Gli atti dell'amore

(Alcune riflessioni cristiane in forma di discorsi)

 

 

“Ciò che nella sua ricchezza è essenzialmente inesauribile,
è anche nel suo minimo atto essenzialmente indescrivibile,
proprio perché‚ ciò ch’è essenzialmente presente,
e in modo totale, dappertutto,
non si può essenzialmente descrivere”

 

 

 

 

Come ben si sa l'opera di Kierkegaard segue tre direzioni ben distinte: da una parte vi sono le «opere pseudonime» (tra le quali ricordiamo “Aut -Aut”, “Timore e Tremore”, “Briciole di filosofia”, ecc.), da un'altra vi sono i «Discorsi edificanti», tra cui appunto “Gli atti dell'amore”, e da ultimo vi è il grande “Diario”. Per molto, troppo, tempo l'attenzione dei critici si è rivolta solo verso le opere pseudonime ritenendole le uniche degne di attenzione; certo sono opere che brillano sotto molteplici punti di vista e ci mostrano acute riflessioni fenomenologiche sulla vita e sulle sue valenze estetico-etiche, ma non esauriscono di certo la complessità del pensare kierkegaardiano. Kierkegaard, come già Platone, segue diverse vie di comunicazione e i “Discorsi edificanti” non possono essere staccati dalle opere pseudonime; come egli stesso dice: “essi ricevono con la destra ciò che egli porge con la sinistra”. In ultima analisi anche gli scritti pseudonimi collaborano alla chiarificazione dell'unico problema essenziale dell'uomo: come diventare cristiani. Il destinatario dell'opera è il Singolo, perché solo come Singolo l'uomo si rapporta a Dio, e solo come Singoli si diventa cristiani. Come acutamente osserva fabro: «Solo il rapporto a Dio conferisce al Singolo il fondamento infinito e assoluto che gli permette di resistere all'assorbimento nella folla: questo è il cardine di tutta l'opera di Kierkegaard, dal principio alla fine». Lo stesso Heidegger, che non si può proprio considerare il lettore più attento e fedele di Kierkegaard, ebbe a dire in “Sein und Zeit” che “c'è più da imparare dagli scritti edificanti che non da quelli teoretici”.

In questa sezione ho voluto riportare solo la parte iniziale degli “Atti dell'amore”, una delle opere basilari all'interno dei discorsi edificanti, per far vedere come la ricchezza del pensiero e della prosa kierkegaardiana non siano solo confinati all'interno delle ben più famose opere pseudonime.

 


 

LA VITA SEGRETA DELL’AMORE

CHE SI CONOSCE DAI SUOI FRUTTI

 

Lc. 6,44: "Ogni albero si conosce dai suoi frutti; infatti non si colgono fichi dalle spine e neppure grappoli dai rovi"

 

Se avesse ragione quella saggezza la quale pensa orgogliosamente e fantasticamente che per non ingannarsi non si deve credere a nulla di ciò che non si può vedere con i propri occhi materiali, allora anzitutto e soprattutto bisognerebbe rinunziare di credere all’amore. [...] Cos’è [più] difficile, svegliare uno che dorme od uno che sogna da sveglio? [...] Ingannarsi in amore è la perdita più spaventosa, è una perdita eterna, per la quale non c’è compenso né nel tempo né nell’eternità. [...] Infatti nella vita del tempo può anche darsi che qualcuno possa fare a meno dell’amore, [...] ma nell’eternità egli non può fare a meno dell’amore, non può non accorgersi di aver perduto tutto. [...] Cos’è infatti che unisce il tempo e l’eternità, cos’è se non l’amore che proprio per questo è prima di tutto e rimane quando tutto è passato? Ma proprio perché l’amore è così il vincolo, ed anzi perché tempo ed eternità sono eterogenei, per questo l’amore può sembrare alla prudenza terrena del tempo un peso e per questo le cose materiali possono sembrare un enorme sollievo per sbarazzarsi di questo legame dell’eternità [...]

