Daniela Bellotti "Scritti sull'Arte"                                                                                                 Le mostre
PALERMO
DA VIAGGIO

Palermo, Villa Trabia, 
26 maggio -15 giugno 2001

I punti di vista della pittura
(dal catalogo della mostra)
 

Le opere

Abbiamo chiesto a dieci pittori palermitani di raccontare Palermo, anzi, di raccontare dieci luoghi architettonici particolari, non le icone  universalmente note e turisticamente più frequentate, ma dieci momenti fondamentali, alcuni quasi segreti e protetti in aree di difficile accesso (è il caso delle catacombe di Porta d'Ossuna), tutti profondamente significanti del tessuto urbano e della storia della città . Ogni opera (150x150 cm) è costituita anche da una cassa che la proteggerà durante il viaggio, perché questi dieci quadri sono pensati come memorie fatte per viaggiare, per divenire strutturalmente e concettualmente messaggio, attraverso un itinerario che da Palermo li porterà in altre città, in un tour che nulla ha di promozionale, ma che semmai vuole delineare rinnovabili, lenti percorsi, consapevoli tragitti della conoscenza e della sensibilità. 
Gli autori hanno lavorato insieme, ciascuno alla sua realizzazione, nel corso di una sessione di lavoro durata cinque giorni  e svoltasi allo Spasimo, uno dei luoghi monumentali più suggestivi e noti della Città. Ora  "Palermo da viaggio" costituisce un corpus unitario, che avrà comune vicenda e destinazione.

Quando la pittura deve rappresentare un monumento architettonico, avviene sovente una sorta di corto circuito che determina l'attimo di una verifica cruciale, più simile ad uno scontro che ad un sereno rapporto interpretativo. Si potrebbe dire che il pittore che si accinge a "ritrarre" un'architettura si pone anche davanti ad una riflessione fondamentale sul significato del suo stesso fare. Due linguaggi differenti infatti sono di fronte; l'uno, quello architettonico già esistente come dato oggettivo, reca la forza concettuale di un altro autore, dell'artefice, ideatore e costruttore del testo monumentale, ed è opera in sé già significante, connotata da una massa strutturale, stilistica e storica, segnata dall'uso, modificata dal tempo, attraversata dalla vita. L'altro, il linguaggio della pittura, bidimensionale, astratto per eccellenza, punto di vista soggettivo, sintetico, simbolico, non agibile se non con lo sguardo, non attraversabile se non in virtù di un'illusione, quella mimesi così lungamente cercata e trovata nell'invenzione della prospettiva, sintagma che percorre e resiste per interi cinque secoli di arte occidentale. 
Ed è proprio nella resa pittorica di strutture architettoniche che la pittura moderna ha messo alla prova le sue potenzialità di essere finestra aperta sul reale, inventando un modo nuovo, razionale, di guardare il mondo. Può non essere un caso se alcuni momenti salienti di questo incontro-scontro tra pittura e architettura sono rintracciabili proprio in quelle opere che segnano le grandi svolte della storia della pittura, ma è certo che, dalla conquista del così detto visibile naturale gli artisti non hanno più rinunciato al racconto pittorico delle presenze monumentali delle città, realizzando in pittura un reportage sull'ambiente urbano di insostituibile valore storico. 
Il volto di pietra delle città, il luogo costruito, riconoscibile nella sua unicità si affaccia infatti nelle opere in maniera ricorrente già a partire dalla fine del Duecento, quando bastioni, case-torri e castelli vengono rappresentati per indicare l'identità politica di un territorio, rispondendo in ciò anche alle necessità distintive di governanti e committenti. Lo studio della costruzione architettonica diviene poi elemento necessario allo sviluppo della spazialità rinascimentale che giunge alla realizzazione di perfette ed illusorie quinte prospettiche, dove rappresentazione ideale, filosofica e ricerca dell'oggettività tendono ad alternarsi, sempre nel rispetto delle regole del classicismo. Scenari e sfondo nella pittura di Historia sono costellati di edifici dove i brani dettati dalla realtà del territorio si intersecano con ogni tipo di architettura verisimile,  fantasiosa, persino impossibile, segnando le oscillazioni del gusto, sfociando poi nella stagione della pittura di genere del Seicento, quando l'architettura dipinta finisce per conquistarsi autonomia rappresentativa insieme al paesaggio.
La complessità delle implicazioni estetiche di questo rapporto in cui la pittura guarda all'architettura come soggetto, se non autonomo, per lo meno autonomamente significativo, rivela come non si tratti mai solo di momenti meramente descrittivi; anche quando appare predominante la qualità ottica della visione e la precisione viene cercata attraverso l'aiuto della camera oscura, usata già regolarmente nel corso del XVII secolo, l'attenzione profonda del pittore appare comunque altrove, a ricercare sintonie col passato, a riflettere sulla attualità, a inseguire un'immagine credibile, ma sempre legata all'ideologia a lui contemporanea e in relazione alla memoria storica testimoniata dall'architettura. Ed è lì che si misura lo "scontro".

