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LIBRO X EPICURO

EPICURO introduce sull'atomismo democriteo il παρέγκλισις  (=clinamen in Lucrezio); al fato stoico sostituisce il meccanicismo e il caso=arbitrium indifferentiae, "chi è perfetto non ha bisogno di nulla e quindi non fa nulla"; làthe biòsas (salvo l'amicizia, "hortus conclusus", associazione difensiva verso la  realtà, cfr. massima XXVII)]

Ateniese (secondo Erodoto in "Sull'Efebia" E. fu illegittimo cittadino). Narra E. che a 14 anni, non sapendo i suoi maestri spiegargli il Caos in Esiodo, si diede alla filosofia. Secondo Timone passò alla filosofia leggendo Democrito e "ultimo dei fisici, il più porco e il più cane, (venne) da Samo, maestro di scuola, il più ignorante dei viventi". Fu vergognoso adoratore di Mitra. Nei suoi 37 libri "Sulla natura" definisce i Platonici "adoratori di Dioniso", Arist. "dissipatore", Protagora "facchino e scrivano di Democrito", Eraclito "rimescolatore", Democrito "spacciatore di bagatelle", i Dialettici "esiziali", Pirrone "ignorante e indotto". Fu invincibilmente buono, *E la sua scuola ininterrotta, probo nei sentimenti e onorato in vita e in morte. Vs. Pitagora, non ammetteva la comunanza delle proprietà, ché essa implica sfiducia e senza fiducia non si può aver amicizia. Godeva di pane acqua e "gozzovigliava" con una pentolina di formaggio. Tale era l'uomo, secondo il quale il piacere è il fine della vita.

Nacque nel terzo anno della CIX (341), *M 72enne nel secondo della CXXVII (271-70), di calcoli renali dopo 14 giorni di malattia (scrisse testamento e lettera a Idomeneo di Lampsaco" a tutti questi mali resiste la mia anima, lieta nella memoria dei nostri colloqui del passato..."), in una tinozza d'acqua calda bevendo del vino puro e raccomandando agli amici di essere memori della sua dottrina. Epigr. DL "... entrato nella calda tinozza bevve in un sorso vino purissimo e freddo Ade". Suo discepolo fu Metrodoro di Lampsaco, poi Ermarco che scrisse bellissimi libri e morì [*M] di paralisi.

Fu poligrafo, e per numero di libri (300 rotoli circa) superò tutti gli altri. Non vi ricorrono citazioni, ma ogni parola è stata scritta da Epicuro.

Rigettano la dialettica come superflua. Nel "Canone" e nelle "Massime Capitali" E. afferma che criteri di verità sono le sensazioni (aisthèsis), le anticipazioni (prolépsis) e i sentimenti (pàthe): "la ragione dipende assolutamente dalle sensazioni". La prolessi è una cognizione o immediata apprensione del reale (katàlepsis) o un'opinione retta o idea universale come *Memoria di ciò che è spesso apparso dall'esterno. L'opinione o supposizione (ipòlepsis) è vera se confermata dall'evidenza dei sensi, o falsa o "in attesa di conferma" se contraddetta dai sensi.

