Lirica dialettica
di
Johannes de Silentio
L’opera "Timore e Tremore" apparve lo stesso giorno (16 ottobre 1843) dell’opera "La Ripresa" di Constantin Constantius ed è una delle tre opere pseudonime (l’altra è "Aut-Aut") apparse in quello stesso anno. Particolarmente interessante è il sottotitolo di "lirica dialettica" specie se messo in relazione con quanto l’autore afferma nella prefazione e cioè di essere un "poeta" e non un "filosofo". Ma la filosofia, alla quale si dichiara estraneo, e refrattario, è quella hegeliana, che viene criticata in due punti nodali:
Ma non è estranea al "poeta", anzi gli è congeniale, la riflessione esistenziale, che si svolge in consonanza, quale sua reduplicazione, con il movimento dialettico dell’esistenza, per cui l’opera viene chiamata "lirica dialettica", dove "lirica" è il sostantivo, che il movimento specifica come "dialettica". La dialettica è, quindi, il ragionamento tipicamente esistenziale, come movimento della ragione che è nell’esistenza e che si svolge, come l’esistenza, in tensione antinomica.
L’opera, poi, si svolge in due tempi:
Da ultimo non bisogna dimenticare che questa "lirica dialettica" fa parte di quel gruppo di opere che l’Autore compone dopo la rottura del fidanzamento con Regine. Kierkegaard, ripercorrendo allegoricamente nell’opera la sua storia d’amore, adombra e spiega religiosamente la rottura dei suoi rapporti con Regine introducendo l’idea di sacrificio. Nel tentativo di dare risposta a tale quesito - "Ho sacrificato Regine, ma ho agito bene?" - Kierkegaard introduce il tema di un duro contrasto tra ciò che l’etica dice di fare e ciò che, invece, è imposto dai comandamenti della religione.
Schema dell’opera
Prefazione
L’autore si dichiara poeta e non filosofo.
"Il sottoscritto non è affatto un filosofo; egli non ha compreso il sistema, non sa se esso esiste, se è compiuto; [...] egli è, ‘pöetice et eleganter’, uno scrittore".
Viene ribadito più volte che la fede non è riconducibile a concetti o ad un sistema.
Lo "Stato d’animo", o "Atmosfera" o "sfere di esistenza" come dice Kierkegaard altrove, è quello esistenziale, dove si aprono, nel "mistero" della libertà che è il "segreto" dell’esistenza, le varie possibilità, dentro le quali si staglia netta e decisa la fede di Abramo. Le quattro "visioni" che il solitario melanconico e contemplativo riferisce a Johannes de Silentio, sono le "possibilità" che si sarebbero potute verificare se Abramo non avesse creduto:
Invece Abramo credette.
"Nessuno è stato grande come Abramo, e chi è in grado di comprenderlo?"
In questa parte dell’opera Kierkegaard mostra la figura di Abramo quale "eroe della fede"; in ciò sta la funzione del "poeta" che è il "genio della rimembranza" che è qualitativamente differente dalla semplice memoria ripetitiva: "rimembrare" vuol dire ricordare, con il ritmo della dialettica antinomica, la figura dell’ "eroe della fede", in cui si intrecciano vari opposti. Il "panegirico" può essere schematizzato nel modo seguente.
"Colui che ha amato Dio, è diventato più grande di tutti. [...] Uno è diventato grande coll’attendere il possibile; un altro coll’attendere l’eterno; ma colui che attese l’impossibile, divenne più grande di tutti. [...] Colui che combatte con Dio divenne il più grande di tutti. [...] Chi ha creduto in Dio è stato il più grande di tutti".
Il "genio della rimembranza" deve ricordare, con il ritmo della dialettica antinomica, la figura dell’ "eroe della fede". Abramo è il più grande di tutti grazie alla seguente dialettica antinomica:
"Abramo tuttavia credette e credette per questa vita. [...] Egli credette l’assurdo".
Espettorazione preliminare
I "Problemata" si aprono, quasi per stabilire una sorta di continuità "ideale" tra il momento lirico e il momento dialettico, con una "espettorazione", una "effusione" preliminare, in cui si delinea, poeticamente e dialetticamente, la figura del "cavaliere della fede". Abramo è il "cavaliere della fede" e non l’eroe tragico della rassegnazione infinita.
"Nel mondo dello spirito [...] solo chi lavora, trova da mangiare; solo chi è in stato di angoscia, trova pace; [...] solo chi estrae il coltello, ottiene Isacco"
Il segreto del dramma di Abramo è l’angoscia di fronte alla determinazione religiosa, quella del sacrificio del figlio, che è qualitativamente diversa dalla determinazione morale e richiede la decisione della fede, con i suoi combattimenti dialettici e la sua gigantesca passione: insomma, bisogna "fare della fede un valore assoluto". Il percorso indicato da Kierkegaard è il seguente.
Ecco dunque, riassumendo, i momenti dialettici della fede:
La fede, perciò, non è un impulso di carattere estetico, né l’istinto immediato del cuore, ma è "paradosso" di vita, che con umile coraggio afferra "tutta la temporalità in virtù dell’Assurdo". Per cui "ogni tempo può essere felice se possiede la fede".
Si dà una sospensione teleologica dell’etica?
La seconda parte dell’opera intende ricavare la dialettica della fede, la quale si configura come "inaudito paradosso", che trasforma ciò che sul piano della norma morale generale è un delitto in un atto santo e gradito a Dio.
