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Storie o favole?


ARDSU*
Diritto allo studio: diritto?
di Antonio Della Rovere

Questa rivista esce grazie al contributo dell’ ARDSU e lo stesso scrivente è alloggiato presso la Casa dello Studente "G.Salvemini" di Firenze: si ringrazia l’ARDSU per questo, ma ciò non può impedire di essere critici nei suoi confronti.
C’era una volta l’Opera universitaria; sorta nei primi anni del II dopoguerra ha visto in cinquant’anni vari cambi di gestione: dall’università è passata alla Regione, poi al comune, di nuovo alla Regione, per essere dichiarata nel ‘96 ente autonomo. Sembrerebbe l’inizio di una bella favola, purtroppo è triste realtà. Limitando la nostra analisi solo all’ultimo decennio, si può capire perchè la ragione mi porta ad essere pessimista a tal riguardo.
L’ARDSU (Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario), derivata dall’Opera, è l’ente preposto a garantire il servizio omonimo: distribuisce borse di studio e posti alloggio; per usufruire dei benefici che offre, bisogna rientrare in categorie delimitate da 2 parametri: uno riguarda il merito, l’altro il reddito, anche se ormai è evidente a tutti che l’elemento dicriminante è il primo. Viviamo in uno Stato la cui caratteristica principale risiede nell’ enorme distanza che divide la Costituzione formale da quella sostanziale; la strada su cui l’ARDSU procede sembra voler imitare questa pessima caratteristica. Negli ultimi anni si assiste ad un processo, lento ma inesorabile, che tende al progressivo smantellamento dei più elementari presupposti che danno sostanza all’ astratto termine “diritto”. Per “diritto” intendo un - inte-resse tutelato dalla legge mediante la garanzia di una diretta utilità sostanziale .
Da un estremo all’altro
Dieci anni fa il reddito di una famiglia costituiva ancora la base primaria per vincere e confermare l’allora assegno di studio (dalle 750.000 per gli studenti in sede a lire 1.500.000 per quelli fuorisede), per poter accedere e conservare l’alloggio. La matricola bisognosa aveva diritto al presalario e al posto alloggio per l’intera durata del corso di laurea più eventuali anni fuoricorso; per conservarli, chi ne aveva già usufruito aveva la priorità sugli altri e gli bastavano 1 o 2 esami l’anno (troppo pochi).
Dall’anno accademico 1997/98 opererà una nuova condizione per conservare l’alloggio: se prima bastava aver superato la metà degli esami (arrotondata per difetto) del piano di studi previsto per l’anno precedente a quello d’iscrizione, ora ne occorreranno i 2/3 (sempre arrotondati per difetto); se ciò può essere uno stimolo allo studio, può rivelarsi anche un elemento che lo condiziona: uno studente può essere buttato sulla strada perchè magari ha superato “solo” 13 esami su 21, invece di 14 (pure troppi).
Inoltre, prendendo come riferimento una famiglia tipo di 3 persone, esistevano in passato 9 fasce o soglie di reddito da non superare all’interno di un’unica categoria, che variava da un massimo di lire 33.787.700 (2 redditi da lavoro dipendente e reddito fondiario minore di lire 500.000) ad un minimo di circa lire 10.000.000 (pensioni INPS minime sia da lavoro autonomo che dipendente e stesso reddito fondiario) ; in media quindi si trattava di non superare la soglia di lire 20.878.800 (reddito da lavoro dipendente e fondiario maggiore di lire 500.000). Dall’anno accademico 1994-95 l’ARDSU ha quasi triplicato le soglie (secondo stime della Commissione Povertà), ha portato quella di riferimento a lire 55.000.000 (adesso, circa 2 milioni in meno e nel 1992-93 ancora sui 21 milioni), omologando tutti i diversi redditi. Le vecchie distinzioni non esistono più ; c’è una falsa e meschina equità cucinata da cuochi improvvisati che con ingredienti diversi preparano pessimi minestroni.
Equità a perdere