I sentimenti o affezioni (pàthe) sono due: piacere (conforme a natura) e dolore (allotrio) e sono essi a determinare i criteri di scelta e avversione. Nell'epistola ad Erodoto, che gli chiedeva una sintesi della sua dottrina fisica, E. scrive: Il tutto è infinito, consiste di corpi e *Vuoto: se quest'ultimo (o spazio, o luogo o ciò che per sua natura è impalpabile) non fosse, *nulla vi sarebbe in cui i corpi potrebbero essere. Dei corpi alcuni sono composti altri elementari e questi sono atomi, indivisibili e immutabili, moventesi incessantemente e in eterno, se è vero che non tutte le cose potranno perire e risolversi nel non essere. (Della natura i) non vi è un inizio, perché gli atomi e il *Vuoto esistono dall'eternità. Gli *atomi non hanno altra qualità che figura grandezza (comunque impercettibile al nostro senso) e peso, mentre il colore muta. (prima differenziazione tra *Qualità soggettive e oggettive i). Le impressioni che noi chiamiamo immagini (eìdola) conservano le stesse configurazioni degli atomi dei corpi solidi, si muovono nel vuoto a velocità  inconcepibilmente alta. La formazione degli idoli si compie con la velocità del pensiero. La simmetria (tra osa rappresentata e immagine i) è dovuta alla vibrazione degli atomi fin nelle riposte profondità del corpo solido. Il falso dipende da una sovrapposizione (all'immagine i) di una mera non confermata. opinione. Quando emettiamo una voce, si produce un istantaneo distacco delle particelle che a loro volta danno luogo ad una corrente simile al respiro, tale che genera in noi la sensazione uditiva. Gli atomi, quando si muovono nel *vuoto senza ostacoli, hanno uguale velocità. L'anima è un corpo composto da particelle sottili, sparso per tutto l'organismo, molt simile ad un soffio. Ma il ruolo più importante nella sensazione è svolto dall'anima, che ha appunto la facoltà di sensazione proprio perché è contenuta in tutto l'organismo, tanto che quando quest'ultimo si dissolve, l'anima si disperde. Il *Vuoto non è né attivo né passivo, semplicemente consente ai corpi il movimento attraverso se stesso. Così che coloro che affermano che l'anima è incorporea vaneggiano: se lo fosse, non potrebbe essere né attiva né passiva,, mentre è evidente che proprio queste sono le sue qualità contingenti (simptòmata).

Compito dell'indagine naturalistica è la determinazione delle cause dei fenomeni principali e in questo risiede la felicità. Il pensiero può cogliere che questa esigenza: nulla di perturbante è compatibile con una natura immortale. La conoscenza esatta è necessaria alla nostra imperturbabilità e felicità. L'atarassia, o perfetta tranquillità dell'anima, consiste nella libertà da tutti gli errori e nel ricordo tenace delle linee fondamentali della dottrina.

E. scrisse un'altra lettera, sui fenomeni celesti (a Epitocle). Tra l'altro scrive che è possibile la luna prenda luce dal sole, l'eclissi da momentanea frapposizione di corpi, e comunque solo chi vuole usare ciarle per stupire i profani può addurre una sola spiegazione per tutti i fenomeni celesti. *Teologia: in nessun caso si può dare spiegazione dei moti astrali tramite la natura divina (e men che meno il mito), che invece deve essere conservata libera da ogni compito ed in perfetta beatitudine  [chi è perfetto non ha bisogno di nulla e quindi non fa nulla].

