Le tentazioni nichilistiche

di Dioniso

 

Vorrei richiamare l'attenzione del lettore su un fenomeno sempre più diffuso negli ultimi anni, che chiamerei: "tendenza generale a ricercare il proprio benessere fisico e spirituale". Libri, riviste, trasmissioni televisive, nuovi generi musicali, corsi sportivi ci invitano ad avere cura del nostro corpo, ad accrescere la fiducia nelle nostre capacità e in noi stessi, ad affrontare la vita con entusiamo e serenità, cercando forse di evitare quello che sembra rappresenti un preoccupante male di finesecolo: la depressione.

Dietro la tendenza, di cui ho dato soltanto un accenno per ragioni di spazio, si nasconde la paura inconscia delle "tentazioni nichilistiche", ossia di quei pensieri che potrebbero portarci, almeno una volta nella vita, alla convinzione della insostenibilità dell'esistenza. Come direbbe Nietzsche, il nichilismo significa che i valori supremi si svalutano, cioè succede qualcosa per cui i valori in cui tradizionalmente crediamo vengono messi radicalmente in discussione, viene a mancare la risposta al perché delle cose; ma esso non va posto come problema, non è una malattia da cui guarire, è uno stato normale, una condizione propria e possibile dell'essere umano.

Quando il nichilismo colpisce non c'è rimedio, nessuna soluzione va cercata.

Un'antica leggenda narra che il re Mida inseguiva il saggio Sileno per chiedergli quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l'uomo. Ecco la risposta (data dal saggio fra risa sibilanti): "Stirpe misera ed effimera figlia del caso e della fatica, perché mi chiedi ciò che per te è vantaggiosissimo non sapere? La cosa migliore è per te totalmente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la seconda cosa migliore per te è morire presto".

Questa è a mio parere la forma di nichilismo più profonda e inquietante che sia stata mai pensata.

Non è affatto mia intenzione spaventare il lettore o indurlo a compiere qualche tragico gesto, lo invito soltanto a riflettere su ciò che ho scritto, e voglio concludere con le parole di Ernst Jünger: "Il proprio petto: qui sta il centro di ogni deserto e rovina".

 

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