Da oltre un decennio i piani urbanistici dei comuni sismici italiani, pari a circa il 36% del totale, dovrebbero includere l'obiettivo di ridurre il rischio da terremoto, basandosi su indirizzi tecnici emanati in proposito dalle Regioni.Sotto lo stimolo dei disastrosi eventi che colpirono il Friuli nel 1976 e alcune regioni meridionali nel 1980, lo stato italiano assunse una serie di iniziative importanti: la razionalizzazione della classificazione sismica del territorio nazionale, sulla base delle proposte del Progetto Finalizzato Geodinamica, collegate all'effettiva pericolosità del sito anziché ai soli eventi verificatisi recentemente; l'introduzione di maggiori livelli di protezione sismica per la progettazione degli edifici di rilevante interesse pubblico; la definizione della normativa tecnica per gli interventi di recupero edilizio fino al 1986 ignorati dalla legislazione sismica; l'obbligo di includere l'obiettivo di ridurre il rischio sismico nella formazione dei piani urbanistici; e per quello che riguarda la protezione civile la prima legge risale al 1970 mentre al 1981 si ha l'emanazione del relativo regolamento di attuazione con relativa modifica della prima legge.
Se il tutto fosse stato affiancato da adeguati finanziamenti, da una politica più stabile e soprattutto da una coscienza amministrativa immune da speculazioni, questo complesso di iniziative avrebbe potuto consentire di abbandonare la tradizionale strategia del "rimedio" per affrontare una politica di prevenzione dei danni sismici.
Quindi a grandi linee le problematiche che il mio studio intende trattare sono l'effettiva applicazione di leggi già esistenti in materia sismica integrandole con attuali leggi e piani(Augustus) di Protezione civile cercando di evitare la politica improduttiva dell'improvvisazione.