome della sicurezza e dellestetica di unarrampicata libera possibile solo con protezioni in posto e sicure torna prepotentemente alla ribalta il chiodo ad espansione, lo spit. Tale sistema di attrezzatura si diffonde dapprima nelle falesie, dove viene universalmente accettato con lunica eccezione dellInghilterra e di alcune località statunitensi, e provoca la nascita del più imponente fenomeno mai verificatosi nel contesto del mondo alpinistico: larrampicata sportiva, diffusa dai media col nome errato di Free Climbing, fenomeno che però si avvia rapidamente ad avere punti di contatto sempre minori con lalpinismo. Successivamente, lattrezzatura a spit delle vie, sistematica o parziale, viene spostata anche in montagna, soprattutto nel massiccio del Bianco ed in alcune località della Svizzera, ad opera soprattutto di Michel Piola, il cui stile prevede protezioni veloci nelle fessure e spit sulle placche improteggibili. Lo stile di Piola fatica invece ad imporsi sulle Dolomiti, soprattutto per il rigido rifiuto degli spit in montagna generalmente opposto dagli alpinisti locali, che accettano di forare solo eccezionalmente. Ciò non toglie che qualche spit non abbia fatto la sua comparsa anche in Dolomiti, soprattutto in Marmolada, ove dopo il ritiro di Mariacher, che appunto rifiutava di forare, restava moltissimo da fare, se disposti al compromesso: Nelle Dolomiti lo spit resta appunto questo: un compromesso necessario che però sarebbe meglio evitare, mentre lultima frontiera, vera fine di un alpinismo già in crisi di vocazioni, é la riattrezzatura a spit, in nome della sicurezza e del divertimento, delle vie classiche. In ambiente germanofono é detta Sanierung, vale a dire risanamento, termine che esprime appieno il concetto di eliminazione dei vari aspetti che limitano il puro divertimento nella scalata, che sono però anche gli unici che differenziano lalpinismo da una qualsiasi attività sportiva.
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