L’amore si conosce dai suoi propri frutti. [...] È come quando qualcuno chiama amore ciò che invece è egoismo: costui può ben protestare che non può vivere senza l’amato, mentre fa le orecchie da mercante quando si tratta dei doveri dell’amore, quando si esige di rinnegare se stesso e di abbandonare l’egoismo, oppure quando qualcuno per sbaglio chiama col nome di amore la debolezza dell’abbandonarsi. [...] Ma l’amore cristiano permane e questo esso è; infatti tutto ciò che passa, fiorisce, e ciò che fiorisce passa: ma ciò che è, può essere cantato, deve essere creduto e deve essere vissuto.

Vita nascosta dell’amore

Dove nasce l’amore? [...] L’amore sta nel segreto, ossia è nascosto nell’intimo. [...] Il desiderio e il segreto dell’amore è che la sua origine nascosta nel suo intimo debba restare un mistero, nessun curioso e presuntuoso osi disturbarla vedere ciò che non si può vedere, poiché questa curiosità non fa che dissipare la gioia e la benedizione. [...] Così è anche con la sofferenza più dolorosa e insieme pericolosa, quando qualcuno, invece di rallegrarsi delle rivelazioni dell’amore, vuole cercarne la sorgente per intorbidarla. La vita segreta dell’amore è nell’intimità; [...] la sua vita è in se stessa movimento ed ha in sé l’eternità; come nel lago tranquillo, per quanto sia tranquillo, l’acqua è scorrente poiché la sorgente non si ferma: così è l’amore, tranquillo nel suo nascondimento, però sempre in movimento. Ma mentre il lago tranquillo può disseccarsi, quando la sorgente si arresta, l’amore invece scorre in eterno. La sua vita è fresca ed eterna. Non c’è alcun freddo che lo possa far agghiacciare poiché esso ha in sé troppo calore, e nessun calore lo potrebbe rendere insipido poiché troppa è la sua freschezza. Ma è nascosto. [...] Tuttavia questa vita nascosta dell’amore è conoscibile dai frutti, e l’amore stesso è incline a farsi conoscere dai frutti. [...] Oh, voi martiri silenziosi di un amore infelice! Certo rimase un segreto ciò che voi avete sofferto per aver dovuto nascondere per amore un amore! Non fu mai conosciuto, tanto appunto era grande il vostro amore che portò a questo sacrificio: però il vostro amore fu conosciuto dai frutti! E forse furono appunto questi frutti quelli preziosi, quelli che maturarono al fuoco lento di un amore nascosto. [...] Non devi vergognarti dei tuoi sentimenti ed ancor meno di dare onestamente a ciascuno il suo. Ma non si deve amare con parole e frasi; neppure da questo si può conoscere l’amore. [...] L’amore immaturo e fallace si conosce dal fatto i suoi unici frutti sono parole ed espressioni. [...] Come l’amore stesso non lo si può vedere, e tuttavia si deve credere in esso, così non è possibile riconoscerlo assolutamente in modo diretto da qualche sua manifestazione esterna. [...] Quando il Vangelo parla, parla al Singolo; non parla di noi uomini, di te e me, ma parla a noi uomini, a te e a me, e parla di questo: che l’amore si conoscerà dai suoi frutti. [...]C’è solo uno che l’uomo deve temere: Dio. C’è solo uno di cui l’uomo deve aver paura, se stesso. In verità, colui che in timore e tremore verso Dio ha paura di se stesso, costui non sarà mai ingannato da un ipocrita. [...] L’arma migliore contro l’ipocrisia è l’amore, anzi non è soltanto un’arma ma un abisso spalancato che per tutta l’eternità non ha nulla a che fare con l’ipocrisia. Anche questo frutto da cui si conosce l’amore: il fatto ch’esso preserva l’amoroso dal cadere nella trappola dell’ipocrita. [...] Credi all’amore! Questa è la prima e l’ultima parola che si deve dire dell’amore, se si vuole conoscerlo. [...] È vero che l’amore si conosce dai frutti che lo manifestano, ma la vita è più di un singolo frutto e più di tutti i frutti insieme che tu potessi contare in un momento. Il criterio ultimo, il più beato, assolutamente il più convincente dell’amore resta pertanto l’amore stesso che l’amore conosce in un altro. Il simile è conosciuto soltanto dal simile. Solo colui che permane nell’amore, può conoscere l’amore, così come il suo amore può essere conosciuto.

