Daniela Bellotti "Scritti sull'Arte"                                                                                              Le mostre
PALERMO
DA VIAGGIO

Palermo, Villa Trabia, 
26 maggio -15 giugno 2001
 
 

 


 
 
 
 

 

La Città dell'archetipo: Giampaolo Castiglione
"Graffiti dell'Addaura  e Monte Pellegrino"
La sagoma del Monte delimita uno spazio metamorfizzato, la roccia è percorsa da correnti esplosive, linee nette e colore puro, giallo sole, rosso fuoco. Le figure incise da uomini primitivi continuano ad avvincere segreti, ma il loro potere evocativo è così forte che sono divenuti gli stessi uomini di oggi, frenetici e inconsapevoli di troppi misteri, ambigui e silenziosi. E come allora, maschere e rituali ostentano e nascondono, come questa pittura che è sostanza del Monte, frammento di rocce e selci macinate nel colore.
La Città delle ombre: Daniele Alamia
"Catacombe di Porta D'Ossuna"
La luce vince sul vuoto, sull'annullamento dell'ombra. Ma l'ombra c'è, si espande sotto i passi e attende in agguato. Immersi nell'ombra si riscopre la luce nella sua meraviglia di calda radiazione e di colore, specchio di un invisibile cielo. La Catacomba è celata, dimenticata dai più, mondo a parte, delicato e morto, ma un banchetto di delizie attende sulla soglia, per chi non si volta ed esce.
La Città giardino: Gaetano Lo Manto
"Cubola"
Come un frutto nella foresta lussureggiante di un tropico, occhieggia la regola di proporzioni cubiche e la sovrastante cupola islamica, inondata di una luce quasi eccessiva e affondata per metà nel rigoglio della vegetazione. I frutti siciliani offrono la loro luminosa polla d'oro sottolineata di nero: sono limoni luttuosi, che ricordano mortificazioni antiche, ma con orgoglio ancora si ostentano.
La Città fragile, una vanitas: Vincenzo Ognibene
"Palazzo Sclafani"
C'era un tempo in cui il potere era sottolineato da quelle bifore e dalle loro aeree tarsie bicromatiche e un altro potere contiguo e rivale stava dietro il chiuso muro dei Chiaramonte; c'è l'uomo con la coppola e l'invidioso, una mela, un cane, la testa d'un cavallo dall'orbita vuota che solo la Morte potrebbe cavalcare. In equilibrio su una pira o sulla ruota del destino, l'uomo dall'aria ascetica appare ironico e triste come un fantasma. Cupole, cupolette, signori e miserie, nel giro di uno sguardo da  Monte Pellegrino a Capo Gallo. Oggi ci sono i signori della rete e il potere sale e scende con le quotazioni di borsa.
La Città ascetica: Guido Baragli
"Chiesa di Santa Maria dei Miracoli"
La semplicità, il disegno lineare, piano delle colonne è la quintessenza di un'idea rinascimentale, la chiesa ideale senza angosce. La pittura la fa vacillare, rende visibile una crosta di lacrime lungo la strada verticale cui si sono abbarbicati secoli di cori e di preghiere; l'architettura razionale è divenuta sudario stropicciato, eloquente e virtuosistica  metamorfosi in assenza e dolore senza sangue.
La Città che sopravvive, regola e disordine:  Aurora Sciabarrà
"Canalizzazione gesuita di Via Porta di Castro"
E' il racconto drammatico di una strada, potrebbe essere un giorno qualunque del XVII secolo o del XXI. Pennellate nere e rapide stanno sulle scie dei passi di un'umanità intera, defluita in questa via tracciata come un canale, vissuta dietro queste case strette le une alle altre in una selva di balconi di ferro,  cavi, impalcature; in fondo come un miraggio una Chiesa, dorata, chiude il punto di fuga, Casa Professa.
La Città simbolica: Aurelio Caruso
"Porta Nuova"
A Palermo, un tempo, c'era la Conca d'oro, una distesa di aranceti fino all'orizzonte dei monti, Porta Nuova era la soglia della città. Sul corpo mutilato del Moro senza braccia, minaccioso simbolo della vittoria del Cristianesimo sull'Islam, dilaga un verde di sottobosco, un colore caldo, riverbero di una valle fertile che sarebbe alle nostre spalle se tutto il verde non fosse divenuto città.
La Città quotidiana, automobili e monumenti: Nicola Console
"Cupola del Carmine"
Convivono forzatamente i tempi vitali del monumento e i tempi dell'uomo che passa con la sua ombra, la sua automobile. Con la sgorbia l'artista li incide nella tavola, come per preparare una matrice xilografica che sarà invece piano pittorico essa stessa, con i suoi neri assoluti, i suoi chiari di legno naturale scalfiti, i neri pittorici graffiati. L'immagine resterà unica, non ripetibile, come ogni istante in cui la vita passa, sotto l'apparente eternità di una cupola barocca.
La Città scenografica: Melchiorre Napolitano
"Ginnasio dell'Orto Botanico"
Natura e cultura si dividono equamente lo spazio, in un sogno di equilibrio così lontano dal vero da essere palesemente scena, finte le colonne, finta la sfinge, finta persino la palma e il fitto di siepe che chiude senza scampo il palcoscenico. L'artificio palesa se stesso e il suo sogno di decadente bellezza.
La Città blu-mare: Giovanni Valenza
"Tonnara Florio"
La Città tutta porto a lungo sembra non aver guardato il mare. La Tonnara spalanca arcate nere e cieche su un mare blu dove al posto dei pesci guizzano pennellate di colore puro; la materia è così carica e densa da essere dolorosa. Si potrebbe solcare. E credere che esista questo mare di colore, senza pesci e senza riva. 
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