LE RESPONSABILITÀ DELLA SINISTRA DEL PARTITO

La crisi della maggioranza congressuale del partito, figlia della crisi della sua politica, carica la sinistra interna di nuove responsabilità. A queste non è possibile sottrarsi: né attraverso la via della fuga dal partito, spesso figlia paradossale delle illusioni di ieri nel suo gruppo dirigente ("Ringrazio il compagno Bertinotti per avere riaperto la speranza del comunismo" — Bacciardi, 10 ottobre ’97) né attraverso una diluizione della battaglia politica entro una logica strisciante di mimetismo. Di fronte al fallimento e alla crisi di un gruppo dirigente, unito ad una sua più pesante corresponsabilizzazione con le politiche borghesi e ad una rimozione teorizzata della stessa tematica della rifondazione, la sinistra del partito ha una ragione in più e non in meno per dare corso alle decisioni assunte collettivamente a Napoli nel luglio ’97: intensificare la battaglia interna al partito, proiettarsi sul terreno dell’opposizione pubblica al governo Prodi, realizzare un deciso salto in avanti sul terreno della proposta strategica per la rifondazione comunista e rivoluzionaria.

Proporre un’alternativa di politica e di strategia

1. Lo straordinario risultato registrato dalla sinistra interna in occasione della Conferenza nazionale dei Giovani comunisti (col 32,2%) è un’ulteriore riprova degli spazi esistenti per il consolidamento e la crescita di una sinistra rivoluzionaria del Prc. Ed oggi la crisi della maggioranza congressuale riapre un varco importante per il rilancio della battaglia interna. Fuori da qualsiasi logica di supporto critico, diretto o indiretto, all’una o all’altra componente della maggoranza, occorre rilanciare la forza e la visibilità della nostra autonoma proposta politica e strategica: quella dell’opposizione per l’alternativa di sistema, una proposta pienamente confermata dall’esperienza concreta di un anno e mezzo di maggioranza di governo. Ma non basta. La maggioranza dirigente non può considerare la propria crisi come "affare proprio" nel mentre le sue scelte travalicano apertamente lo stesso mandato del terzo congresso. Né può pensare di risolvere tale crisi attraverso semplificazioni plebiscitarie, come sembra ipotizzare Bertinotti, o attraverso "rese dei conti" nel chiuso degli organismi dirigenti. No. Si dichiara aperta una questione politica nel partito? Si fa appello ai militanti e agli iscritti perchè facciano sentire la propria voce fuori da ogni logica di delega? Si investono nella discussione nuove elaborazioni teoriche e strategiche, tra loro contrastanti, sulla prospettiva e sulla natura stessa del partito? Bene. Ma allora la sinistra interna deve chiedere si traggano le implicazioni naturali di tutto questo. Deve chiedere la riapertura di un confronto democratico vero, approfondito, sulle questioni politiche e strategiche sollevate, un confronto non recintato nei gruppi dirigenti e indecifrabile per il partito, ma invece capace di coinvolgere l’insieme dei militanti del Prc ad ogni livello. Un confronto che quindi approdi com’è naturale ad una scelta chiara e inequivoca di indirizzo. E questo significa richiedere l’apertura di un itinerario congressuale straordinario nella pienezza delle garanzie democratiche per tutte le posizioni e proposte. E significa intanto lavorare da subito a un consolidamento e sviluppo dei propri spazi democratici. 2. Ma non è sufficente una battaglia esclusivamente interna al partito. Il Prc sarà costretto nella prossima fase, dalla sua stessa collocazione politica, a farsi carico di nuovi oneri a danno dei lavoratori: può una sinistra vera del partito ignorare questa realtà o non trarne conseguenze circa la propria politica e il proprio profilo? Certo questa sinistra deve consolidare senza equivoci la propria radice nel partito come luogo di combattimento politico e di raggruppamento di forze. Ma ha anche il dovere di un’autonoma assunzione di responsabilità pubblica contro la politica del governo che il partito sostiene e di relazionarsi in campo aperto sul terreno delle iniziative di lotta con quelle realtà che fuori dal partito si oppongono al governo Prodi e agli apparati sindacali. Cos’era se non questo l’iniziativa nazionale già assunta il 12 ottobre, nel cuore della crisi, al Teatro Vittoria a Roma? Ora non solo non bisogna recedere da quel livello di posizionamento pubblico, che si è rivelato praticabile, ma occorre al contrario generalizzarlo, nelle forme possibili, sull’intero territorio nazionale. Non si tratta solo dell’esigenza, che pure è reale, di dare uno sbocco riconoscibile all’insofferenza di tanta parte dei nostri attivisti e alla loro positiva volontà di iniziativa. Si tratta anche e soprattutto di iniziare a marcare l'emergere in Italia di una sinistra rivoluzionaria visibile e riconoscibile come nuova presenza nella sinistra italiana. Se non ora, quando? Ma una sinistra rivoluzionaria impegnata per definizione sul terreno della costruzione del partito comunista ha tanto più oggi l'esigenza di un salto netto di elaborazione e proposta strategica. Una proposta apertamente contrapposta sia all'ispirazione strategica togliattiana oggi codificata da Cossutta, sia alla riesumazione teorica di suggestioni anarco-riformiste proposta da Bertinotti. Peraltro questo stesso riemergere di un confronto strategico nella maggioranza congressuale, non sollecita forse un più alto livello di profilo strategico della sinistra? Anche su questo terreno vanno superati ritardi e resistenze del tutto immotivate, battendo logiche autoconservative o impostazioni eclettiche e inconcludenti.