Per la prassi del vivere: anche se messo a tortura, il sapiente è felice, unico ad essere grato agli amici presenti ed assenti in modo eguale. Non si innamorerà né si preoccuperà della sepoltura *M né cederà al fascino degli artifizi retorici, né parteciperà alla vita politica (libro I "Dei modi di vivere"), più degli altri sentirà la gioia suprema della ricerca scientifica.  Nessun sapiente è più sapiente di un altro. Epistola a Meneceo sulla felicità: Empio non è chi elimina gli dei del volgo, ma chi applica agli dei le opinioni del volgo. Dei desideri alcuni sono naturali (solo alcuni dei quali sono necessari alla felicità, altri all'imperturbabilità, altri al vivere stesso) altri inconsistenti. Una corretta intelligenza di questa teoria sa dirigere ogni scelta e avversione alla salute del corpo e alla tranquillità dell'anima. Abbiamo bisogno del piacere solo quando soffriamo nella carne per l'assenza del piacere, ma quando non soffriamo nella carne, non abbiamo più bisogno del piacere. E poiché il piacere è il nostro primo e congenito bene, anche per questo NON scegliamo ogni piacere, ma talvolta passiamo sopra a molti piaceri quando ne consegua a noi maggior molestia. Ogni piacere, in quanto conforme a natura, è un bene, ma non per questo ogni piacere è da scegliersi (così come ogni dolore è un male ma non sempre è per sua natura da fuggirsi). Conviene quindi discriminare tutte queste cose col calcolo di ciò che è utile. Anche l'autarchia, cioè il bastare a se stessi, noi consideriamo un grande bene, persuasi che tanto più soavemente si gode l'abbondanza quanto meno se ne sente il bisogno. Infatti un vile sapore apporta un piacere pari a quello di una mensa sontuosa, una volta eliminata la sofferenza provocata dal bisogno (dalla dipendenza psicologica i). E pane e acqua danno il supremo piacere  quando li riceve chi ne ha un effettivo (naturale i) bisogno. Quando noi diciamo che il piacere è il compimento supremo della felicità non intendiamo il godimento sensuale, bensì l'assenza di sofferenza fisica e l'imperturbabilità dell'anima. Principio di tutte queste e più grande bene è la prudenza. Il limite dei beni si può agevolmente ottenere, mentre quello dei mali ha tempo e pene brevi. Il *Fato è vana credenza, le cose sono alcune per necessità altre per sorte, il resto in nostro potere, ché è evidente che la necessità è irresponsabile e la sorte incostante, mentre quel che è in nostro potere è libero da ogni signoria ed è naturalmente accompagnato da biasimo da lode.

Nel "Piccolo compendio" elimina la mantica (che presupporrebbe una nostra impossibilità di agire libero).

Mentre i Cirenaici ammettono solo il piacere 'in movimento', E. ammette oltre a questo il piacere stabile o in quiete (catastematico). E. così si esprime nel libro "Della scelta": "l'atarassia o perfetta tranquillità dell'anima, l'aponia o assenza di dolori del corpo, sono piaceri stabili, gioia e letizia sono piaceri in movimento in quanto sono visti nella loro immediata esplosione." Inoltre E. crede i dolori dell'anima più gravi di quelli del corpo; noi scegliamo le virtù non per se stesse ma per il piacere (come la medicina per la salute come dice Diogene di Tarso negli "Epilecta" = lezioni scelte, il quale chiama l'*Educazione (agoghè) guida per la vita (diagoghè). La virtù è la sola cosa inseparabile dal piacere (tutte le altre -p.e. i cibi - se ne possono separare).

Riporto le sue 40 "Massime Capitali" a fine del mio scritto e ad inizio della felicità.

X. ..il male è ogni dolore della carne e dell'anima.

XI.  Non avremmo bisogno dell'indagine naturalistica ... se ancora non fossimo turbati dall'inintelligenza dei limiti dei dolori e dei desideri.

XXI. Chi ha chiara consapevolezza dei limiti della vita sa che ...  non ha affatto bisogno di quelle cose, il cui acquisto implica lotta.

XXVII. Di tutti i beni che ci procura la sapienza per la beatitudine di tutta la vita, quello di gran lunga più importante è l'acquisto dell'amicizia [hortus conclusus, come "associazione difensiva" vs la realtà, ché per il resto "vivi nascosto" λάθε  βιώσας] 

XXIX. ...sono naturali e necessari i desideri che liberano dal dolore, come il bere quando abbiamo sete; naturali non necessari i desideri che variano semplicemente il piacere senza rimuovere il dolore, come i cibi sontuosi; né naturali né necessari i desideri p.e. i onore, statue ecc.

XXXI. Il diritto naturale simboleggia l'utilità di non arrecarsi un danno reciproco né di riceverne.

XXXIII. La giustizia non era qualcosa in sé e per sé, ma una *convenzione nata nei reciproci rapporti, valida sempre secondo i luoghi, perché nessuno apporti o riceva danno.

 Bibliografia sul X libro:
Pierre GASSENDI, Animadversiones in decimum librum Diogenis Laertii, 1649

 

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