5. La sintassi

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La sintassi dello sguardo rappresentativo è costituita dalla somiglianza strutturata in visibilità leggibile. II testo, ritiratosi dalla fondazione mitica dell’immagine, si dispone come orizzonte della visibilità somigliante. Lo sguardo diviene il testo stesso della rappresentazione: la natura umana rappresentata consiste nell’effigie. L’effigie, orientata sintatticamente nell’apparenza, consiste a sua volta nel "carattere" dello sguardo: sguardo muto, ma riconoscibile come tale, perché rivolto all’esterno nell’affacciarsi dell’umanità. Di tutti gli sguardi concentrati nella rappresentazione non posso più dire nulla rispetto al personaggio, alla sua storia. Ciò che rimane è la neutralità della riconoscibilità umana dello sguardo che si incrocia con il mio nell’istante della visione. II volto nulla esprime, se non il proprio essere effigie neutra di un carattere imprecisabile e nello stesso tempo di un mondo in cui è inserita. La malinconia del ritratto è del tutto inscritta in questo rapporto di muta reciprocità di sguardi neutri.

 

 

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Filippo IV

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Las Hilanderas

I nomi che si incontrano nella chiacchiera aneddotica della scena familiare divengono anch’essi consueti e conosciuti nella loro significanza, come il volto dell’antenato sconosciuto, ma non per questo estraneo. Essi, Margherita, le sue damigelle, Maribarbola, la serva obesa, la dueña e il guardadame, José Nieto, lo stesso Velazquez, offrono il loro sguardo allo sguardo reciproco dei sovrani attraverso un processo progressivo di concentrazione verso un unico punto focale dell’attenzione, che coincide con il nostro sguardo muto.

 

L’irretimento dello sguardo umano, il fascino della visibilità, si installa nelle effigi inesplicabili, pur nella loro banalità familiare. Più importante è il carattere rappresentato e tanto meno il suo sguardo è significativo. Cosa vogliano questi occhi a. noi rivolti nessuno può dirlo aldilà del fascino dell’incontro degli sguardi; fino all’estrema confusione degli sguardi più lontani, ancora più vuoti nella loro imprecisione, quelli dello spettatore richiamato aldilà della soglia e dei sovrani nello specchio. Meccanismo questo di sfumatura e straniamento in seguito presente in lavori anche più tardi, in Venere allo specchio e in Las Hilanderas.

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Venere allo specchio

Ma tra i personaggi della messa in scena istantanea ve ne sono due che sfuggono a questo gioco degli sguardi concentrati. Si tratta di due figure in primo piano, sulla destra, che, invece di partecipare a questa scena rituale di celebrazione, sono impegnati in tutt’altre occupazioni . Il nano sulla destra, il suo nome pare fosse Nicola Pertusato, è impegnato a sollecitare il cane. Lo sguardo del nano è distratto, decentrato rispetto alla scena del voto nei confronti della sovranità. Altrettanto decentrato è lo sguardo del cane, volto verso il basso, chiuso nella sua animalità, in una "presenza" che tuttavia si nega alla messa in scena, se non come ornamento apparentemente periferico. Ancora effigie, esso sfugge però alla completa caratterizzazione di immagine significativa in quanto tale. Del resto in tutta l’opera di Velazquez è consueta questa presenza di uno sguardo "naturale".

 

 

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Pertusato e il cane

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Dalla particolare affezione a soggetti che raffigurano nani, buffoni di corte, a cui il pittore dedicò spesso ritratti, alla attenzione ossessiva nei confronti degli animali stessi, spesso rappresentati in modo simile al cane di Las Meninas ,il cane di Giacobbe riceve la tunica di Giuseppe del 1630,

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il cavallo di Las Lanzas del 1635,

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il gatto di Las Hilanderas del l657.

 

 

il cane addormentato del Ritratto dell’infante Carlos in abito da cacciatore del 1635,

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Lo sguardo naturale del1’animale raffigurato si nega all’incontro diretto con lo sguardo dello spettatore, si volge verso il basso, esclude 1’interesse, annuncia una chiusura della visibilità e della leggibilità che pone in atto il preludio alla conclusione di ogni rappresentazione: lo sguardo chiuso, ebete, non significativo e neanche significante. Nel negare ogni possibile rapporto, anche in linea di principio, cosa che invece accade agli sguardi dei "personaggi", delle effigi, esso prelude già alla maschera, all’assenza del rapporto, allo sguardo senza traiettoria di un’immagine mitica muta e non leggibile, neanche in linea di principio, tutta superficiale, senza profondità, sciolta nel segno del suo farsi.

 

 

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