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PALERMO
DA VIAGGIO
Palermo, Villa Trabia,
26 maggio -15 giugno 2001
I punti di vista della pittura
(dal catalogo della mostra)
Le
opere |
Abbiamo
chiesto a dieci pittori palermitani di raccontare Palermo, anzi, di raccontare
dieci luoghi architettonici particolari, non le icone universalmente
note e turisticamente più frequentate, ma dieci momenti fondamentali,
alcuni quasi segreti e protetti in aree di difficile accesso (è
il caso delle catacombe di Porta d'Ossuna), tutti profondamente significanti
del tessuto urbano e della storia della città . Ogni opera (150x150
cm) è costituita anche da una cassa che la proteggerà durante
il viaggio, perché questi dieci quadri sono pensati come memorie
fatte per viaggiare, per divenire strutturalmente e concettualmente messaggio,
attraverso un itinerario che da Palermo li porterà in altre città,
in un tour che nulla ha di promozionale, ma che semmai vuole delineare
rinnovabili, lenti percorsi, consapevoli tragitti della conoscenza e della
sensibilità.
Gli autori hanno lavorato
insieme, ciascuno alla sua realizzazione, nel corso di una sessione di
lavoro durata cinque giorni e svoltasi allo Spasimo, uno dei luoghi
monumentali più suggestivi e noti della Città. Ora
"Palermo da viaggio" costituisce un corpus unitario, che avrà comune
vicenda e destinazione.
Quando la pittura deve rappresentare
un monumento architettonico, avviene sovente una sorta di corto circuito
che determina l'attimo di una verifica cruciale, più simile ad uno
scontro che ad un sereno rapporto interpretativo. Si potrebbe dire che
il pittore che si accinge a "ritrarre" un'architettura si pone anche davanti
ad una riflessione fondamentale sul significato del suo stesso fare. Due
linguaggi differenti infatti sono di fronte; l'uno, quello architettonico
già esistente come dato oggettivo, reca la forza concettuale di
un altro autore, dell'artefice, ideatore e costruttore del testo monumentale,
ed è opera in sé già significante, connotata da una
massa strutturale, stilistica e storica, segnata dall'uso, modificata dal
tempo, attraversata dalla vita. L'altro, il linguaggio della pittura, bidimensionale,
astratto per eccellenza, punto di vista soggettivo, sintetico, simbolico,
non agibile se non con lo sguardo, non attraversabile se non in virtù
di un'illusione, quella mimesi così lungamente cercata e trovata
nell'invenzione della prospettiva, sintagma che percorre e resiste per
interi cinque secoli di arte occidentale.
Ed è proprio nella
resa pittorica di strutture architettoniche che la pittura moderna ha messo
alla prova le sue potenzialità di essere finestra aperta sul reale,
inventando un modo nuovo, razionale, di guardare il mondo. Può non
essere un caso se alcuni momenti salienti di questo incontro-scontro tra
pittura e architettura sono rintracciabili proprio in quelle opere che
segnano le grandi svolte della storia della pittura, ma è certo
che, dalla conquista del così detto visibile naturale gli artisti
non hanno più rinunciato al racconto pittorico delle presenze monumentali
delle città, realizzando in pittura un reportage sull'ambiente urbano
di insostituibile valore storico.
Il volto di pietra delle
città, il luogo costruito, riconoscibile nella sua unicità
si affaccia infatti nelle opere in maniera ricorrente già a partire
dalla fine del Duecento, quando bastioni, case-torri e castelli vengono
rappresentati per indicare l'identità politica di un territorio,
rispondendo in ciò anche alle necessità distintive di governanti
e committenti. Lo studio della costruzione architettonica diviene poi elemento
necessario allo sviluppo della spazialità rinascimentale che giunge
alla realizzazione di perfette ed illusorie quinte prospettiche, dove rappresentazione
ideale, filosofica e ricerca dell'oggettività tendono ad alternarsi,
sempre nel rispetto delle regole del classicismo. Scenari e sfondo nella
pittura di Historia sono costellati di edifici dove i brani dettati dalla
realtà del territorio si intersecano con ogni tipo di architettura
verisimile, fantasiosa, persino impossibile, segnando le oscillazioni
del gusto, sfociando poi nella stagione della pittura di genere del Seicento,
quando l'architettura dipinta finisce per conquistarsi autonomia rappresentativa
insieme al paesaggio.
