La depressione
creativa di Emile Cioràn
Francis Bacon ed Emile Cioràn:
due paradigmatici esempi dei rapporti tra psicopatologia e creatività
Raffaello
Vizioli e Lucia Orazi
Comunicazione presentata al Congresso della Società Italiana di Psicologia, Firenze,
marzo 1999
Francis
Bacon ed Emile Cioràn sono soltanto due esempi, scelti fra le possibili decine, forse
centinaia di pittori e scrittori nei quali la creatività si è felicemente, talvolta
infelicemente, coniugata con la psicopatologia. Bacon si presta, più di qualsiasi altro
grande delle arti visive, alla istituzione di un rapporto privilegiato con la psicosi,
intendendo con essa la schizofrenia, ossia la malattia per la quale Van Praag ha coniato
l'espressione di "concetto impossibile", probabilmente riferendosi alle sue
poliedriche manifestazioni. Il capo storico della psicoanalisi italiana, Cesare Musatti,
in una sua raccolta di scritti, aveva affrontato il tema della schizofrenicità di Bacon
affermando testualmente: "il carattere universalmente rilevato nella sua pittura è
la solitudine...nella pittura, fatta eccezione per la ritrattistica, la figura unica è
eccezionale". In questo scritto, Musatti nota che si tratta di personaggi
rattrappiti, rileva come il pittore ricorra al motivo dello specchio e insiste, tornandovi
più volte, sul carattere scultoreo e sulla frequenza con la quale inserisce i suoi
personaggi all'interno di gabbie, quasi a rinforzare la sua intenzione di enfatizzare la
condizione di isolamento dell'uomo. Il fatto che spesso le figure umane siano su una
pedana avvalora, secondo Musatti, l'ipotesi del loro carattere scultoreo: quando poi
affronta il tema centrale della pittura di Bacon, ossia la deformazione dei corpi e dei
volti, Musatti lo definisce come una ulteriore conferma di questo carattere, trovando una
convalida di ciò in una intervista rilasciata dal pittore alla rivista francese
"Express" nella quale egli esprime quanto le deformazioni rappresentino uno
sforzo per avvicinare i corpi a sé. Esse danno a noi un'idea di quello che può essere un
vissuto di trasformazione corporea in uno psicotico. Da parte nostra lo stimolo più forte
a ritornare a distanza di tempo sul personaggio Bacon e sulla sua singolare creatività
è, infatti, la prolungata osservazione del caso clinico di una giovane psicotica. Costei
era solita parlare del suo corpo in termini di "testa compressa con la carne che deve
uscir fuori" di "viso insaccato" di "imputridimento del corpo" di
"ossa del teschio che premono verso il basso come per sgozzarmi". La paziente
addirittura si meravigliava che noi medici non fossimo impressionati di questa
trasformazione corporea, ritenendoci ad essa indifferenti. Tutto questo senza mai usare la
categoria del "come se", tipica dei gravi ipocondriaci. |
Veniamo
adesso al rappresentante della letteratura moderna, rumeno di nascita e francese di
adiozione, ritenuto dai suoi stessi connazionali il maggiore scrittore in prosa del
secolo. Se abbiamo scelto Bacon per motivi clinici e per le sue possibilità di
utilizzazione didattica, Cioràn è stato scelto perché forse è la più grande
dimostrazione di come la scrittura possa essere autoterapeutica e quindi salvifica in casi
di grave depressione. Salvifica certamente per Cioràn, ma non per tanti scrittori e poeti
che sono arrivati al suicidio: basti pensare a Cesare Pavese, Guido Morselli e Primo Levi. Kay Redfield Jamison, nel suo scritto "Touched by fire - Depressive illness and the artistic temperament", ha confrontato la popolazione media di suicidi nella popolazione generale, con le cifre di suicidio rilevate tra i letterati dalla Andreasen (1987) da Shildkraut e Hifeld (1990) e da Ludwig (1992). La stessa Jamison, limitatamente agli scrittori anglosassoni e al periodo tra il 1705 ed il 1805, ha rilevato una prevalenza almeno tripla, e differenze dello stesso ordine di valori per quanto riguarda i disturbi dell'umore. Questa autrice manifesta nel suo scritto un punto di vista differente rispetto a quello ampiamente condiviso e, in accordo con la Andreasen, ritiene che la creatività, in campo letterario, riveli stili di pensiero non tanto simili al pensiero schizofrenico, quanto piuttosto affinità con lo stile maniaco-depressivo: ne dà validazione oggettiva attraverso ricerche personali e, a conferma dei suoi dati, invoca la testimonianza del poeta inglese Thomas Stearns Eliot il quale testualmente affermò che "la specie umana non può tollerare un eccesso di realtà". A tale affermazione fa eco Antonin Artaud il quale scriveva: "nessuno ha mai scritto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non allo scopo di evadere dall'inferno". Graham Greene forse è stato il primo ad affermare che la scrittura è una forma di terapia e si è domandato come fanno tutti coloro che non scrivono, dipingono o compongono musica a sopportare la condizione esistenziale. Un contributo che arricchisce molto le nostre conoscenze sul problema del suicidio tra i letterati ci è giunto recentemente da Giuliani e coll. della I Cattedra di Psichiatria dell'Università Federico II di Napoli. Gli autori hanno identificato ben 104 scrittori suicidi, ne ricordiamo soltanto alcuni: Ingeborg Bachman, Walter Benjamin, Marina Cvetaeva, Sergej Esenin, Arthur Koestler, Ernest Hemingway, Vladimir Majakovsky, Klaus Mann, Virginia Woolf, Stephan Zweig. Un così lungo elenco sembrerebbe vanificare in partenza la tesi che ci accingiamo ad esporre circa la possibilità di salvezza, l'ancora di salvataggio offerta dalla creazione letteraria nel naufragio depressivo che può evolvere nell'esito suicidario. |
Per quanto riguarda Cioràn, l'ipotesi relativa al significato salvifico
della sua attività di scrittore ci è suggerita dal lavoro di Stefano Ferrari, docente di
Psicologia dell'Arte all'Università di Bologna, dal titolo "Scrittura come
riparazione" (Laterza, 1994). Senza entrare nei dettagli di questo pregevole testo,
vorremmo con le parole dello stesso autore fornire alcune indicazioni sul tema: perchè si
scrive? Che senso ha questo "lusso motorio"? "Il bisogno che l'uomo ha di
esprimersi è qualcosa di più automatico e primario, praticamente di biologico, collegato
con il disagio stesso di esistere". La scrittura, dice Ferrari, è la
materializzazione di quel bisogno di espressione che precede la comunicazione; scrittura,
pertanto, come psichicità rappresa, consegnata alla carta, come pulsione non organizzata.