 

 


 

TU «DEVI» AMARE

 

Mt. 22,39: "Ma il secondo comandamento è simile a questo: amerai il prossimo tuo come te stesso"

 

Quando infatti si dice: "Amerai il prossimo te stesso", questo contiene il presupposto che ogni uomo ami se stesso. [...] Come Giacobbe finì azzoppato dopo aver lottato con Dio [Gen.32, 31], così l'amor proprio si troverà spezzato, se avrà lottato con questo precetto, che non insegna all'uomo di non amare se stesso ma gli insegna invece cos'è il vero amore di sé. Che meraviglia! [...] Il Cristianesimo decide tutto con un solo unico colpo. Tutto è improvviso come un baleno, tutto è deciso, come la decisione eterna della risurrezione, "in un momento, in un batter d'occhio" [1 Cor. 15, 52]: il Cristianesimo presuppone l'uomo stesso e aggiunge soltanto, per quanto riguarda il prossimo: "Come te stesso". Eppure fra le due formule c'è la differenza dell'eternità. [...] Il Cristianesimo sa molto bene cos'è l'amore e s'intende molto di cos'è l'amore, più di qualsiasi poeta. Proprio per questo esso sa anche che quell'amore che i poeti cantano, di soppiatto non è che egoismo, e che proprio da questo si possono spiegare le loro espressioni inebrianti: amare un altro uomo più di se stesso. L'amore non è ancora l'eternità, è la bella vertigine dell'Infinito. […] Non c'è che uno che l'uomo possa con la verità dell'eternità amare più di se stesso: questo è Dio. [...] Iddio, l'uomo lo deve amare in assoluta obbedienza e in assoluta adorazione. [...] Chi è allora il prossimo di qualcuno? L'espressione è evidentemente formata da "il più vicino". Quindi prossimo è colui ch'è più vicino di tutti gli altri, però non nel senso di predilezione; infatti, amare chi ci è più vicino per predilezione è egoismo. [...] Il concetto di prossimo è in fondo il raddoppiamento del proprio Io. [...] Ma ciò che l'egoismo assolutamente non può sopportare è il raddoppiamento, e l'espressione del precetto "come te stesso" è il raddoppiamento. [...] Se qualcuno in questo senso domanda "chi è il mio prossimo?", [...] colui verso il quale io ho un dovere, è il mio prossimo. E quando compio il mio dovere, mostro che io sono il prossimo. Cristo infatti non parla di conoscere il prossimo ma del diventare noi stessi il prossimo, di mostrare di essere il prossimo come il Samaritano l'ha mostrato con la sua misericordia: infatti egli non provò che il malcapitato "era" il suo prossimo, ma ch'egli era il prossimo del malcapitato. [...] Scegliere un amato, trovare un amico: certo è un lavoro lungo. Ma il prossimo è facile da conoscere, qualora si voglia semplicemente riconoscere il proprio dovere. Il precetto diceva: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Ma se s'intende bene, il precetto dice nello stesso tempo l'inverso: amerai te stesso nel modo giusto. [...] Quando un uomo, perché il mondo o qualche altro uomo l'ha tradito, si abbandona alla disperazione, la sua colpa allora (qui non parliamo della sua sofferenza innocente) non è quella di non amare se stesso nel modo giusto?