La complessità delle
implicazioni estetiche di questo rapporto in cui la pittura guarda all'architettura
come soggetto, se non autonomo, per lo meno autonomamente significativo,
rivela come non si tratti mai solo di momenti meramente descrittivi; anche
quando appare predominante la qualità ottica della visione e la
precisione viene cercata attraverso l'aiuto della camera oscura, usata
già regolarmente nel corso del XVII secolo, l'attenzione profonda
del pittore appare comunque altrove, a ricercare sintonie col passato,
a riflettere sulla attualità, a inseguire un'immagine credibile,
ma sempre legata all'ideologia a lui contemporanea e in relazione alla
memoria storica testimoniata dall'architettura. Ed è lì che
si misura lo "scontro".
C'è alle radici della
pittura occidentale moderna la grande rivoluzione di Giotto, il primo geniale
pittore del "vero"; le sue architetture dipinte parlano per la prima volta
del peso del muro edificato, gravano sul suolo, svettano preziose, sottolineando
la perizia quasi miracolosa della architettura coeva, si collocano come
massa spaziale illusoria in una densità fisica che allude alla realtà
sensibile, e siamo nel 1298-1300. All'estremo temporale opposto, l'arco
della pittura moderna si chiude ancora una volta con una fondamentale
verifica pittura-architettura. Claude Monet dipinge a più riprese
la cattedrale di Rouen ingaggiando una gara di velocità con
la luce per catturarne la percezione visiva attimale, moltiplica i tentativi,
serializza la sua pittura per cogliere l'assoluto di quella facciata gotica
immobile da secoli nella sua realtà eppure così variabile
nella percezione soggettiva: è il 1894. Tra questi due estremi,
Giotto del ciclo di affreschi di Assisi e Monet della facciata di Rouen,
si giocano tutte le possibilità della pittura moderna di confrontarsi
col teorema della rappresentazione del dato ottico della visione. Frattanto,
nel 1826 aveva fatto la sua prima apparizione una invenzione che avrebbe
posto ulteriori quesiti e avrebbe dissipato in fine nell'arco di pochi
decenni l'idea, e in ultima analisi, l'equivoco, di una pittura intesa
come specchio della realtà: Joseph Nicephore Niepce riesce per la
prima volta a fissare l'immagine che si proietta all'interno della camera
oscura, ed è la nascita della fotografia.
Oggi, all'esordio del terzo
millennio, media tecnologici sempre più sofisticati consentono all'uomo
di registrare il visibile, di veicolarlo, di moltiplicarlo in un numero
infinito di immagini ad alta definizione e istantaneamente mandarle da
un capo all'altro del mondo. Immagini e parole viaggiano su reti
sempre più personalizzate portando notizie, storie, voci, e luoghi
da percorrere in ricostruzioni tridimensionali, virtuali, filmati, web
cam da ogni parte del pianeta. Con la sua lentezza, la sua unicità,
la sua individualità, può la pittura essere un linguaggio
privilegiato e ancora oggi insostituibile per raccontare una città?
E dunque, qual è
la forza del linguaggio pittorico, quale lo specifico che rende un'immagine
dipinta incommensurabilmente più ricca di conoscenza, di vita, di
verità, rispetto allo stesso soggetto ad esempio, fotografato?
Come risolve l'artista contemporaneo
il problema della mimesi, inevitabilmente sotteso quando deve rappresentare
un monumento architettonico, e confrontarsi con la sua riconoscibilità,
con una seppur libera rassomiglianza oggettiva?
La formula "una città
da viaggio" ci offre dieci possibili risposte con dieci opere di pittori
contemporanei. Una città vista attraverso gli occhi di artisti "residenti",
che possono dunque giocare la carta della consuetudine, della familiarità
col luogo; nessuna di esse può esaurire il discorso, ma ciascuna
sottolinea una diversa ragione della resistenza della pittura.
