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Opinione


Pacificazione "alla memoria"
di Emanuele Rossi

Abbiamo scelto di soffermarci a lungo sul tema del revisionismo da un punto di vista storiografico, ma vorrei spendere due parole su quello che, secondo me, è un terreno dove facilmente tendenze più o meno revisioniste possono avere presa: la cosiddetta pacificazione nazionale.
Mi sembra di percepire, dietro ai continui richiami di intellettuali e politici al superamento del passato e alla riconciliazione dei nemici di un tempo, una volontà di “embrassons-nous” non frutto di un percorso di ricerca e di maturazione giunto a compimento dopo una riflessione globale (sia dei “vinti” che dei “vincitori”, quindi), ma un desiderio di rendere normale un panorama politico che, risentendo ancora del vissuto della storia e del peso della testimonianza diretta dei protagonisti, non riesce a dare un unanime e veritiero giudizio sul passato.
Il nodo del contendere è, in modo particolare, la questione delle scelte fatte nel ‘43 dagli italiani: o con Salò o con i partigiani, o di qua o di là, o Bianco o Nero; non è mai utile analizzare la storia con ottica manichea, ma forse questa è la volta di fare un’eccezione. Si rischia di vedere acquisita, nel sentire comune, l’idea – revisionista – che le scelte di aderire all’uno o all’altro campo siano state ambedue legittime e quindi equivalenti.
Ho grande rispetto per chi, giovane o meno giovane, decise di impegnarsi sinceramente tra le fila repubblichine e che può aver pagato con la morte (condizione che rende tutti gli uomini degni di preghiera e compianto), ma la più o meno presunta buona fede di quei protagonisti non permette che si accetti di considerare la loro posizione come equiparata a chi lottò e morì per la libertà e la pace contro il partito unico, la persecuzione razziale, una cultura di morte e distruzione.
La scelta cui si trovarono di fronte gli italiani implicava una responsabilità personale che non si esauriva nel vissuto del singolo individuo, nell’azione fine a se stessa, ma contribuiva ad alimentare un ideale politico, un fine comune, un avvenire da condividere. L’oggi non sarebbe uguale se ieri quei giovani “in buona fede” fossero stati decisivi a far vincere i nazisti. La riconciliazione e la normalizzazione del presente, se non sono già avvenuti nei fatti, nel convivere democratico di tutti gli italiani, non credo possano avvenire attraverso gli inviti istituzionali al compianto comune dei morti, ma con l’accettazione della verità storica e con il riconoscimento degli errori dei vivi.

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