Tu «devi» amare,

poiché questo è il distintivo dell'amore cristiano e la sua caratteristica, cioè di contenere un'apparente contraddizione: che l'amare è un dovere. [...] Prendi un pagano che non sia ancora abituato all'imparare sbadatamente la realtà cristiana come una filastrocca, oppure non ancora abituato all'idea di essere cristiano - ecco allora che questo precetto: "Tu devi amare", non soltanto lo spaventerà, ma ecciterà la sua riflessione, gli sarà di scandalo. [...] L'amore è esistito anche nel paganesimo: ma questa di dover amare è un'esigenza dell'eternità. [...] Se qualcuno pensa di avere la fede e tuttavia è indifferente per questo possesso, non è né caldo né freddo, allora può essere certo che non ha fede. Se qualcuno pensa di essere cristiano, e gli è indifferente il fatto di esserlo, in verità cristiano non è. Che si direbbe di un uomo che assicura di essere innamorato nello stesso tempo afferma che questo gli è indifferente? Pertanto, come in altre occasioni, anche quando parliamo del Cristianesimo, non vogliamo dimenticare la sua originalità, cioè ch'esso "non è sorto nel cuore di nessun uomo" [1 Cor. 2, 9]; non dimentichiamo di parlare dell'originalità della fede, perché sempre, quando un uomo l'ha per davvero, egli non crede perché gli altri hanno creduto, ma perché anche lui stesso è stato convinto dal fatto che innumerevoli uomini sono stati convinti prima di lui: né per questo la sua fede è meno originaria. Infatti lo strumento, di cui fa uso l'artigiano, si logora con gli anni, le molle si allentano e si logorano; ma la tensione dell'eternità si mantiene complessa, inalterata lungo tutti i tempi. [...] È nell'essenza della fede di essere un segreto, di essere per il Singolo, se essa non è conservata da ogni Singolo come un segreto, anche quando la professa, egli non crede. [...] L'innamoramento che l'uomo non riesce a tener segreto non è un vero innamoramento? L'innamoramento pieno di segretezza può essere un'immagine della fede; ma l'interiorità incorruttibile nascosta dell'uomo nella fede è la vita. [...] Soltanto quando c'è il dovere di amare, allora soltanto l'amore è garantito per sempre contro ogni alterazione; eternamente liberato in beata indipendenza; assicurato in eterna beatitudine contro la disperazione. [...] "Non si proclama felice nessuno finché vive": fin quando uno vive, infatti, la felicità può cambiarsi: non appena muore, e se la felicità non l'ha abbandonato mentr'era in vita, allora vede ch'egli era stato felice. [...] Quando l'amore ha assunto la mutazione dell'eternità diventando dovere, esso ha ottenuto la sussistenza e allora vien da sé ch'esso sussiste. [...] L'amore che si limita a sussistere, per quanto sia felice, beato, fiducioso, poetico, deve però subire la prova degli anni. Ma l'amore che ha subito la prova dell'eternità diventando dovere, ha ottenuto la sussistenza, è moneta garantita. [...] Soltanto quando è diventato dovere, solo allora l'amore è assicurato in eterno. Quest'assicurazione dell'eternità caccia ogni angoscia e dà all'amore la perfetta garanzia. Infatti l'amore naturale, per quanto fiducioso esso sia, ha però ancora un'angoscia, l'angoscia della possibilità della mutazione. [...] Perciò se qualcuno volesse provare se ha fede, ciò vorrebbe dire in fondo ch'egli vuole impedirsi di ottenere la fede, che vuole buttare se stesso nell'inquietudine del desiderio dove la fede sfuma sempre, perché "tu devi credere". [...] "La fede ha computato tutti i casi. E quando si deve, questo è deciso per sempre; e quando tu capirai che devi credere, allora il tuo amore è garantito per sempre". E, con questo "devi", l'amore è insieme garantito contro ogni mutazione. Infatti l'amore che soltanto esiste può mutare e può mutare in se stesso e può mutare allontanandosi da se stesso. L'amore immediato può mutarsi in se stesso, può mutarsi nel suo opposto, in odio. L'odio è un amore che è diventato il suo opposto, un amore ch'è andato a fondo. [...] Come è stato detto, della lingua, che "con la stessa lingua benediciamo e malediciamo" [Giac. 3,10], così si può anche dire che con lo stesso amore si ama e si odia; ma proprio perché è lo stesso amore, non è quello che resta il medesimo immutato nel senso dell'eternità, mentre quello immediato, quando è mutato, è in fondo il medesimo. Il vero amore che ha assorbito la qualità dell'eternità diventando dovere, non si cambia