C'è alle radici della pittura occidentale moderna la grande rivoluzione di Giotto, il primo geniale pittore del "vero"; le sue architetture dipinte parlano per la prima volta del peso del muro edificato, gravano sul suolo, svettano preziose, sottolineando la perizia quasi miracolosa della architettura coeva, si collocano come massa spaziale illusoria in una densità fisica che allude alla realtà sensibile, e siamo nel 1298-1300. All'estremo temporale opposto, l'arco della pittura  moderna si chiude ancora una volta con una fondamentale verifica pittura-architettura. Claude Monet dipinge a più riprese la cattedrale di Rouen  ingaggiando una gara di velocità con la luce per catturarne la percezione visiva attimale, moltiplica i tentativi, serializza la sua pittura per cogliere l'assoluto di quella facciata gotica immobile da secoli nella sua realtà eppure così variabile nella percezione soggettiva: è il 1894. Tra questi due estremi, Giotto del ciclo di affreschi di Assisi e Monet della facciata di Rouen, si giocano tutte le possibilità della pittura moderna di confrontarsi col teorema della rappresentazione del dato ottico della visione. Frattanto, nel 1826 aveva fatto la sua prima apparizione una invenzione che avrebbe posto ulteriori quesiti e avrebbe dissipato in fine nell'arco di pochi decenni l'idea, e in ultima analisi, l'equivoco, di una pittura intesa come specchio della realtà: Joseph Nicephore Niepce riesce per la prima volta a fissare l'immagine che si proietta all'interno della camera oscura, ed è la nascita della fotografia.

