Ad occhi "occidentali" la caratteristica forse più appariscente della Chiesa d'Oriente è la "subordinazione" al potere imperiale. Sebbene il suo capo, il Patriarca di Costantinopoli, fin dal 451 venisse considerato secondo solo al Papa, rimase spesso poco più che una pedina al servizio degli Imperatori, che elevavano a tale dignità (scegliendo fra una terna di candidati proposti dalla Chiesa) i propri protetti, e non esitavano a disfarsene se divenivano troppo scomodi. Tuttavia è bene sottolineare una volta per tutte che per i cristiani (e romani) orientali non c'era reale distinzione tra chiesa ed impero cristiano. L'Imperatore era il vero unto del Signore, ed in dignità, anche se non in funzione, stava al vertice di ogni ordine ecclesiastico. Chiesa e impero dovevano agire all'unisono ("sinfonicamente"). Tale visione, tipicamente orientale, non veniva compresa in occidente, dove anzi, come si sa, Impero e Papato erano spesso in antitesi.. Di nomina imperiale era anche la carica di "syncello"; in origine questo termine indicava semplicemente il "compagno di cella" del Patriarca, ovvero un semplice confidente; nel IX e X secolo con tale espressione si intendeva il "vice-Patriarca", che spesso otteneva il pallio a sua volta; nell'XI secolo la carica subì una sorta di inflazione, venendo concessa a più persone, ed il secondo grado nella scala ecclesiastica fu allora occupato dal "protosyncello". Svalutatosi anche questo, nel XII secolo apparve il "presidente ("proedros") dei protosyncelli". Naturalmente esistono casi di Patriarchi decisi e svincolati dall'autorità del basileus (come Nicola Mistico, che si oppose duramente alle quarte nozze di Leone VI, oppure come Michele Cerulario), ma si tratta di eccezioni. Il clero al di sotto del Patriarca (con l'eccezione dei monaci), in special modo i vescovi di provincia, viveva in una condizione di umiliante subordinazione ai funzionari civili, tanto da venire spesso esortato a mantenere un po' di dignità. Ricordiamo la teoria del Beck, secondo la quale la Chiesa Ortodossa fu sempre più potente dell'elemento imperiale, anche se fino all'età paleologa sostanzialmente non ne fu cosciente.
Nel 270 Antonio, un contadino egiziano, si ritirò dalla vita mondana dando origine al monachesimo eremitico, fondato sulla fuga dal mondo (anachoresis) ed il ritiro contemplativo (askesis). Quando ritornò tra gli uomini, nel 306, persuase molti a vivere la sua stessa esperienza. Più tardi gli eremiti non si accontentarono più di vivere nel deserto, ma preferirono altre forme di penitenza, molto più spettacolari. Troviamo così i "dendriti" (che passavano tutta la loro vita su un albero), i "boskoi" (che si nutrivano esclusivamente di bacche e vegetali), ed i famosissimi stiliti, che dalla Siria si diffusero in tutto l'Impero. La loro caratteristica era quella di vivere su una colonna, che talvolta facevano anche aumentare d'altezza per ottenere un maggior distacco dal mondo. Il fondatore del monachesimo di tipo comunitario fu invece Pacomio, ex-soldato, anche lui egiziano (+346). Dall'Alto Egitto questo fenomeno si diffuse prestissimo in Palestina, dove si svilupparono i monasteri detti "lavrai", che raggruppavano un certo numero di celle individuali, o grotte, attorno ad una casa comune. Le celle erano abitate da semi-eremiti che si radunavano insieme per il culto del sabato e della domenica. Le "lavrai", le cui regole furono codificate da San Basilio nel IV secolo, furono largamente diffuse anche in Italia Meridionale fino al XII secolo. Ricordiamo che gli abati erano detti "egumeni" o "igumeni". Nell'età di mezzo, i monasteri erano praticamente aziende agricole che producevano profitto; le proprietà di un convento erano inalienabili per diritto civile e canonico, cioè potevano solo aumentare (anche se alcuni Imperatori, specie Basilio II, tentarono di limitare questa espansione terriera monastica). Nella regola di molti monasteri era prescritto che i monaci non potessero avere più di una certa quantità di denaro liquido (generalmente 10-20 libbre d'oro); le eccedenze dovevano essere utilizzate per comperare immobili o terreni. I monasteri potevano avere proprietari di vario tipo, e quindi essere definiti imperiali, episcopali, patriarcali, oppure appartenere ai discendenti del fondatore (ma non oltre la terza generazione), o essere ceduti a patroni laici (charistikarioi), che acquisivano il completo controllo della proprietà fintantochè erano in vita, giungendo spesso ad arricchirsi in questa maniera (come fece il filosofo Michele Psello, patrono di una dozzina di conventi), se non a saccheggiare i loro patronati. Tra i monasteri di Costantinopoli si ricordano quello di Studios, dal quale uscirono molti Patriarchi, e quello, fondato nel 420, dei "Monaci Insonni" (Akoimetoi), così detti perchè celebravano una dossologia perpetua, grazie a tre squadre di officianti che si alternavano per tutto l'arco delle ventiquattro ore.