mai, è semplice, esso ama - mai odia, non odia mai - l'amato. [...] Se invece l'amore diventa dovere, assume la qualità dell'eternità, allora non conosce abitudine, perché l'abitudine non avrà nessun potere su di lui. [...] Soltanto quando c'è il dovere di amare, allora soltanto l'amore è liberato in beata indipendenza. [...] Colui nel quale l'amore è un'aspirazione sente certamente libero nel suo amore, così perderebbe tutto se perdesse l'amato, proprio perché è indipendente. Però ad una condizione: che egli non scambi l'amore col possesso dell'amato. Se qualcuno ponesse l'alternativa: "o amare o morire", indicando che una vita senza amare non è degna di essere vissuta, gli si dovrebbe dare ragione. Ma se nella prima ipotesi s'intendesse il possesso dell'amato e quindi si pensasse: o possedere l'amato o morire, od ottenere quest'amico o morire, bisognerebbe dire che un siffatto amore in un senso non vero, è dipendente. Appena l'amore nel suo rapporto all'oggetto non si rapporta altrettanto a se stesso, è invece totalmente dipendente, allora è in un senso non vero dipendente, allora ha la legge per la sua esistenza fuori di sé ed è quindi corruttibile, terreno, temporale, dipendente. Ma l'amore il quale, diventando dovere, assume situazione dell'eternità ed ama perché deve amare, allora è indipendente. Esso ha la legge della sua esistenza nello stesso rapporto dell'amore all'Eterno. Questo amore non può mai diventare dipendente in un senso non vero: poiché l'unica cosa da cui è dipendente è il dovere, e il dovere è l'unica cosa che rende liberi. [...] "Soltanto la legge può dare la libertà"! Ahimè, spesso si pensa che la libertà esiste e che è la legge a legare la libertà. Però è proprio all'inverso; senza legge non c'è libertà ed è la legge che dà la libertà [...] Se quando qualcuno dice a un altro: "Io non posso più amarti!", l'altro risponde: "Allora anche io ti posso lasciar perdere!" - è mai questo indipendenza? Ahimè, questo è dipendenza, poiché che egli continui ad amare o non, dipende dall'amore dell'altro. Ma colui che risponde: "Allora io devo continuare ad amarti", il suo amore ha l'eterna libertà della beata indipendenza. Egli non lo dice per orgoglio - a causa del suo orgoglio: no, egli lo dice con umiltà, umiliandosi sotto il "devi" dell'eternità, proprio perché egli è indipendente. Soltanto quando l'amare è un dovere, allora soltanto l'amore è assicurato contro la disperazione. [...] Il fatto che l'amore immediato può giungere a disperare, mostra ch'esso è disperato, cioè che quando esso è felice, ama con la forza della disperazione. [...] Della disperazione si può dire: può disperare solo chi è disperato. Quando l'amore immediato dispera per l'infelicità, non fa altro che manifestare ch'esso era disperato, ch'esso anche nella sua felicità era disperato. La disperazione consiste nel rapportarsi con passione infinita a qualcosa di particolare; poiché con passione infinita, se non si è disperati, ci si può rapportare soltanto all'eterno. [...] Invece l'amore che diventando dovere ha assunto la qualità dell'eternità, non può mai disperare, proprio perché non è disperato. [...] La disperazione è una sproporzione nell'intimo della natura umana. [...] Perciò non c'è che una sicurezza contro la disperazione: assumere la qualità della eternità col "devi" del dovere. Chiunque non sottostà a questa mutazione, è disperato. [...] La disperazione è mancanza della eternità; la disperazione è il non aver assunto la qualità dell'eternità col "devi" del dovere. La disperazione non è quindi la perdita dell'amato: questo è infelicità, dolore, sofferenza; la disperazione è mancare dell'eternità. [...] Poiché quando nel tempo è reso impossibile l'avere amato, allora l'eternità dice "tu devi amare", cioè l'eternità salva l'amore dalla disperazione proprio rendendolo eterno. Ecco, la morte separa i due amanti - quando il superstite cade nella disperazione: cosa potrà soccorrerlo? Un aiuto temporale è una disperazione ancora più dolorosa; ma allora l'eternità viene in aiuto. Quando essa dice: "Tu devi amare", è come se dicesse: "Il tuo amore è eterno". [...] L'amore, che ha assunto la esigenza dell'eternità diventando dovere, non è liberato dall'infelicità, ma è liberato dalla disperazione: sia nella felicità sia nell'infelicità è parimente salvato dalla disperazione.


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