
INTERVENTI DEL COMPAGNO
MARCO FERRANDO
Gennaio 1998
LE INCERTE PROSPETTIVE DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
L'accordo politico tra Prc e governo e le risultanze del Comitato politico nazionale del 25 e 26 novembre scorsi segnano una nuova fase della vita politica del governo Prodi e del nostro stesso partito. Una fase carica di implicazioni per una sinistra del Prc che non voglia attestarsi su posizioni di testimonianza e di pura autoconservazione.
L'accordo raggiunto tra Prc e governo, nella sua realtà, è innanzitutto l'esatto opposto di quella "vittoria" che viene sbandierata.
"Apertura di una nuova fase riformatrice"? "Spostamento a sinistra del governo"? Mai come in questo caso la confezione propagandistica delle parole è contraddetta dalla merce avariata che esse rivestono.
35 ore-finanziaria: uno scambio a perdere
Nei suoi immediati contenuti di merito, l’intesa rappresenta secondo ogni evidenza uno scambio a perdere per i lavoratori e per i comunisti. L’"impegno ad una legge per le 35 ore" racchiude in sè, naturalmente, un’evocazione positiva. Ma si tratta semplicemente di una promessa simbolica, priva di ogni riferimento alla "parità salariale" e soprattutto affidata alla concertazione tra le parti lungo un’annunciata linea di scambio tra riduzione d’orario e ulteriore aumento della flessibilità. Ciò che rischia di trasformarla in una nuova occasione di peggioramento della condizione materiale dei lavoratori, senza vantaggio alcuno per i disoccupati. Ebbene: in cambio della "conquista" di questa promessa, il Prc ha garantito un’immediata e concreta certezza. Quella del voto a favore di una Legge finanziaria a suo tempo definita "inemendabile", che prosegue con implacabile coerenza quel gigantesco risanamento capitalistico ormai citato ad esempio persino dal Fondo monetario internazionale. Così, nel mentre detassa gli utili aziendali, finanzia il pacchetto Treu con nuove regalie alle imprese, sgrava con la riforma Irpef i redditi superiori ai 300 milioni, il governo Prodi prosegue i tagli alla scuola pubblica ed accresce i finanziamenti a quella privata; opera nuove restrizioni alla sanità pubblica (nel mentre regala nel solo 1998 11.000 miliardi alle cliniche private); incrementa le spese in armamemti (con il programmato acquisto dell’aereo di combattimento Eurofighter che, da solo, comporterà una spesa di 16.000 miliardi!); accelera la cancellazione delle pensioni d’anzianità con l’ulteriore peggioramento della controriforma Dini e nuove divisioni tra i lavoratori; programma nero su bianco la riduzione dell’occupazione nella pubblica amministrazione (-1%) e nella scuola (-3%)… Per fare solo alcuni esempi. Francamente: è questa "la battaglia vinta dai lavoratori e dai disoccupati", come titolava trionfalmente il comunicato della Segreteria nazionale dopo l’accordo? E con quale credibilità e coerenza si eleva ogni volta l’invocazione del "movimento" e del "conflitto" quando poi si sostengono in Parlamento quelle stesse politiche contro cui occorrerebbe promuovere reazioni di lotta e mobilitazione? Concretamente: il movimento degli studenti, sceso in lotta contro le politiche del governo, esce rafforzato o indebolito dal voto dei comunisti ad una Finanziaria che contiene tutte le misure contro cui esso si è costruito e battuto?
