La critica di Kierkegaard a Hegel

 

 

Si può dire che l’intera opera di Kierkegaard sia una critica alla filosofia di Hegel; però l’opera nella quale tale critica si fa, oltre che accesa, più approfondita ed articolata è: "Postilla conclusiva non scientifica" (1846). Singolarmente la critica anti-hegeliana di Kierkegaard è "messa in bocca" a Socrate: Socrate è la vera e propria arma polemica usata da Kierkegaard nei confronti di Hegel.

"Socrate ha certo trovato un uomo con cui vale la pena di discutere, e che soprattutto val la pena d’interrogare (Socrate, com’è noto, aveva in animo d’interrogare tutti i morti) chiedendogli se sappia qualcosa oppure nulla".

Socrate confutatore di Hegel

Questo scontro, che doveva essere sconcertante nel 1846, lascia ancor più stupiti i lettori contemporanei: pare di assistere allo scontro di Davide contro Golia; eppure questa è la ‘via paradossale’ alla filosofia scelta da Kierkegaard. Socrate non può essere considerato l’iniziatore di quella tradizione filosofica che da Platone giunge fino ad Hegel; l’ignoranza socratica rappresenta proprio il contrario e cioè il ‘rifiuto’ di far filosofia. Chi pratica le vie della speculazione, scientifica o filosofica, alla fine, sforzandosi di conoscere, si ritrova completamente succube del proprio oggetto di pensiero. Il pensiero speculativo "oggettivo" riduce l’uomo a puro pensiero, a un puro pensante, abolendo tutto ciò che ne fa un esistente. Lo sviluppo unilaterale d’una facoltà umana, quale è il pensiero, impedisce all’uomo di essere se stesso. Rinunciare alla concretezza della sua esistenza, del suo essere singolo individuo in nome della verità condanna l’uomo alla sua inautenticità; è questa una pretesa destinata al fallimento.

"La difficoltà è che nessun uomo è la speculazione, mentre lo speculante è un esistente, soggetto alle esigenze dell’esistenza. Dimenticare ciò non è un merito, ma tenerlo fermo è un gran merito, ed è quello che ha fatto Socrate".

Non si può prescindere dall’esperienza; la stessa ignoranza socratica è una "dotta ignoranza" in quanto, lungi dall’essere la conclusione di una ricerca speculativa, resta al di qua di ogni speculazione, anzi è il rifiuto radicale e coerente di essa. È un’ignoranza etico-pratica che, sgombrato il campo della speculazione, dà spazio all’esistenza, ossia all’attuazione delle scelte delle volontà. Socrate non vuole fuggire dal ‘sapere’, ma invita a distinguere i saperi: tra un sapere incompatibile con l’esistenza ed un sapere che non può fare a meno di essa. Socrate invita a "preoccuparsi di sapere quel che è il semplice umano"; Hegel, invece, è il caso estremo di una tradizione millenaria di filosofia, Hegel è la "domenica della vita".

Praticare la virtù è assai più difficile che non sapere che cosa la virtù sia; l’esistere comporta maggiori difficoltà rispetto al più complesso dei rompicapo intellettuali.

"Lo speculante è il figlio degenere che non vuol rimanere là dove abita l’esistente, cioè nella camera d’esercizio e d’educazione dell’esistenza, dove soltanto si può diventare uomo mediante l’interiorità nell’esistere".

Ma dove è avvenuta questa biforcazione? Dove è avvenuta questa separazione tra la speculazione e l’esistenza?

"È qui che la vita si biforca. Socrate essenzialmente accentua l’esistere, mentre Platone, dimenticando questo, si perde nella speculazione".

Il richiamo all’esistenza non significa rinuncia alla “verità eterna”

Quando il Socrate kierkegaardiano richiama l’uomo all’esistenza non intende per questo rinunciare né alla verità eterna, né ridurre l’uomo all’hic et nunc di un’esistenza temporale ripiegata su stessa; quel che si intende è il rifiuto della metafisica come via oggettiva alla verità eterna. L’uomo è "sintesi di finito ed infinito", del finito che è e dell’infinito di cui avverte il desiderio e a cui aspira; sicché egli è posto di fronte a un duplice dovere derivantegli dalla sua natura di esistente finito aspirante all’infinito: quello di esistere e quello, altresì, di rapportarsi alla verità eterna". L’infinito è lo scopo ultimo dell’esistenza; vivere cioè nel tempo, ma non per il tempo:

"rapportarsi all’assoluto assolutamente, cioè con tutte le proprie forze e con la totale rinuncia a tutto il resto".