Esiste una sospensione teleologica della morale? Per rispondere affermativamente a tale domanda bisogna rilevare le connotazioni seguenti.
"Il Singolo come Singolo sta in rapporto assoluto all’Assoluto. Questo punto di vista non si lascia trattare con la mediazione, perché ogni mediazione avviene appunto in virtù del generale; esso resta per tutta l’eternità un paradosso, inaccessibile per il pensiero. [...] La storia di Abramo contiene ora una simile sospensione dell’etica. [...] Egli agisce in forza dell’assurdo; poiché è proprio un assurdo che il Singolo sia più alto del generale".
A questo punto Kierkegaard fa seguire esempi di "eroi tragici" quali: Agamennone, Jefte e Bruto; ma di fronte alla vicenda di Abramo non si può piangere, come si può fare nei confronti dell’eroe tragico, si ha invece l’ "horror religiosus": la fede è "timore e tremore".
"La fede è un prodigio, eppure nessun uomo ne è escluso: poiché ciò in cui ogni vita umana si unisce è la passione e la fede è una passione".
Esiste un dovere assoluto verso Dio?
Come si è appena constatato, Abramo ha varcato tutti i confini della sfera etica: il suo "telos" è più in alto, al di sopra dell’etica. Quindi, dal punto di vista etico, sorge una "nuova categoria": il dovere come espressione della volontà di Dio, a cui ci si rapporta in un rapporto assoluto. Ma esiste un dovere assoluto nei confronti di Dio? La risposta è affermativa. Passando attraverso la critica della filosofia hegeliana che pone il "das Aussere" (la manifestazione) superiore al "das Innere" (l’interiore), si giunge ad affermare che il "paradosso della fede" si basa sulla incommensurabilità dell’interiore all’esteriore, per cui è l’"interno" – il "divenire soggettivo" – ad essere superiore all’esterno.
Il rovesciamento della fede nei riguardi della morale è questo: che la morale non è abolita, ma riceve un’espressione diversa, quella del paradosso, che non si presta ad essere mediato.
"Se il dovere verso Dio è assoluto, il momento etico è ridotto a qualcosa di relativo. [...] O il Singolo stesso diventa il cavaliere della fede assumendo per suo conto il paradosso, oppure non lo diverrà mai. [...] Dio è colui che esige amore assoluto. [...] Il dovere assoluto può allora condurre a fare ciò che l’etica proibirebbe, ma non può in nessun caso portare il cavaliere della fede a smettere di amare".
È questa la "terribile responsabilità" che deve accollarsi il "cavaliere della fede".
"Il cavaliere della fede è solo in tutto".
Il "cavaliere della fede" deve rinunciare al generale per diventare il Singolo e questo lo fa in forza dell’assurdo; non può chiedere aiuto a nessuna mediazione, neanche a quella della Chiesa; egli è completamente solo.
"Il vero cavaliere della fede è un testimonio, mai un maestro".
Dal punto di vista etico si può scusare il silenzio di Abramo
con Sara, Eliezer, Isacco sul suo progetto?
Il "pathos" è il protagonista delle ultime pagine dell’opera dove viene esaminato il "silenzio" di Abramo; qui il movimento dialettico del pensare esistenziale sulla fede è accompagnato dal richiamo "poetico" a personaggi poetici specifici. Nel "silenzio" di Abramo, Johannes de Silentio vede configurato il silenzio emblematico della fede, lo "stupore assoluto" dell’uomo.
La fede si decide nell’interiorità nascosta della persona, come paradosso irriducibile alla mediazione, come "immediatezza ulteriore".
"La fede infatti non è la prima immediatezza, ma una ulteriore".
Il "nascosto", il "mistero" della fede è qualitativamente diverso dalla "cosa nascosta" che pervade sia la tragedia greca che il dramma moderno. I vari personaggi poetici evocati come "esempi" si stagliano nella dialettica dell’esistenza, dove il paradosso gioca il suo ruolo essenziale e decisivo: queste "nature hanno le loro radici nel paradosso [...] o perdute nel paradosso demoniaco o salvate in quello divino". L’assolutezza del rapporto è esigenza dello "spirito" e tale dilemma è assolutamente ineludibile e decisivo: o il rapporto assoluto si volge all’Assoluto nella vittoria della fede oppure si perverte nella chiusura nell’immanenza con la vertigine del demoniaco, quale controparte del paradosso della fede.
"Il silenzio è la seduzione del diavolo e più si tace e più il demone diventa terribile, ma il silenzio è anche la mutua intesa fra la divinità e il Singolo".
Concludendo emerge ancora il caso di Abramo. Il suo "silenzio" non è "estetico" né "etico", ma "religioso".
"Questa sofferenza io la posso ben capire"
Un silenzio fatto di sofferenza e di angoscia, che vive e si nutre nella "terribile responsabilità della solitudine".
"Allora «aut - aut»: o esiste il paradosso che il Singolo come Singolo sta in un rapporto assoluto all’Assoluto, oppure Abramo è perduto".
Epilogo
"Ma la passione suprema dell’uomo è la fede. Nessuna generazione comincia qui da un punto diverso dalla precedente e ogni generazione comincia da capo; la generazione seguente non va più in là della precedente se questa è rimasta fedele al suo compito. [...] Forse in ogni generazione molti non ci arrivano neppure, ma nessuno va oltre".