Nella maggioranza politica di un governo imperialistico
Ma l’aspetto più grave dell’accordo tra Prc e governo è di carattere politico. Al di là dei suoi immediati contenuti di merito, questo accordo sancisce l’ingresso formale e di fatto del Prc nella maggioranza politica di centrosinistra proprio nell’anno di completamento del suo programma di legislatura. Con la Finanziaria per il ’98, il capitalismo italiano taglia infatti definitivamente il traguardo di Maastricht, obiettivo strategico di fase della borghesia italiana dall’inizio degli anni 90. Come non vedere le implicazioni di fondo di questo fatto storico? L’ingresso nell’Europa di Maastricht avrà innanzitutto sicuri effetti di trascinamento sulle politiche sociali degli anni a venire, in termini di nuovi sacrifici, austerità, restrizioni, imposte dalla morsa del cosiddetto "patto di stabilità". Il fatto che Prodi oggi prospetti come nuovo orizzonte della politica del governo l’abbattimento del debito pubblico dall’attuale 120% al 60% passando per un’immediata riduzione del 20% nel ’98 non allude forse a quello scenario? Il fatto che Ciampi annunci che il nuovo obiettivo verrà perseguito attraverso il continuo miglioramento del cosiddetto "avanzo primario" — ossia del saldo al netto degli interessi destinati alla rendita finanziaria, ovviamente "intoccabile" — non prospetta forse l’assoluta continuità della politica di rigore nella spesa sociale? Per non parlare del fisiologico proseguo di quella politica di flessibilità e privatizzazioni che il recente accordo europeo sulla liberalizzazione dei servizi finanziari ulteriormente incoraggia e sospinge. Peraltro la crisi verticale della finanza asiatica, in forte esposizione debitoria proprio verso l’Europa, rischia di costringere le politiche borghesi continentali in un quadro di compatibilità ancor più ristretto di quello previsto. È realistico, in questo quadro, pensare ad una fase 2 "riformistica" del governo Prodi? Ma anche al di là di questa facile previsione, resta sul campo un dato di fondo. L’ingresso dell’Italia nella moneta unica, dà un contributo decisivo alla costruzione europea che senza l’Italia difficilmente poteva decollare: e questa costruzione è la costruzione di una nuova grande concertazione imperialistica, in lotta accanita, tanto più oggi, con l’imperialismo giapponese e statunitense per la conquista dei mercati del mondo, delle materie prime, delle zone di influenza, entro la generale ridefinizione degli equilibri mondiali dopo la svolta dell’89. Chi guiderà la colonizzazione in corso nell’Est europeo? Chi vincerà la partita apertasi nel nuovo immenso mercato cinese? Chi sfrutterà quei bimbi schiavi dell’India sorpresi a produrre palloni da calcio "occidentali" per 14 ore al giorno? Saranno i colossi imperialistici europei (italiani, francesi o tedeschi) o quelli americani o giapponesi? Così, se anche fosse lecito attendersi dal governo Prodi una fase riformistica nella sua politica sociale (e non lo è), sarebbe per questo ammissibile il sostegno a un governo imperialistico e alle scelte strategiche del capitale finanziario? Se anche il capitale finanziario italiano volesse corrompere con qualche briciola riformistica alcuni settori di classe lavoratrice per guadagnarne il sostegno alla propria politica di rapina ai danni di altri lavoratori supersfruttati, ad altre latitudini del mondo, non sarebbe questa una ragione in più e non in meno per i comunisti per denunciare e combattere la "propria" borghesia e il "proprio" governo? Ed è davvero disarmante che dietro la calcolata resistenza contrattuale della Confindustria alle 35 ore per legge si voglia nascondere il sostegno strategico del grande capitale a questo governo e al suo programma imperialistico.
Nella maggioranza politica della II Repubblica
Parallelamente, l’accordo tra Prc e governo, stabilizzando il governo Prodi, sblocca la transizione alla II Repubblica e, quindi, alla controriforma istituzionale. A meno che non intervengano fattori nuovi e imprevedibili legati alla precipitazione delle contraddizioni interne al Polo, la convergenza presidenzialista tra Ulivo e centrodestra registrata nella Bicamerale — e intrecciata con una riorganizzazione federalistica dello Stato — è destinata a disegnare il futuro istituzionale della Repubblica italiana: con una soluzione che garantendo un rafforzamento strutturale dell’esecutivo rispetto al Parlamento e un decentramento parallelo dell’amministrazione pubblica, mira a garantire ad un tempo una definitiva stabilità politica nel quadro bipolare, con una più efficace gestione delle politiche di rigore, privatizzazioni, flessibilità. Per questo la II Repubblica è un tassello organico del disegno strategico di Maastricht. E per questo il patto del Prc col governo è privo persino del benché minimo connotato democratico. Certo: il Prc ha votato contro le conclusioni della Bicamerale (seppur a partire da una proposta "alternativa" tutta interna alla logica della governabilità e dal sostegno a una pessima intesa sulla legge elettorale). Ed è lecito attendersi (anche se nulla è scontato) che voterà contro in sede parlamentare e domani nell’annunciato referendum. Ma è accettabile coprire dietro il velo formale di un dissenso di testimonianza il proprio avallo determinante allo sviluppo materiale di un processo reazionario? Così, nulla da dire sulla ferma opposizione in Parlamento al ritorno dei Savoia: ma è possibile coprire il proprio lasciapassare alla II Repubblica dietro lo schermo di una battaglia di bandiera contro… la monarchia?