Questo racconto dell'immagine
monumentale di Palermo fatto dalla pittura contemporanea è quanto
di più lontano si possa immaginare dal concetto di paesaggismo e
di veduta. E' invece un racconto iconico, come dimostrano pur con profonde
varianti i dieci lavori nati da questa committenza. Li accomuna un'unitaria
riflessione sull'utilizzo del soggetto: solo alcuni elementi distintivi
del luogo vengono desunti dagli autori e ad essi viene affidata un'intensità
significativa tale da poter alludere attraverso un frammento ad una totalità;
è questa una caratteristica tipica della icona, che consente quasi
automaticamente il meccanismo del riconoscimento, ma allo stesso tempo
reinventa l'immagine che, non più soggiogata nel particolare, può
assumere un valore simbolico universale. Così estrapolati
dal contesto e isolati, alterati in gran parte per proporzioni e per colore,
gli stessi elementi diventano un luogo "altro" perfettamente autonomo e
autosignificante.
Ciò sottolinea il
fatto che i pittori di oggi tengono gli occhi bene aperti sulla realtà,
perché scegliere di esprimersi attraverso un mezzo tecnologicamente
"debole" come la pittura è un'azione che impegna una carica propositiva
altissima e una forte autocoscienza ed essi sanno che il loro punto di
vista, il loro "realismo", sarà tanto più vitale quanto più
sarà soggettivo, avviato lungo la strada dell'autonomia assoluta,
per superare vecchie categorie come astrazione e figurazione, o il concetto
stesso novecentista di avanguardia. Lo specifico della pittura può
essere rintracciato in questo individualismo, applicato alle più
ampie possibilità di soluzioni formali pittoriche, un individualismo
che si sostanzia, nelle espressioni più assolute, di una potente
carica rivoluzionaria, quella che si è realizzata in ogni
tempo con i grandi dell'arte. In questo senso può essere percepito
più chiaramente il suo ruolo nell'attuale era della comunicazione
globale: proprio da quella linea di confine dove lavorano i pittori può
venire un segnale non confondibile del nostro tempo, un segnale dall'interno
del villaggio globale, facilmente veicolabile nella sua trasposizione virtuale,
e grazie ad essa amplificato in modo esponenziale nella sua forza comunicativa.
La pittura contemporanea può trovare in questo tipo di "riproducibilità
tecnica" (Walter Benjamin) un elemento di forza dinamico, per divenire
essa stessa soggetto di libere acquisizioni ed ulteriori interventi, come
parte di quella "intelligenza collettiva" (Pierre Levy) che pare la vera
nuova vocazione del nostro tempo, pur senza subire mutamenti nella sua
sostanza di oggetto unico, presente in un punto esatto del mondo.
Il rapporto con la fotografia
e con la produzione di tutte le altre immagini su cui si basa l'attuale
sistema dell'informazione si evidenzia quindi come dialogico e consapevole,
perché esso offre un campo inesauribile di sperimentazione per i
pittori che lavorano sulla stessa immagine mass-mediale, elemento costituente
e caratteristico del panorama contemporaneo, più stimolante
e provocatorio di un lavoro sulla storia dell'arte del passato o sull'esperienza
naturalistica del mondo.
La pittura non è
oggi e non è mai stata documentazione né informazione; la
pittura è espressione individuale, lavoro che coniuga tecnica e
riflessione, che reiventa e riconnota il mondo. In un'ottica di comunicazione,
a noi, fruitori della pittura, essa dice non la realtà, ma una realtà
che non vuole convincerci, che non vuole essere più vera di altre
legittime realtà, ma tale da scuotere la nostra stessa percezione,
fino a farci "vedere" le cose di sempre come cose "altre", o sentirci "altri"
davanti alle cose di sempre. In questo caso a essere investiti da una operazione
di svecchiamento sono stati i particolari architettonici che danno unicità
alla città dove si vive o dove si è stati di passaggio con
sguardo incuriosito da turista; di questi luoghi palermitani la pittura
dice un volto più intuito che analizzato, mosso come di fotografia
sbagliata, dinamizzato come in una sequenza filmica, intriso di colore
come in una visione dove le pietre trasudano linfe, semplificato in una
silhouette, eroso e sul punto di svanire in un'ombra sul muro.
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