La filosofia come giornale intimo

 

 

"I pensatori autobiografici, come Montaigne e Pascal, Kierkegaard e Nietzsche, hanno operato nella filosofia moderna una rivoluzione metodologica che voleva essere più radicale di quella "copernicana", di cui si vantava Kant. Questa ha collocato l’uomo al centro della riflessione filosofica, abbattendo le ingenuità della philosophia naturalis. Quella ha risolto o dissolto il discorso sistematico, "in terza persona", della filosofia del movimento reale del pensiero, nelle acrobazie e nei rischi delle sue vicende biografiche" [Pietro Prini, "Kierkegaard e la filosofia come giornale intimo", in "Kierkegaard - Esistenzialismo e dramma della persona", ed. Morcelliana, Brescia 1985, p. 13].

Ciò che interessa a Kierkegaard è la "comprensione della vita interiore"; non dell’uomo in senso generale, "ma dell’uomo come siamo io e tu, e come siamo tutti quanti noi, ciascuno per conto suo, nella sua irripetibile individualità" [Ibid., p. 13; cfr. a questo proposito anche il "Diario", tr. it. a cura di C. Fabro, Morcelliana, Brescia 1980 - 19833, 12 tomi].

 

Metodo di Kierkegaard: pensiero verso l’esistenza

"Perché ai nostri giorni la filosofia ha preso un andamento così ingannevole e non dice una parola del modo in cui i singoli autori si comportano? Non si riesce a comprenderli, perché essi stessi non sanno come esistono. Così le loro opere, anche se sono di prim’ordine, nascondono spesso una menzogna. L’autore non ha compreso se stesso, ma questa o quella scienza: opera ben più facile del comprendere se stessi" [Ibid., p. 14; cfr. anche "Diario", V A 72, 1844].

Il filosofo moderno è "come se costruisse un enorme castello e poi si ritirasse per conto suo a vivere in un granaio"; ma il problema del rapporto tra la filosofia e l’esistenza rimane. Kierkegaard accusa in maniera esplicita Hegel, che "aveva compreso che l’esistenza è contraddizione e che il conflitto è il movimento del pensiero" [Ibid., p. 14]; ma la sua, per Kierkegaard, non è "una" filosofia, ma piuttosto la conclusione rigorosa di una tradizione, oltre la quale non è più possibile andare. Bisogna perciò riformare il "sistema" nella sua totalità; l’opera di Hegel è una "curva che si chiude" e che lascia fuori di sé la meraviglia ed il rischio, il paradosso è la "passione del pensiero". Il filosofo "sistematico" è la caricatura di se stesso: il "sistema" è la maschera comica di un "povero uomo esistente". Kierkegaard si riallaccia ad una tradizione "antifilosofica" che vede nel filosofo una figura "comica" (ad es. Pascal diceva "beffarsi della filosofia è fare filosofia" [Pascal, "Pensieri, opuscoli, lettere", a cura di A. Bausola, ed. Rusconi, Milano 1978, p. 407 n. 24] e giudicava Cartesio "inutile ed incerto" [Ibid., p. 469 n. 195]; Nietzsche denuncerà "la mascherata di un malato solitario" - riferendosi a Spinoza - che con virtuosismi in forma matematica ha creato "una corazza e una maschera di bronzo alla sua filosofia" [Nietzsche, "Al di là del bene e del male", par. 5]. Kierkegaard non è da meno:

"Di Hegel (oh, lasciatemi pensare alla greca) come gli dèi devono aver riso di gusto. Un professore che aveva con uno sguardo d’insieme abbracciato la necessità del tutto e aveva messo tutto in filastrocca..." [S. Kierkegaard, "Diario", tr. it. a cura di C. Fabro, Morcelliana, Brescia 1980 - 19833, t. 10, p. 166 n. 3945 (XI1 A 180)].

Quindi la filosofia "sistematica" è da combattere dall’esterno per la sua pretesa "ridicola"; è il destino di Hegel, il quale "cominciò soltanto dal punto dove Carlo V finì: in un chiostro a regolare orologi" [Ibid., t. 2, p. 199 n. 596 (II A 678)].

Non si può non notare il carattere schiettamente retorico della critica di Kierkegaard: il suo giudizio sul "sistema" non riguarda la validità o verità logica, ma la sua importanza. "Ai "luoghi" dell’oggettività, della totalità e della mediazione, Kierkegaard ha sostituito quello del "singolo"" [Pietro Prini, "Kierkegaard e la filosofia come giornale intimo", in "Kierkegaard - Esistenzialismo e dramma della persona", ed. Morcelliana, Brescia 1985, p. 17]. La posizione di Kierkegaard, in fondo, è una posizione socratica: si tratta di una scelta e di un giudizio di valore - "conoscere se stessi". In questo recupero della "phrònesis" socratica è la filosofia intesa da Kierkegaard: "non il sistema, ma il giornale intimo dell’avventura irripetibile in cui si decide, da ciascuno di noi, la nostra sorte di uomini autentici" [Ibid., p. 17].

 

“La filosofia e il Cristianesimo non si lasciano mai conciliare” [S. Kierkegaard, "Diario", tr. it. a cura di C. Fabro, Morcelliana, Brescia 1980 - 19833, t. 2, p. 48 n. 66 (I A 94)].

Per il cristiano il "che cosa" della Verità è il "come" del rapporto con Dio. Usando un’espressione di Kierkegaard: la "ripetizione" della Rivelazione nella propria vita; "la vita diventa il compito". In Kierkegaard è sempre presente "l’esigenza dell’Infinito, la quale ogni momento si impone all’individuo" [A. Klein, "Antirazionalismo in Kierkegaard", Mi 1979, p. 84] (in questo senso Kierkegaard è il più romantico degli anti-romantici). La sua filosofia esistenziale diventa: "theologia experimentalis". Quindi il carattere unitario di tutta la sua opera è la "testimonianza cristiana"; lo stesso suo diario non è la storia segreta di un uomo che sfoga i suoi pensieri repressi nella solitudine, ma è "la storia lucida di una "prova" del cristianesimo nella vita di un uomo" [Pietro Prini, "Kierkegaard e la filosofia come giornale intimo", in "Kierkegaard - Esistenzialismo e dramma della persona", ed. Morcelliana, BS 1985, p. 19]. Lo stesso "segreto della spina della carne" lungi dall’essere una patologia fisiologica o psicologica o sessuale, testimonia il suo comportamento teologico-esistenziale segnato da un destino di dolorosa "eccezione".

Il "pungolo della carne" è stato quello che gli ha impedito di "diventare come gli altri uomini", fu la sua "croce"; cioè il non aver potuto godere pienamente la vita. Il senso della "croce" è quello di essere una realtà cristiana, quella realtà che lo vincola ad essere, lui, il "Singolo", l’eccezione. La vera "teologia sperimentale" kierkegaardiana è l’ermeneutica di una condizione incarnata, del suo essere messo alla prova con le "occasioni" della presenza di Dio nell’esistenza. La teologia non è un "palazzo di astrazioni" che abbisogni di una conferma o di una verifica sul piano logico, bensì è, nell’esistenza, un "esercizio del cristianesimo". Il senso cristiano della vita è che la vita è una prova.


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