Da dove ripartire per andare avanti

In primo luogo l'elaborazione strategica deve partire dai livelli di convergenza già raggiunti e formalizzati, senza rimozioni e regressioni. La seconda mozione congressuale nell'indicare l'esperienza di Lenin e dell'Ottobre come riferimento centrale da recuperare ed aggiornare per la rifondazione comunista; nell'evidenziare la necessità di un metodo politico che riconduca gli obiettivi contingenti a un quadro programmatico antisistema; nell'indicare l'esigenza di lotta per l'egemonia alternativa nei movimenti di massa in una logica di "conquista della maggioranza"; nell'affermare l'essenzialità del Partito comunista, ha prospettato una prima cornice di inquadramento del dibattito della rifondazione rivoluzionaria: ed è una cornice del tutto alternativa ad ogni suggestione movimentista o parasindacalista, quale oggi fondamentalmente si esprime nell'operazione Malavenda-Bacciardi. Qualsiasi confusione su questo punto, qualsiasi allargamento politico-organizzativo che azzerasse di fatto questa acquisizione costituirebbe, al di là di ogni apparenza, non uno sviluppo, ma un arretramento del processo di rifondazione e, alla lunga, un fallimento annunciato. In secondo luogo va detto con estrema chiarezza che quella cornice acquisita, pur decisiva, è solo un punto di partenza non di arrivo. E quindi non si tratta di attestarci sulla conservazione di un "minimo comun denominatore" già accertato ma di sviluppare un confronto aperto e libero che tragga le implicazioni necessarie di quella base comune. Il che significa anche un confronto aperto tra le posizioni politiche diverse, di merito e di metodo, che esistono nella sinistra del partito e che ne segnano il pluralismo politico-organizzativo. Una rivista nazionale della sinistra del Prc può essere quindi lo strumento ideale sia per rilanciare nel partito una proposta strategica alternativa sia per approfondire il dibattito nella stessa sinistra, col più ampio coinvolgimento delle sue forze. Questa era peraltro, nel suo insieme, la proposta emersa dal seminario nazionale del luglio scorso a Napoli: una proposta politica unitaria con le sue implicazioni organizzative unitarie. Tutto quanto è accaduto, in Italia e nel partito dopo di allora, mi pare confermi una volta di più le ragioni di quella scelta politica e organizzativa. Questa rivista e l'associazione che la affianca, che già si erano spesi per costruire tale prospettiva, oggi la ripropongono, con la medesima convinzione, all'intera sinistra del partito.

(2 gennaio 1998)

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