Non si critica l’aver elevato le soglie, non si approva la falsa parità istituita. Quest’ “equità di Pirro” viene attuata anche verso gli studenti con i papà più che benestanti ; se si dichiarano 71, 490 o 4900 milioni, l’importo delle tasse universitarie si aggira sempre sul milione e mezzo. Non mi sembra ingiusto desiderare che ognuno paghi secondo il proprio reddito ; non mi sembra ingiusto desiderare un’università dove chi ha un reddito fino ai 30 milioni lordi non paghi una lira di tasse e chi invece ce l’ha di 300 le paghi per entrambi ; mi sembra giusto volere un cambiamento che introduca a scuola una tassazione progressiva sul reddito ; penso sia giusto che chi ha un miliardo paghi le tasse per dieci persone che hanno 10 milioni, almeno in una società che si dice giusta ed egualitaria, e fa del diritto-dovere una sua prerogativa. In un periodo in cui si fa un gran parlare di “abolizione di privilegi”, troviamo nella guida universitaria 96-97 una norma che dice testualmente : “Non sono da considerare ai fini della determinazione el reddito complessivo lordo […] le rendite e pensioni che non costituscono reddito (rendite erogate dall’INAIL, pensioni privilegiate ordinarie “militari-tabellari”)”. Mah !
Non occorre essere esperti economisti per notare che negli ultimi anni all’elevato aumento del costo della vita è corrisposta una quasi completa staticità dei salari da lavoro dipendente e che la differenza tra reddito lordo e netto si aggira su di un terzo del totale. Dal 1994-95, per gli studenti, oltre ai poco più che triplicati importi delle borse di studio (6 milioni meno due milioni e 600 mila in servizi) sono aumentati il sudore e la fatica dei genitori per farli proseguire negli studi e far salire loro qualche gradino della scivolosa scala sociale.
Diritto ?
Se si analizza il caso in cui il nucleo familiare è composto da una persona, ovvero quello dello studente lavoratore, comincio a credere che diritto sia diventato un termine ironico ; la soglia di reddito per costui (solo per partecipare al concorso) è di circa 24 milioni lordi. Tenendo presente che ha realmente a disposizione 16 milioni, vive e lavora a Firenze, paga un affitto, deve pagare luce, acqua, gas e telefono, mangiare, bere, muoversi, vestirsi e distrarsi, comprare libri costosissimi e pagare le tasse universitarie (se idoneo non vincitore), mi chiedo con rabbia come si possa ancora parlare (per costui come per gli altri) di diritto allo studio.
Chi tanto e chi niente
Nel 1993-94 sono aumentate le soglie di reddito; successivamente sono più che raddoppiati gli importi delle borse di studio; niente da ridire se il numero di borse erogate fosse come nel 1992-93 di 1650, mentre l’anno successivo sono passate a 1538 (per fortuna negli anni successivi sono aumentate) ; altro da ridire riguardo al trattamento riservato all’idoneo non vincitore (figura creata negli ultimi anni) : se si risulta tali, si ha diritto a niente. Penso sia opportuno che questi quantomeno abbia diritto all’esonero dalle tasse e possibilmente non paghi la retta per l’alloggio, e possa usufruire della mensa a costo zero ; a chi non vuole usufruire di questo servizio, vengono automaticamente e obbligatoriamente detratte dall’importo della borsa di studio lire 2.000.000. Si sta forse cercando di introdurre il numero chiuso con strumenti economici ? Attualmente all’interno delle università e delle Case dello Studente (pardon, Residence), regna una soporifera passività che porta ad accettare supinamente nuove condizioni e regolamenti sempre più restrittivi. In passato ci sono state diverse occupazioni per ottenere miglioramenti : il ’68 ormai è un lontano ricordo, la “Pantera” si è dimostrata alla fine un mansueto micetto ; ma questa è un’altra storia e magari ne parleremo nella prossima puntata (se ci sarà).

* Azienda Regionale del Diritto allo Studio Universitario

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