Il gioco degli pseudonimi
Capire il complesso dell’imponente "produzione letteraria" di Kierkegaard non è cosa facile. Uno degli aspetti di più difficile comprensione è capire il significato degli pseudonimi: capire cioè il rapporto che esiste tra le opere pseudonime e il loro "autore". "I vari pseudonimi - scelti «ad hoc» - esprimono possibilità varie di esistenza, in una sfera di idealità pura estetica, etica, religiosa. Non danno mai quindi direttamente il pensiero e la vita reale del vero autore Kierkegaard, benché svolgano anche pensieri realmente suoi e siano sostanziati da fatti espressi o sottintesi della sua vita personale. Rispetto agli pseudonimi, egli dice spesso di comportarsi da semplice 'lettore';. Cioè, le possibilità di esistenza ivi esposte idealizzano e isolano l’uno e l’altro aspetto di quella vita che tumultuava e lottava in lui per cercare un'evasione: o per tirarlo in basso o per portarlo in alto, così che dovunque in quei libri egli viene a trovarsi sempre fuori di sé. La pseudonimia è quindi un gioco che però Kierkegaard ha fatto ed ha preso molto sul serio e sul quale spesso gli interpreti sono passati o senz’accorgersi affatto o con troppa leggerezza" [S. Kierkegaard, "Opere", a cura di C. Fabro, Sansoni editore, Firenze 1972, p. XXX].
Forse l’affermazione che più si avvicina a spiegare il reale significato del "gioco" degli pseudonimi nell’opera di Kierkegaard è quella dello studioso Malantschuck: "Per questa via Kierkegaard può col suo metodo raggiungere l’uomo in tutte le sue vie e aberrazioni ed egli può parlare a tutti gli uomini senza riguardo al loro stadio spirituale. In questo consiste l’arte (maieutica) di salvezza, com’egli anche chiama con la terminologia di Socrate l’arte della comunicazione" [Ibid., p. XXIX].
Ma qual è la logica di tale "gioco"? "L’aspetto ludico degli pseudonimi si carica di serietà esistenziale. [...] Perciò il ludus ubbidisce alla logica paradossale dell’esistenza. Ogni pseudonimo esprime una movenza esistenziale e alla radice di ogni pseudonimo, come alla radice dell’esistenza, vi è il segreto della libertà. Ora è proprio di tale libertà radicale, svelarsi e celarsi nello stesso tempo. Per questo è segreto (e il tema del segreto che è anche mistero è ricorrente nelle pagine kierkegaardiane). Per cui dietro gli pseudonimi Kierkegaard può nello stesso tempo nascondersi e, sia pure nell’allusione dell’enigma, in parte svelarsi.
Può perciò, per un verso, rivendicare la piena autonomia dei suoi pseudonimi a tal punto che nessuna parola da loro detta può essere applicata a lui (come espressamente dichiara in "una prima ed ultima spiegazione" della "Postilla") e, per altro verso, egli si identifica in parte con Victor Eremita: "dal punto di vista religioso io ero già nel chiostro e questo pensiero è nascosto nello pseudonimo di Victor Eremita. Questa è la situazione". [G. Cristaldi, "Il ‘senso’ della fede in Kierkegaard", ISU, Milano 1983, p. 32].