Oggi, all'esordio del terzo millennio, media tecnologici sempre più sofisticati consentono all'uomo di registrare il visibile, di veicolarlo, di moltiplicarlo in un numero infinito di immagini ad alta definizione e istantaneamente mandarle da un capo all'altro del mondo. Immagini e parole  viaggiano su reti sempre più personalizzate portando notizie, storie, voci, e luoghi da percorrere in ricostruzioni tridimensionali, virtuali, filmati, web cam  da ogni parte del pianeta. Con la sua lentezza, la sua unicità, la sua individualità,  può la pittura essere un linguaggio privilegiato e ancora oggi insostituibile per raccontare una città? 
E dunque, qual è la forza del linguaggio pittorico, quale lo specifico che rende un'immagine dipinta incommensurabilmente più ricca di conoscenza, di vita, di verità, rispetto allo stesso soggetto ad esempio, fotografato?
Come risolve l'artista contemporaneo il problema della mimesi, inevitabilmente sotteso quando deve rappresentare un monumento architettonico, e confrontarsi con la sua riconoscibilità, con una seppur libera rassomiglianza oggettiva?
La formula "una città da viaggio" ci offre dieci possibili risposte con dieci opere di pittori contemporanei. Una città vista attraverso gli occhi di artisti "residenti", che possono dunque giocare la carta della consuetudine, della familiarità col luogo; nessuna di esse può esaurire il discorso, ma ciascuna sottolinea una diversa ragione della resistenza della pittura. 
 Questo racconto dell'immagine monumentale di Palermo fatto dalla pittura contemporanea è quanto di più lontano si possa immaginare dal concetto di paesaggismo e di veduta. E' invece un racconto iconico, come dimostrano pur con profonde varianti i dieci lavori nati da questa committenza. Li accomuna un'unitaria riflessione sull'utilizzo del soggetto: solo alcuni elementi distintivi del luogo vengono desunti dagli autori e ad essi viene affidata un'intensità significativa tale da poter alludere attraverso un frammento ad una totalità; è questa una caratteristica tipica della icona, che consente quasi automaticamente il meccanismo del riconoscimento, ma allo stesso tempo reinventa l'immagine che, non più soggiogata nel particolare, può assumere un valore simbolico universale.  Così estrapolati dal contesto e isolati, alterati in gran parte per proporzioni e per colore, gli stessi elementi diventano un luogo "altro" perfettamente autonomo e autosignificante.
Ciò sottolinea il fatto che i pittori di oggi tengono gli occhi bene aperti sulla realtà, perché scegliere di esprimersi attraverso un mezzo tecnologicamente "debole" come la pittura è un'azione che impegna una carica propositiva altissima e una forte autocoscienza ed essi sanno che il loro punto di vista, il loro "realismo", sarà tanto più vitale quanto più sarà soggettivo, avviato lungo la strada dell'autonomia assoluta, per superare vecchie categorie come astrazione e figurazione, o il concetto stesso novecentista di avanguardia. Lo specifico della pittura può essere rintracciato in questo individualismo, applicato alle più ampie possibilità di soluzioni formali pittoriche, un individualismo che si sostanzia, nelle espressioni più assolute, di una potente carica  rivoluzionaria, quella che si è realizzata in ogni tempo con i grandi dell'arte. In questo senso può essere percepito più chiaramente il suo ruolo nell'attuale era della comunicazione globale: proprio da quella linea di confine dove lavorano i pittori può venire un segnale non confondibile del nostro tempo, un segnale dall'interno del villaggio globale, facilmente veicolabile nella sua trasposizione virtuale, e grazie ad essa amplificato in modo esponenziale nella sua forza comunicativa. La pittura contemporanea può trovare in questo tipo di "riproducibilità tecnica" (Walter Benjamin) un elemento di forza dinamico, per divenire essa stessa soggetto di libere acquisizioni ed ulteriori interventi, come parte di quella "intelligenza collettiva" (Pierre Levy) che pare la vera nuova vocazione del nostro tempo, pur senza subire mutamenti nella sua sostanza di oggetto unico,  presente in un punto esatto del mondo.
Il rapporto con la fotografia e con la produzione di tutte le altre immagini su cui si basa l'attuale sistema dell'informazione si evidenzia quindi come dialogico e consapevole, perché esso offre un campo inesauribile di sperimentazione per i pittori che lavorano sulla stessa immagine mass-mediale, elemento costituente e caratteristico del panorama contemporaneo,  più stimolante e provocatorio di un lavoro sulla storia dell'arte del passato o sull'esperienza naturalistica del mondo.
La pittura non è oggi e non è mai stata documentazione né informazione; la pittura è espressione individuale, lavoro che coniuga tecnica e riflessione, che reiventa e riconnota il mondo. In un'ottica di comunicazione, a noi, fruitori della pittura, essa dice non la realtà, ma una realtà che non vuole convincerci, che non vuole essere più vera di altre legittime realtà, ma tale da scuotere la nostra stessa percezione, fino a farci "vedere" le cose di sempre come cose "altre", o sentirci "altri" davanti alle cose di sempre. In questo caso a essere investiti da una operazione di svecchiamento sono stati i particolari architettonici che danno unicità alla città dove si vive o dove si è stati di passaggio con sguardo incuriosito da turista; di questi luoghi palermitani la pittura dice un volto più intuito che analizzato, mosso come di fotografia sbagliata, dinamizzato come in una sequenza filmica, intriso di colore come in una visione dove le pietre trasudano linfe, semplificato in una silhouette, eroso e sul punto di svanire in un'ombra sul muro. 

 

Home
1