
2. Tercio de varas
Il toro, entrato nellarena nel pieno delle sue possibilità, infrange la
propria furia contro le picche degli uomini a cavallo. I matadores, a turno, con i quites
lo distraggono dalle sue cariche. |
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Il paradosso dellanimalità richiamata nellorizzonte del mito
vuole la compresenza, lunita dei contrari: da una parte la bestialità furiosa, dallaltra la perfezione razionale della tecnica
combattiva; da una parte la cecità imprevedibile
delloffuscamento animale, dallaltra la competenza, locchio esperto che
sa riconoscere e combattere le tracce dellopaco sulla base della tradizione
consolidata. |
A partire dal proprio costume, il traje de luces, il vestito di
luce. Il paradosso del racconto infatti vuole che si scenda a combattere il toro in calze
rosa, bolero e pantaloni attillati, nella negazione di ogni funzionalità dellabito
al compito prescritto. Ma il traje de luces, se nega la funzionalità competitiva
dello sport, allude invece ad uno dei nodi principali della fiesta de toros: la
luce scaturisce dai riflessi del sovrabbondante ornamento dellabito. E oltre
leccesso di ornamento e lassurdità paramentale che sottolineano la differenza
sacerdotale inscritta nella figura solitaria nellarena, rispetto alla moltitudine
degli astanti; oltre leleganza pacchiana delleccessivo cattivo gusto di una
retorica dellabito troppo evidenziata, si affaccia lallusione ad un gioco più
complesso: vestito di riflessi il matador si avvicina al toro. Piccoli
specchi lo coprono quasi a voler riflettere lo sguardo assente dellanimalità che
gli sta a fronte. Come per dire: " Io ti rifletto. Io devo essere te per
poterti uccidere ". E il gioco travalica nel comportamento effettivo. Le
migliori lidias si hanno quando lo sguardo raziocinante del torero che
calcola direzioni, scarti, tempi e velocità dellanimale deborda dalla parte
dellavversario, quando anche il suo diviene un comportamento automatico, quando
accetta loffuscamento della coscienza, riflettendosi a sua volta nello sguardo cieco
e, abbandonandosi al proprio automatismo, come il toro, si lascia guidare
dallingranaggio della fiesta (nota 1)(Leiris, Specchio della tauromachia,
p. 11). |
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Lo specchio paradossale del mito confonde, quindi, i ruoli in un gioco
sottile di riflessi, costituendo una terra di confine, di approccio reciproco, in cui i
contendenti, rinunciando alle proprie "nature" fanno di sé automa, figura di
una mediazione impossibile. La fiera perde i suoi connotati di ferocia illimitata,
imprevedibilità, e viene condotta, nel paragone tecnico con lautoma, nel mondo
della misura e del raziocinio, seppure distorto, fino allimpostura del nome ad essa
assegnato come riconoscimento di appartenenza al mondo degli uomini e dei racconti.
Luomo, al contrario, viene richiamato dal contendente sul terreno neutro e
confinante del comportamento automatico, della perdita di coscienza, sul palcoscenico
tragico del mito, fino a perdere la parola: un torero fuori dellarena è sempre
fuori luogo, una figura che diviene comica, nella perdita di dignità che gli deriva dalla
troppa vicinanza, dagli eccessivi racconti di sé, nella riapparizione
inopinata, fuori della fiesta, della sua coscienza. |
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