La politica d’immagine al capolinea
Peraltro, questa politica incomincia a penalizzare lo stesso nostro partito. Per un anno e mezzo il sostegno negoziato del Prc alla politica del governo, a danno dei lavoratori e in contraddizione con i principi più elementari, si combinava con la contropartita di una centralità d’immagine, di una crescita d’influenza elettorale, di una rendita di posizione negoziale. Tutti elementi ampiamente "spesi" all’interno del partito a fini di consenso. Oggi, su ognuno di questi piani, assistiamo ad una svolta, più o meno pronunciata. Sul piano strettamente elettorale le indicazioni emerse dalle ultime elezioni amministrative sono purtroppo eloquenti. Il partito che aveva formalmente assunto la battaglia per il lavoro come proprio connotato d’immagine e che su questo terreno aveva vantato le proprie "vittorie" (dai 100.000 posti del pacchetto Treu alle 35 ore) ha subito un autentico tracollo proprio nelle regioni del Sud e ha conosciuto una accentuata difficoltà in larga parte del Centro-Nord. Anche volendo essere generosi si può registrare come dato oggettivo l’arresto della dinamica di espansione elettorale del partito ed anzi l’azzeramento del capitale d’immagine accumulato in un anno e mezzo. Così, nonostante una straordinaria proiezione massmediologica del segretario l’esperienza pratica di una politica inizia a dissolvere l’alone d’immagine di cui si era ricoperta. Non si tratta semplicemente degli effetti contingenti della crisi di ottobre e della sua gestione rocambolesca ed indecifrabile a livello di massa (ciò che comunque ha contribuito ad emorragie elettorali diversamente motivate). Si tratta del probabile inizio di un processo più profondo che la crisi di ottobre e le sue conclusioni hanno evidenziato con efficacia: un primo logoramento della credibilità del Prc come "strumento utile" di resistenza sociale e di cambiamento politico. La consistente perdita di voti in direzione dell’astensione (che persino il segretario riconosce) non è anche la misura di questo? Lo stesso perdurare della pace sociale, che l’assenza di un’opposizione di classe favorisce, tende inevitabilmente, oltre una certa soglia, a ribaltarsi sul partito. La sfiducia verso la lotta e le potenzialità della propria forza tende a trasformarsi in sfiducia verso il partito che più direttamente di altri è associabile alla lotta. Se poi questo partito accentua la propria subalternità di governo senza produrre tangibili inversioni ed amplia il divario già grande tra proiezione istituzionale e radicamento sociale, questa tendenza al disincanto non può che risultare rafforzata. Insomma: la soluzione della crisi di ottobre inaugura la crisi del "partito di lotta e di governo" proprio nel momento in cui ne celebra la più alta e diretta concretizzazione. Ma la difficoltà del partito non è solo o principalmente sul terreno elettorale. Né riguarda solo il logoramento del suo spazio negoziale all’interno della maggioranza di governo. La difficoltà del partito è connessa alla più generale evoluzione del quadro politico italiano, all’insegna del rafforzamento bipolare. È questo innanzitutto un rafforzamento oggettivo: il consolidamento del governo e dell’Ulivo, materializzato dal voto amministrativo ed enfatizzato dalla crisi del Polo ne è la misura. Ma il bipolarismo si rafforza nettamente anche sul versante "soggettivo" della percezione di massa. Dopo un anno e mezzo di governo Prodi e di assenza di un’opposizione a sinistra, più ampi settori di massa tendono a leggere la vicenda politica come confronto scontro tra Ulivo e Polo, tra il "meno peggio e il peggio" in una logica semplificata di alternanza. Non è questo che è emerso nella stessa crisi di ottobre sotto forma di una diffusa preoccupazione per le sorti del governo Prodi a