Prologo
"La realtà è che per capire Kierkegaard
l’unico criterio è Kierkegaard stesso"
(Cornelio Fabro)
Quando l’11 novembre 1855, a quarantadue anni, muore Søren Kierkegaard, ben pochi si resero conto che la sua scomparsa, lungi dal relegarlo nell’oblio, segnava invece l’inizio di una serie di influssi che ancor oggi non sono terminati. Certo, ci volle del tempo perché ci si rendesse conto di ciò, ma a partire dalla Kierkegaard-Renaissance tedesca, nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, la figura solitaria del grande danese è stata riconosciuta come quella del primo "testimone" della modernità.
Kierkegaard fu una persona molto dotta che aveva condotto una vita agiata, raffinata, a tratti anche mondana, eppure fu sempre infelice, tormentato dalla malinconia, dall’angoscia e dalla disperazione. Il suo nome già sembrava presagire tutto ciò; Kierkegaard significa, alla lettera, "cimitero", quel luogo in cui, come egli stesso scrive nel Diario, "è raccolto il contenuto dell’intera vita". Passò gli ultimi dieci anni della sua vita a scrivere un numero impressionante di pagine, ma la sua lingua, il danese, era periferica e minoritaria, e la stessa cultura danese del suo tempo era troppo lontana dalle correnti più vive della cultura europea; per questi motivi rimase un pensatore isolato. Nonostante ciò, appena cominciarono a circolare le prime traduzioni tedesche, circa cinquant’anni dopo la sua morte, il suo influsso sulla cultura europea sarà enorme.
Il filosofo danese ha esercitato una suggestione fortissima su scrittori quali: Henrik Ibsen, Rainer Maria Rilke, Franz Kafka (in una "lettera a Max Brod", affermò che dal suo "caos di spirito, tristezza e fede, [...] emana tanta luce che un po’ ne arriva in tutti gli abissi"), Miguel de Unamuno, Thomas Mann, Albert Camus; fortissimo l’influsso anche sugli autori ebrei quali: Ludwig Wittgenstein, Simone Weil, Löwith, Luckás, Adorno, Horkheimer, Bloch, Levinas (lo definì: "il pensatore del nostro tempo"). Ma il discorso si potrebbe allargare agli influssi che il pensiero kierkegaardiano ha esercitato sulla pittura degli espressionisti, ad esempio Edvard Munch, o su registri cinematografici come Ingmar Bergman; oppure sui maggiori teologi di questo secolo come Karl Barth e Rudolf Bultmann, oppure sugli stessi filosofi che, pur percorrendo altre vie, sono partiti dalla sua stessa istanza: Karl Jasper, Jean-Paul Sartre, Martin Heidegger. Quest'ultimo, pur essendo un pensatore tutto sommato molto diverso da Kierkegaard, definì il filosofo danese come "uno scrittore di cose religiose; non certo uno qualsiasi, ma l’unico all’altezza del destino del suo tempo" e manifestò sempre la sua ammirazione incondizionata per gli scritti edificanti kierkegaardiani. Ma per quale motivo Kierkegaard è divenuto un punto di riferimento così essenziale per la cultura europea contemporanea? A cosa si deve tutto questo successo seppur tardivo?
Kierkegaard ha operato nel pensiero contemporaneo una specie di nuova "rivoluzione copernicana" poiché ha messo la concreta esperienza esistenziale del "Singolo" al posto dell’astrattezza concettuale della speculazione filosofica. Insomma, Kierkegaard pensa per vivere e non vive per pensare. La totale divergenza tra conoscenza e vita, tra ragione e fede, conflitto latente fra due orizzonti mentali diversi dal cui incontro e scontro è sorta e si è sviluppata la bimillenaria cultura dell’Occidente cristiano, trova la sua piena consapevolezza nel pensiero di Kierkegaard. Certo, altri pensatori prima di Kierkegaard erano già ben consapevoli della irriducibilità di tale contrasto, come ad esempio Blaise Pascal e Johann Georg Hamann; ma è solo nel grande pensatore danese che emerge in tutta la sua tragicità e in tutte le sue implicazioni quello che per tanti secoli era stato quasi sempre nascosto o velato.
"In Kierkegaard la soggettività _ che era divenuta conoscenza anziché esistenza, che era divenuta ipertrofica e che infine per ciò stesso era stata svuotata _ viene capovolta e riportata alla sua origine biblica, riscoperta cioè nel suo essenziale rapporto con Dio e rifiutata, di conseguenza, nella sua fatale degenerazione moderna" [S. Quinzio, "Kierkegaard, il cristiano moderno", in S. Kierkegaard, "Opere", ed. PIEMME, Casale Monferrato 1995, vol. I, p. XIII]. Il "Singolo" diventa la categoria fondamentale del pensiero kierkegaardiano; "proprio per farla finita con la falsa soggettività, si deve andare in fondo fino al "Singolo" _ davanti a Dio" [S. Kierkegaard, "Diario", tr. it. a cura di C. Fabro, Morcelliana, Brescia 1980 - 19833, t. 7, p. 74, n. 2775 (Papirer 1850, X2 A 401)]. È attraverso questa "singolarità", questo "rapportarsi" direttamente a Dio, questa fede che è "ferita aperta" che Kierkegaard ha operato la sua "rivoluzione" perché ha saputo vedere quel processo di secolarizzazione proprio del corrompimento del cristianesimo all’interno della stessa cristianità. Egli "ha osato vedere che nel moderno il mondo ha definitivamente vinto. In lui si profilano già nettamente, alla metà del secolo scorso, anche quelli che saranno i problemi divenuti dominanti in questi nostri anni, come l’insidia infernale che si cela nel destino della massificazione e dei mezzi di comunicazione che l’alimentano e ne sono, insieme, il prodotto" [S. Quinzio, "Kierkegaard, il cristiano moderno", in S. Kierkegaard, "Opere", ed. PIEMME, Casale Monferrato 1995, vol. I, p. XVII].
|