4. Tercio de la muerte

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3-4-59-vii_tr.gif (35236 byte) 4. Tercio de la muerte

Armato dei propri strumenti di morte, la spada e la muleta, l’uccisore, dopo aver brindato, dà inizio ad una danza di soggiogamento della bestia alla conclusione della quale la "inquadra", ponendola ferma, con le zampe a piombo, nella posizione voluta per la suerte suprema.

«Non si può, a parole, esprimere l’intimità» (Bataille, Teoria della religione, p. 72). L’arena e il suo cerchio mitico. Lo spazio creato artificialmente della messa a morte che va oltre la ritualità del sacrificio religioso, per tramutarsi, attraverso la parola e l’immagine, nel racconto mitico, ripetuto, del combattimento archetipo, della morte recitata, ma con troppa verosimiglianza. L’arena: il circolo vizioso del mito trasformato nel reale spazio circolare che separa in modo definitivo l’interno del racconto, disposto nell’ordine, anch’esso mitico, regolato dai tercios, dall’esterno dei ricordi, della aspettazione di coloro che assistono. 13-6-57-iii_tr2.gif (9406 byte)
3-4-59-i_p_tr.gif (17010 byte) L’intimità insiste sull’identificazione che regna tra spettatore e artefice, ma, in modo più degno e più pericoloso, nel legame più e più volte ricreato che si realizza tra i due contendenti e tra essi e l’esito definitivo inevitabile per almeno uno dei due. Questa intimità richiama il principio del sacrificio rituale a cui la tauromachia moderna è imparentabile banalmente per molti aspetti: il cerchio del sacrificio, il sacrificante nel cerchio, gli spettatori irretiti nello spettacolo dell’annientamento. Lo spettacolo richiama gli astanti, che partecipino o meno, nel mondo separato del mito particolare, del quale la corrida presenta tutte le caratteristiche. La circolarità viziosa degli avvenimenti, la rigidità e stabilità delle movenze al di là del tempo e, soprattutto, l’insorgenza del racconto, nel confronto con altri combattimenti e nel rimpianto costante del passato: i tori una volta erano più grossi, avevano corna più lunghe e più aguzze, erano mas bravos; i matadores dei tempi andati erano più coraggiosi, più abili, più eleganti.
La tauromachia moderna risponde di un ulteriore paradosso: spettacolo turistico, folkloristico, per eccellenza, richiama tuttavia, nel tempo della spettacolarizzazione tecnica, l’andamento nostalgico delle antiche feste, la cui caratteristica principale era l’effettuazione di un contatto tra mondo reale e mondo divino, tra la consuetudine abituale delle movenze terrene e la sacralità separata di una parentela impossibile. In questo tratto di unione invisibile che vuole ricostituire un legame paradossale, si installa l’intimità tra l’immanenza del flusso animale dalla coscienza offuscata e la razionalità consolidata delle regole del combattimento. matador1_tr.gif (27589 byte)

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