fronte del "pericolo" della destra? Non è questo che si è manifestato col voto plebiscitario ai sindaci dell’Ulivo nelle principali città, col concorso aggiuntivo di richiami neoclientelari e di potere? La verità è che, più si approfondisce la passivizzazione sociale e la sfiducia in una alternativa, più si rafforzano le tendenze opposte (ma in realtà intrecciate), dell’astensione e dell’affidamento al meno peggio. E più il partito si inserisce nel quadro di governo contribuendo alla pace sociale, più afferma nelle proprie scelte la logica del meno peggio, dichiarando che "la sconfitta del governo sarebbe la propria sconfitta", più moltiplica il proprio ingresso nelle giunte locali dell’Ulivo, anche qui nel nome del "realismo unitario", e più esso contribuisce in modo decisivo a quel processo bipolare che attenta pericolosamente al ruolo stesso del Prc. Il partito ha dunque iniziato a fare i conti con gli effetti disastrosi della propria politica.
LA CRISI DELLA MAGGIORANZA CONGRESSUALE
La crisi interna della maggioranza congressuale del Prc ha qui la sua radice. Essa nasce dalla crisi della sua politica e soprattutto dagli effetti di questa crisi sulla salute del partito. Certo è la riprova che nessun patto burocratico d’apparato, anche quello apparentemente più solido e celebrato, può sottrarsi al primato della politica e delle sue leggi. Ma è anche la riprova, per i termini in cui si esprime, che neppure l’evidenza di un fallimento politico e strategico è sufficiente a determinare nel gruppo dirigente un cambio di indirizzo. Al contrario.
Fausto Bertinotti: partito comunista o partito comunitario?
Fausto Bertinotti si ostina a nascondere persino a se stesso la crisi obiettiva della propria politica con il risultato inevitabile di aggravarla. Volendo ad un tempo consolidare il rapporto con il centrosinistra e preservare l’autonomia contrattuale del Prc, egli è costretto a dilatare fino al limite del grottesco le contraddizioni dell’attuale corso politico. Rivendica il diritto a rompere con il centrosinistra nel momento in cui ne esalta "lo spostamento a sinistra". Ribadisce la differenza strategica con l’Ulivo nel mentre ricerca il patto programmatico con Prodi. Lamenta da un anno e mezzo l’assenza di movimento come ragione delle difficoltà nel mentre giustifica la permanenza in maggioranza come condizione dello sviluppo del movimento. Denuncia l’adesione di massa allo schema bipolare di alternanza nel mentre tutte le sue scelte alimentano clamorosamente proprio quella tendenza. È possibile immaginare una separazione più radicale tra il mondo virtuale delle parole e la realtà materiale della politica? Di più: proprio nel momento in cui questa politica del doppio binario tende a esaurire ogni spinta propulsiva, Bertinotti propone una sua razionalizzazione culturale. Una razionalizzazione che rimuove il nodo politico e strategico ricercando la soluzione dei problemi in una "nuova" proposta di partito. Il problema non è più — egli afferma — "governo o opposizione", come nella tradizione del movimento operaio. Il problema è il come, ossia innanzitutto la modalità d’essere del partito, del soggetto politico che vive e gestisce la scelta, nel suo rapporto con la società. E qui egli propone una sorta di nuovo "partito-comunità", un partito "che si fa società", che trasforma le sue sedi in "luogo di ricostruzione della società civile", che si proietta nell’organizzazione mutualistica, nei servizi di assistenza, di scuola ecc. e che predispone a questo scopo un lavoro meticoloso di "inchiesta"... Solo così è possibile — secondo Bertinotti — reagire oggi alla disgregazione indotta dal "postfordismo", prefigurare un modello di società futura e ricostruire le condizioni di un movimento. Senza il quale, o nella debolezza del quale, si farebbe obbligata… la permanenza nella maggioranza di governo. È davvero una costruzione teorica singolare. Vediamola. 