"Se si ama qualcuno, lo si ama così com'è non si desidera influenzarlo perché, se si riuscisse, non sarebbe più lui. Meglio rinunciare all'essere che si ama che cercare di modificarlo con la pietà o la tirannia."
Tanto tempo fa (quasi un anno) ti dissi: "Amo quello che sei non quello che dai" ma aspetto e per capire (qualsiasi cosa) devi anche parlare. Ti bacio. |
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[....] Fra i vizi della nostra epoca, è noto che c'è il senso della colpa: se ne parla e se ne scrive molto. Tutti ne soffriamo. Ci sentiamo coinvolti in una faccenda di giorno in giorno più sudicia. Si è detto anche del senso di panico. anche di questo, tutti ne soffriamo. Il senso di panico nasce dal senso di colpa. E chi si sente spaventato e colpevole, tace. Del senso di colpa, del senso di panico, del silenzio, ciascuno cerca a modo suo di guarire. Alcuni vanno a fare dei viaggi. Nell'ansia di veder paesi nuovi, gente diversa, c'è la speranza di lasciare dietro a sè i propri torbidi fantasmi, c'è la segreta speranza di scoprire in qualche punto della terra la persona che potrà parlare con noi. Alcuni s'ubriacano, per dimenticare i propri torbidi fantasmi e per parlare. E ci sono poi tutte le cose che si fanno per non dover parlare: alcuni passano le serate addormentati in una sala di proiezioni, con al fianco la donna alla quale, così, non sono tenuti a dover parlare; alcuni imparano a giocare a bridge; alcuni fanno l'amore, che si può fare anche senza parole. Di solito si dice che queste cose si fanno per ingannare il tempo: in verità si fanno per ingannare il silenzio. Esistono due specie di silenzio: il silenzio con sè stessi e il silenzio con gli altri, L'una e l'altra forma ci fanno egualmente soffrire. Il silenzio con noi stessi è dominato da una violenta antipatia che ci è presa per il nostro stesso essere, dal disprezzo per la nostra stessa anima, così vile da non meritare le sia detto nulla. E' chiaro che bisogna rompere il silenzio con noi stessi se vogliamo provarci a rompere il silenzio con gli altri. E' chiaro che non abbiamo nessun diritto di odiare la nostra stessa persona, nessun diritto di tacere i nostri pensieri alla nostra anima. Il mezzo più diffuso per liberarsi del silenzio, è andare a farsi psicanalizzare. Parlare incessantemente di sè stesso a una persona che ascolta, che è pagata per ascoltare: mettere a nudo le radici del proprio silenzio: sì, questo forse può dare un momentaneo sollievo. Ma il silenzio è universale e profondo. Il silenzio, lo ritroviamo subito appena usciti dalla porta della stanza, dove quella persona, pagata per ascoltare, ascoltava. Ci ricaschiamo subito dentro. Allora quel sollievo di un'ora ci sembra superficiale e banale. Il silenzio è sulla terra: che ne guarisca uno solo di noi, per un'ora, non serve alla causa comune. Quando andiamo a farci psicanalizzare, ci dicono che dobbiamo smetterla di odiare così fortemente la nostra stessa persona. Ma per liberarci di questo odio, per liberarci del senso di colpa, del senso di panico, del silenzio, ci viene suggerito di vivere secondo natura, di abbandonarci al nostro istinto, di seguire il nostro puro piacere: di fare della nostra vita una pura scelta. Ma fare della vita una pura scelta non è vivere secondo natura: è vivere contro natura, perchè all'uomo non è dato scegliere sempre: l'uomo non ha scelto l'ora della sua nascita, nè il proprio viso, nè i propri genitori, nè la propria infanzia: l'uomo non sceglie, di solito, l'ora della sua morte. L'uomo non può che accettare il proprio viso così come non può che accettare il proprio destino: e la sola scelta che gli è consentita è la scelta fra il bene e il male, fra il giusto e l'ingiusto, fra la verità e la menzogna. Le cose che ci dicono quelli da cui andiamo a farci psicanalizzare non servono perchè non tengono conto della nostra responsabilità morale, della sola scelta che è consentita alla nostra vita: chi di noi è andato a farsi psicanalizzare, sa bene come quell'atmosfera d'effimera libertà di cui si godeva a vivere secondo il nostro puro piacere, fosse un'atmosfera rarefatta, innaturale, in definitiva irrespirabile. Di solito questo vizio del silenzio che avvelena la nostra epoca, lo si esprime con un luogo comune: "Si è perduto il gusto della conversazione": E' l'espressione futile, mondana, di una cosa vera e tragica. Dicendo "il gusto della conversazione" noi non diciamo niente che ci aiuti a vivere: ma la possibilità di un libero e normale rapporto fra gli uomini, questo sì ci manca, e ci manca al punto che alcuni di noi si sono ammazzati per la coscienza di questa privazione. Il silenzio miete le sue vittime ogni giorno. Il silenzio è una malattia mortale. Mai come oggi, le sorti degli uomini sono state tanto strettamente connesse l'una all'altra, così che il disastro di uno è il disastro di tutti. Si verifica dunque questo fatto strano: che gli uomini si trovino strettamente legati l'uno al destino dell'altro, così che il crollo di uno solo travolge migliaia di esseri, e nello stesso tempo tutti soffocati dal silenzio, incapaci di scambiarsi qualche libera parola. Per questo -perchè il disastro di uno è il disastro di tutti- i mezzi che ci sono offerti per guarire dal silenzio si rivelano insussistenti. Ci viene suggerito di difenderci con l'egoismo della disperazione. Ma l'egoismo non ha mai risolto nessuna disperazione. Siamo anche troppo avvezzi a chiamare malattie i vizi della nostra anima, e a subirli, a lasciarcene governare, o a blandirli con sciroppi dolci, a curarli come fossero malattie. Il silenzio dev'essere contemplato, e giudicato, in sede morale. Non ci è dato scegliere se essere felici o infelici. Ma bisogna scegliere di non essere diabolicamente infelici. Il silenzio può raggiungere una forma d'infelicità chiusa, mostruosa, diabolica: avvizzire i giorni della giovinezza, fare amaro il pane. Può portare, come si è detto, alla morte. [....] N. Ginzburg |
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"...si aspetta di essere cercati di nuovo e si resta a occhi aperti di notte aspettando il passo di chi torni a reclamarci."
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