Il Socrate di Kierkegaard è una "figura" parzialmente romantica: Socrate e i romantici sono accomunati dalla stessa nostalgia per l’infinito, ma, secondo il filosofo danese, esiste un forte contrasto. In Socrate la nostalgia dell’infinito fonda l’autenticità della propria esistenza dandole un’impronta etico-religiosa; nei romantici il rapporto con l’assoluto rimane un ‘vago desiderio’. Nella irriducibilità di Socrate non solo all’hegelismo, ma, in generale, alle vicende dell’intera cultura occidentale, Kierkegaard vede anche il proprio destino, almeno nella misura in cui egli si è identificato con il filosofo greco: "l’essere cioè destinato a una perenne attualità di diritto, ma al tempo stesso a una perenne inattualità di fatto".

 

La figura di Hegel e la filosofia nel “Diario” di Kierkegaard

Per concludere il discorso, in modo anche abbastanza ‘leggero’ rispetto ai discorsi precedenti, è interessante leggere alcuni passi tratti dal "Diario" di Søren Kierkegaard; quest’ultimi, meglio di ogni commento, ben stigmatizzano il pensiero del filosofo danese sulla filosofia in genere, sull’idealismo in particolare e, nello specifico, su Hegel.

"Nella dialettica di Hegel lo stadio seguente inghiottisce quello precedente, non come uno stadio della vita assorbe l’altro, perché qui ogni stadio serba il suo valore, ma come il titolo commendatore assorbe quello di cavaliere".

"La filosofia è la balia asciutta della vita. Veglia sui nostri passi, ma non per allattarci".

"Se Hegel, una volta scritta la sua ‘Logica’, l’avesse definita - nella prefazione - come un semplice esperimento di pensiero e avesse anche confessato d’aver in molti punti eluso i problemi, sarebbe senza dubbio stato il più grande pensatore di tutti i tempi. Com’è ora, è semplicemente comico".

"Il sistema 'procede con necessità', si diceva. Ed ecco che poi in nessun momento non si può avanzare neppur mezzo pollice più in là dell’esistenza che procede con libertà. Era un trucco. Come se un attore volesse dire: 'Son io che parlo, son parole mie'; e poi, appena il suggeritore tace, non fosse più capace di dire una sola parola".

"Succede alla maggioranza dei filosofi sistematici, riguardo ai loro sistemi, come di chi si costruisse un castello e poi se ne andasse a vivere in un fienile: per conto loro essi non vivono in quell’enorme costruzione sistematica. Ma nel campo dello spirito ciò costituisce un’obiezione capitale. Qui i pensieri, i pensieri di un uomo, devono essere l’abitazione in cui egli vive, ecc.: altrimenti sono guai".

"In fondo Hegel cominciò soltanto dal punto dove Carlo V finì...: in un chiostro a regolare orologi".

"Ci furon filosofi, anche prima di Hegel, che si sono assunti di spiegare l’esistenza, la storia. E ad ogni tentativo del genere mi sembra che la Provvidenza in fondo debba mettersi a ridere. Ma proprio essa forse non ne ha riso, perché ciò costituiva sempre una certa serietà di onestà umana. Ma di Hegel (oh, lasciatemi pensare alla greca!) come gli dèi devono aver riso di gusto. Un simile schifoso professore che aveva con uno sguardo d’insieme abbracciato la necessità del tutto e aveva messo tutto in filastrocca: oh, voi dèi dell’Olimpo!".

"Ciò che i filosofi dicono della realtà, è così deludente come la scritta che si legge da un antiquario: qui si stira - e se si ritorna col proprio vestito per farlo stirare, si resta buggerati. Era una scritta in vendita".


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