1. Per giustificare teoricamente una linea politica di sostegno a Maastricht il segretario è costretto ad attribuirne la responsabilità agli effetti sociali del liberismo (le cui finanziarie il partito sostiene), alle debolezze del movimento (che il centrosinistra o contiene o bastona), alle "inadeguatezze" e agli "istituzionalismi" del partito (che la moltiplicazione degli assessori alimenta). Non è forse un perfetto capovolgimento ideologico dell’ordine delle cose (e delle responsabilità)? 2. La rappresentazione della cosiddetta "società postfordista" come "deserto sociale" esaspera elementi reali in termini politicamente devianti. Teorizzare la "passivizzazione delle masse" come riflesso sociologico di una integrazione-destrutturazione delle classi subalterne da parte del liberismo significa non solo ignorare le brusche svolte che segnano negli anni 90 le lotte del proletariato europeo (dal ’94 italiano al ’95 francese, alla ripresa del movimento operaio tedesco) e le responsabilità politiche della loro sconfitta, ma soprattutto rimuovere il nodo politico che la questione del movimento pone ai comunisti: la necessità di una collocazione e di una politica di opposizione per favorire le condizioni d’innesco del movimento; la necessità di una lotta per l’egemonia nei movimenti in una logica di "conquista della maggioranza". Ma non è questo l’essenziale di una politica comunista? Al suo posto si propone un più neutro lavoro di "inchiesta" vecchia suggestione della sinistra socialista (Panzieri 1964) capace di convivere pacificamente col sostegno alla politica borghese e con gli accomodamenti burocratici con Pds e sindacato. 3. Ma è soprattutto la proposta centrale di "partito-comunità" il coronamento conclusivo di questa impostazione teorica. Al posto di un partito comunista che lotta dall’opposizione nella società reale per un’alternativa di sistema si propone un partito comunista che nel presunto deserto postfordista lavora a ricostruire una società nuova (immaginaria) nel mentre sostiene il governo capitalistico (reale). È questa una proposta, da tempo incubata, e finalmente esplicita che ha a modo suo un serio fondamento culturale. È quello che Bertinotti stesso cita e rivendica a Chianciano allorchè assume come riferimento la tradizione mutualistica del primo 900 del movimento operaio francese contro la tradizione "statalista" del movimento operaio tedesco, "da cui nacquero gli stessi bolscevichi della Rivoluzione d’Ottobre". È un riferimento significativo. Il movimento socialista marxista moderno da cui poi si generò il comunismo rivoluzionario novecentesco di Lenin, Luxembourg, Gramsci e Trotsky, nacque effettivamente proprio dalla contrapposizione a quelle vecchie tradizioni mutualistiche che Bertinotti addita oggi ad esempio: tradizioni proudhoniane o premarxiste che uniscono l’utopia comunitaria delle sette attorno a una graduale prefigurazione del comunismo futuro con frequenti comprommissioni con la borghesia presente e i suoi governi. Oggi l’ideologia di Rifkin (consigliere di Clinton) e di Bihr attorno alle meraviglie del "terzo settore" sembrano essere la chiave di riproposizione di quelle antiche culture anarco-riformiste. Ma è questo l’approdo teorico "nuovo" che Bertinotti propone per la Rifondazione? Certo: egli non propone, come qualche sciocco gli imputa, lo "scioglimento" organizzativo del partito. Egli tende a teorizzare semplicemente il suo annullamento politico come partito comunista sulla base di una rottura esplicita con l’intera tradizione marxista. La politica di sostegno a Romano Prodi poteva aspirare ad una copertura teorica migliore?
Armando Cossutta: rifondazione o togliattismo?
