2. Tercio de varas

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2. Tercio de varas

Il toro, entrato nell’arena nel pieno delle sue possibilità, infrange la propria furia contro le picche degli uomini a cavallo. I matadores, a turno, con i quites lo distraggono dalle sue cariche.

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otro_natural.jpg (14240 byte) Il paradosso dell’animalità richiamata nell’orizzonte del mito vuole la compresenza, l’unita dei contrari: da una parte la bestialità furiosa, dall’altra la perfezione razionale della tecnica combattiva; da una parte la cecità imprevedibile dell’offuscamento animale, dall’altra la competenza, l’occhio esperto che sa riconoscere e combattere le tracce dell’opaco sulla base della tradizione consolidata.
A partire dal proprio costume, il traje de luces, il vestito di luce. Il paradosso del racconto infatti vuole che si scenda a combattere il toro in calze rosa, bolero e pantaloni attillati, nella negazione di ogni funzionalità dell’abito al compito prescritto. Ma il traje de luces, se nega la funzionalità competitiva dello sport, allude invece ad uno dei nodi principali della fiesta de toros: la luce scaturisce dai riflessi del sovrabbondante ornamento dell’abito. E oltre l’eccesso di ornamento e l’assurdità paramentale che sottolineano la differenza sacerdotale inscritta nella figura solitaria nell’arena, rispetto alla moltitudine degli astanti; oltre l’eleganza pacchiana dell’eccessivo cattivo gusto di una retorica dell’abito troppo evidenziata, si affaccia l’allusione ad un gioco più complesso: vestito di riflessi il matador si avvicina al toro. Piccoli specchi lo coprono quasi a voler riflettere lo sguardo assente dell’animalità che gli sta a fronte. Come per dire: " Io ti rifletto. Io devo essere te per poterti uccidere ". E il gioco travalica nel comportamento effettivo. Le migliori lidias si hanno quando lo sguardo raziocinante del torero che calcola direzioni, scarti, tempi e velocità dell’animale deborda dalla parte dell’avversario, quando anche il suo diviene un comportamento automatico, quando accetta l’offuscamento della coscienza, riflettendosi a sua volta nello sguardo cieco e, abbandonandosi al proprio automatismo, come il toro, si lascia guidare dall’ingranaggio della fiesta (nota 1)(Leiris, Specchio della tauromachia, p. 11). traje_de_luces_tr.gif (69943 byte)
pezzato_nero_tr.gif (5975 byte) Lo specchio paradossale del mito confonde, quindi, i ruoli in un gioco sottile di riflessi, costituendo una terra di confine, di approccio reciproco, in cui i contendenti, rinunciando alle proprie "nature" fanno di sé automa, figura di una mediazione impossibile. La fiera perde i suoi connotati di ferocia illimitata, imprevedibilità, e viene condotta, nel paragone tecnico con l’automa, nel mondo della misura e del raziocinio, seppure distorto, fino all’impostura del nome ad essa assegnato come riconoscimento di appartenenza al mondo degli uomini e dei racconti. L’uomo, al contrario, viene richiamato dal contendente sul terreno neutro e confinante del comportamento automatico, della perdita di coscienza, sul palcoscenico tragico del mito, fino a perdere la parola: un torero fuori dell’arena è sempre fuori luogo, una figura che diviene comica, nella perdita di dignità che gli deriva dalla troppa vicinanza, dagli eccessivi racconti di , nella riapparizione inopinata, fuori della fiesta, della sua coscienza.

1. Passeillo 2. Tercio de varas 3. Tercio de banderillas 4. Tercio de la muerte 5. Arrastre

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