"La grafia come gioia che il cervello intelligente ha di se stesso", diceva
Montaigne. Cioràn stesso ci fornisce a piene mani materiale a sostegno del nostro assunto
relativo alla sua depressione. Ce lo fornisce attraverso qualle letteratura breve nella
quale non ha avuto rivali, almeno in questo secolo: ci riferiamo alla aforistica, della
quale - sempre in questo secolo- sono stati illustri rappresentanti Karl Kraus ed
Elias Canetti. Purtroppo il destino degli aforismi non è dei più generosi, dal momento
che essi hanno alimentato la letteratura mass-mediatica da baci perugina (maggior fortuna sembrano avere oggi, nell'era di
Internet - mi riferisco alla grande diffusione di siti dedicati agli aforismi ed alla loro
diffusione via e-mail n.d.w.). Diciamo subito che non ce la siamo sentiti di usare le categorie del
D.S.M. IV per la depressione dello scrittore franco-rumeno in quanto ci sembra riduttivo e
forse offensivo racchiudere l'umana sofferenza nelle rigide gabbie della tassonomia.
Riteniamo unica lettura plausibile quella attraverso le categorie della psichiatria ad
orientamento antropofenomenologico, senza nulla togliere ovviamente ai meriti scientifici
del neoriduzionismo neurotrasmettitoriale. Non risulta dai suoi scritti che Cioràn sia
andato a consultare uno psichiatra e ciò deve considerarsi una grande fortuna per i suoi
lettori perché forse attraverso terapie antidepressive più o meno aggressive sarebbero
stati privati di quel suo incessante invito alla "lucidità", di quella sua
risposta coerente ad ogni forma di illusione che ci allontana dalla coscienza del reale.
Esporremo allora i temi del dolore mentale di Cioràn organizzandoli per parole chiave ed
elencandole come in un dizionario. Agli aforismi che seguono accompagneremo un breve
commento.
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Tuttavia, per dovere di obbiettività, ci sembra d'obbligo riportare l'opinione di Claudio Magris che, a proposito della depressione di Cioràn, ha affermato: "Come si legge anche in "Danubio", ho una certa freddezza nei confronti di Cioràn, poiché non mi sembra tanto un apocalittico o un depresso quanto uno molto compiaciuto che se la spassa e che è molto contento di annunciare tesi catastrofiche". Se Magris avesse ragione, il "caso Cioràn" rientrerebbe nell'ambito di quell'originale concetto di depressione recitata espresso da Barucci e Cossio ("Un problema emergente nella diagnostica differenziale della.depressione: la depressione recitata. N.P.S. VII, 315, 1987). |
Gran parte delle citazioni riportate
sono datate Bucarest 1934 - 1937. Dunque, Cioràn le ha scritte tra i 22 e i 26 anni,
unica produzione in rumeno, sua lingua madre. Esse ci sembrano dimostrazione tangibile di
almeno due cose: la precocità della sua depressione e la genialità dei contenuti e delle
forme con le quali l'ha espressa in parole scritte. |
Ha dunque ragione Magris? Oppure è giusto ritenere, con Ferrari, che la scrittura è la più salvifica tra le varie manifestazioni della creatività? Lo hanno scritto Leopardi nello Zibaldone, Proust, Rainer Maria Rilke, Francis Scott Fitzgerald e Marguerite Duras, della quale riportiamo una citazione: "se non avessi scritto sarei diventata preda dell'alcool...scrivere nonostante la disperazione, anzi con la disperazione". Noi siamo convinti che siano molti di più coloro che, per come si sono espressi nella scrittura, autorizzano ad avallare la nostra ipotesi su Cioràn: egli è stato tenuto in vita perché quel demiurgo cattivo al quale non credeva non lo ha predestinato al suicidio ma gli ha fornito nel contempo lo strumento più valido per difendersi da quella peste dell'animo. |