Armando Cossutta ha aperto in questo quadro una differenziazione seria, politica e culturale nella maggioranza congressuale del Prc. Ma in nome di una prospettiva organicamente subalterna. A differenza di Bertinotti, egli non nosconde la crescente difficoltà del partito. Riconosce con onestà il grave insuccesso elettorale del Prc, la sua evidente crisi di radicamento, lo stallo politico in cui versa. Avverte la consumazione di una fase politica e l’improponibilità di una linea contrattualistica verso il governo e la maggioranza. Contrasta la cultura del partito "comunitario", il suo soggettivismo intellettualistico e impotente. Ma la risposta politica che offre alla crisi del partito è paradossalmente l’aggravamento di quella linea politica che alla crisi ha portato lungo un’ostentata ortodossia riformista. Cossutta propone infatti, in buona sostanza, un patto programmatico col Pds entro una logica di "competizione", non di conflitto, nella "sinistra plurale"; un più accentuato minimalismo rivendicativo e programmatico secondo un esplicito recupero della teoria delle compatibilità economiche e politiche; un radicamento profondo del Prc negli apparati dirigenti delle organizzazioni di massa, del lavoro dipendente e del "ceto medio", come contropartita negoziata di una politica meno "conflittuale" nella maggioranza di governo e verso il Pds; la costtruzione di un partito di massa basato in sostanza sulla conquista di una rappresentanza stabile e radicata, in termini di "quota" nell’attuale movimento operaio organizzato. È una proposta che muove, nell’immediato, da una preoccupazione politica fondata: il timore di un’emarginazione del Prc dalla maggioranza di governo (dopo tanti servizi resi) a seguito della ricomposizione in atto al centro dell’Ulivo e dei possibili effetti di una scomposizione del Polo. Ancorarsi al Pds attraverso un patto programmatico significherebbe — secondo Cossutta — rimuovere o ridurre questo pericolo e, con esso, il rischio di una "vendetta" contro il Prc sul terreno delicatissimo della legge elettorale. Ma questo proverbiale realismo cossuttiano mostra proprio qui il suo risvolto profondamente moderato. Se anche infatti quel patto col Pds fosse possibile (ma su quali basi?); se anche i suoi effetti immediati fossero di rafforzamento della stabilità del Prc nella maggioranza di governo (ma sino a quando?); se anche questa più sicura permanenza in maggioranza assicurasse vantaggi istituzionali, sia pure in relazione alla legge elettorale, non è forse evidente che tutto questo comporterebbe il prezzo di una compromissione ancor più profonda con gli interessi di fondo della borghesia italiana, a danno dei lavoratori e di una prospettiva di alternativa? C’è al fondo di questa proposta il riflesso condizionato di un’antica cultura togliattiana: quella che assume il partito non come strumento di un’alternativa di società, ma come fine. O se si vuole come strumento di negoziazione di uno spazio d’apparato nella società capitalistica, nelle sue regole del gioco, nelle sue istituzioni. E lo sbocco naturale di questa impostazione è inevitabilmente uno sbocco di governo. Lo è nella logica politica della proposta avanzata: perchè è evidente che una stabilizzazione del Prc nella maggioranza politica tramite un’accordo col Pds produrrebbe prima o poi un trascinamento ministeriale. Lo è nella logica strategica: perchè se il ruolo istituzionale del Prc è il fine prioritario è evidente che l’accesso al governo è il coronamento per eccelleza di questa politica. Ma è questo il destino di una Rifondazione nata dal rifiuto della Bolognina? Eppure è questa purtroppo una proposta forte nel partito. Non lo è necessariamente nell’immediato, dal punto di vista dei numeri e degli equilibri interni alla maggioranza dirigente. Lo è perchè essa rappresenta in prospettiva l’unico sviluppo possibile, reale e coerente, della linea del terzo congresso e dell’attuale politica del partito. Perchè essa è sospinta in avanti dalla dinamica inerziale della situazione politica italiana e, soprattutto, dalle pulsioni moderate di quell’ampio settore istituzionale del partito, centrale e periferico, che l’attuale linea politica alimenta ogni giorno.