6. Nominare

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"Ecco, nominare! In pittura non si può mai giungere a nominare gli oggetti" (nota n. 1). Nominare gli oggetti come sacra possibilità di determinare l’essenza delle cose, questo è lo scopo impossibile e perciò perseguito con infaticabile lena. Ma il nome dell’oggetto figurativamente consiste nella sua apparizione che si impone come presenza ineludibile, nell’urto che da essa deriva, nel mutismo procurato in cui costringe colui che guarda: in una parola nella maschera. "I quadri non guardano, c’è il colore. I pittori veneziani, spagnoli hanno inventato un colore formidabile. Hanno inventato la maschera? No. Delle effigi, nulla più" (Ibidem).

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Il volto dell'Infanta Margherita

L’approccio alla maschera conduce al rifiuto dello sguardo come apertura sul profondo. Il volto rinnega la traiettoria del progetto e della intenzione, per farsi esteriore presenza di una apparizione muta, che non segnala, che non indica: l’apparente paradosso di un segno senza rimando, senza interpretazione, senza sguardo. I diciannove studi dedicati esclusivamente al volto dell’infanta Margherita sottolineano questa ulteriore ricerca ossessiva, passare oltre il ritratto, escludere l’effigie della figurazione. L’elusione del meccanismo dell’illusione determina il tentativo di cogliere un’apparenza più decisiva, rinunciante alla"esposizione" del carattere, che si assesta nella geometrizzazione eccessiva e nella inversione e appiattimento della prospettiva, stravolgimento degli strumenti principi della rappresentazione classica.
In questo senso la vertigine della quantità eccessiva diviene mimesi dell’incantamento: non di un incantamento rituale, che irretisce nella ripetizione del gesto senza scopo; non di un incantamento mitico, che irretisce nel racconto e nell’epica delle gesta; ma di un incantamento anch’esso mitico, seppure di segno diverso. Esso poggia sulla statica fascinazione del muto urto della maschera contrapposta all’effigie che conduce ad una mitologia ancor più originaria nella sua tautologia, tuttavia glaciale e senza speranza di redenzione. E’ il perseguimento di una impossibile sacralità del buio, del mutismo e dell’oblio, nella regressione del segno verso l’Oggetto senza mondo, senza 1’orizzonte della luce della sua apparenza. Apparizione al di fuori della rappresentazione, la maschera di Picasso, con il suo rifiuto di nominare gli oggetti, segna il limite di un mito senza racconto, che si sa vuoto. Finzione del Sacro fredda e consapevole, essa denuncia l’assenza come fondamento costitutivo dell’immagine, aldilà del proprio irraggiungibile stato originario di innocenza senza parola, commento e distinzione.

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Lo Studio n. 9 dei 19 dedicati al volto dell'Infanta

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N. 1

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N. 28

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N. 30

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N. 33

Questo fallimento si manifesta in tutti gli studi su Las Meninas in un doppio senso. Le due figure della negazione delle regole della rappresentazione istantanea di Velazquez, il nano e il cane, anche in Picasso assumono una posizione particolare. Quasi sempre sono delineate in contrasto evidente con le restanti figure: in bianco, a segnare con una sorta di incompiutezza la loro estraneità nel n. 1; in un uniforme grigio e bianco contro lo sfondo policromo nel quale si confondono i "personaggi" nel n. 28; in un colore bruno, sempre a contrasto nel n. 30 e nel n. 33. D’altra parte la figura del cane non è affatto somigliante a quella di Velazquez. Lo scacco dell’apparenza è presente nei panni della familiarità, del vicino e del domestico. E’ il cane personale di Picasso che è ritratto: esso irride con la sua ridicola presenza troppo consueta di compagno, nella consapevolezza di chi segna, l’autore, al naufragio del suo compito.

Nota n.1

Malraux, A. 1974 La Tête d’obsidienne, Paris. Tr. it. di S. d’Alessandro e G. Mariotti, Il cranio di ossidiana. Meditazione sulla morte di Picasso e sulla vita delle forme, Garzanti, Milano 1975. p. 45

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