Nel 1054, con la reciproca scomunica tra il Papa Leone IX ed il Patriarca
di Costantinopoli Michele Cerulario, comincia lo Scisma d'Oriente, che
perdura tutt'oggi. Le divergenze erano molteplici, per lo più di
ordine teologico e cerimoniale. Non va dimenticata la crescente aspirazione
papale all'egemonia assoluta che rompeva l'antico sistema della "pentarchia"
patriarcale. L'intransigenza stessa dei due contendenti principali,
Cerulario ed il legato pontificio Umberto di Silva Candida, giocò
un ruolo importante. La questione aveva radici antiche, e già in
precedenza si era giunti a rotture (come nel caso del cosiddetto "Scisma
di Fozio", che per gli stessi motivi nell'867 vide contrapposti il Patriarca
Fozio ed il Papa, ma che "rientrò" due anni più tardi grazie
al IV Concilio di Costantinopoli, dove fu decretata la scomunica del Patriarca);
tuttavia in questo caso le conseguenze furono durature e gravissime, visto
che portarono alla caduta di Costantinopoli del 1204. Molti sovrani tentarono
di allettare il Papa con la promessa della riconciliazione in cambio di
aiuto militare, economico o semplicemente per essere riconosciuti "Sacri
Romani Imperatori" (come avvenne per Manuele Comneno), ma i loro tentativi
o non approdarono a nulla, o vennero sconfessati dal popolo.
La religiosità popolare (ma non solo) si accendeva specialmente di fronte alle icone ed alle reliquie. Tra le prime, ve n'erano molte dette "acheiropoietoi", ovvero "non fatte da mano d'uomo": si poteva trattare di semplici pitture, ma anche di panni con impresso il volto di Cristo (come il sacro Mandylion di Edessa, traslato a Costantinopoli nel 944, con il quale si diceva Cristo si fosse asciugato il volto dopo aver sudato sangue nell'Orto degli Ulivi, e -secondo alcuni- identificabile con la Sindone). Dalle icone più venerate venivano addirittura grattate minuscole porzioni di colore che venivano mescolate al vino eucaristico. L'icona della Vergine -posta nella chiesa delle Blacherne- ogni Venerdì dava luogo ad un miracolo, scoprendosi senza intervento umano dal velo che la celava. Quando questo fenomeno non si verificava, veniva considerato di cattivo augurio. Per quanto riguarda le reliquie, Costantinopoli ne era un vero scrigno. Nel solo Palazzo Magnaura si conservavano la spugna e la lancia della Passione (quest'ultima probabilmente ora si trova in Austria), molti frammenti della Vera Croce (portata via da Gerusalemme, che stava per cadere in mano agli Arabi, per ordine di Eraclio), il trono di Salomone, la verga di Mosè. In una colonna del Foro di Costantino era murato un cospicuo frammento della Vera Croce; un altro era solitamente portato in battaglia appeso ad una lancia d'oro. Nella Chiesa del Faro era conservata una reliquia spesso confusa con la lancia della Passione, detta Santo Chiodo, e di difficile identificazione. In Santa Sofia era custodito il Pozzo Sacro, ovvero il puteale (parapetto) del pozzo attorno al quale si svolse l'episodio di Cristo e della Samaritana; inoltre nella chiesa di S. Maria Chalkoprateia si trovava il Cinto di Maria (zone), ed in un'apposita cappella presso Palazzo Blachernae era conservato il Velo (maphorion) sempre della Madonna. Ambedue sarebbero stati portati nella capitale attorno alla metà del quinto secolo, da Gerusalemme il primo e da Cafarnao il secondo. Nella chiesa-mausoleo dei Ss. Apostoli erano venerate le reliquie dei santi Pietro e Paolo. Manuele Comneno prese ad Efeso la lastra di pietra dove, secondo la tradizione, Gesù era stato preparato per la sepoltura; venne posta davanti al suo sepolcro nel monastero del Pantokrator. Anche il pilastro dove Gesù fu flagellato ed i resti degli Innocenti erano custoditi nella capitale. Tuttavia tra i Bizantini non mancarono elementi critici nei confronti dell'eccessiva diffusione di reliquie che erano spesso palesemente false : Cristoforo di Mitilene, poeta e "kritès" di Paflagonia, nell'XI secolo deride un monaco che si era procurato 10 mani di S. Procopio martire, 15 mandibole di S. Teodoro, 8 piedi di S. Nestore, 4 teste di S. Giorgio e 5 seni di Barbara, accusandolo di "aver trasformato i martiri in idre dalle molte teste, le martiri in cagne".
Si riteneva che gli angeli fossero composti di una sostanza finissima visibile solo agli eletti da Dio, oppure che si trattasse di esseri immateriali capaci di assumere forma corporea, in particolar modo quella di giovani eunuchi. I demoni, secondo l'opinione corrente, apparivano in preferenza a sinistra e ad Ovest. Il diavolo era rappresentato come un negro di bassa statura, o come serpente, cane nero, scimmia, corvo o topo; poteva fare predizioni, ma non era dotato di preveggenza: infatti essendo spirito era in grado di spostarsi velocissimamente, e quindi di vedere l'origine di eventi che, nel luogo da dove si era mosso, sarebbero giunti a compimento più tardi. I demoni, che speso vivevano nei vecchi sepolcreti pagani, se non all'interno degli stessi sarcofagi (e possedevano coloro che tentavano di profanarli), potevano essere "di truppa", comandarne altri (come il demone dell'Ippodromo di Costantinopoli, che ne aveva mille sotto di sé), od avere una funzione particolare. Si pensava (anche se questa credenza non fu mai favorita dalla Chiesa) che, dopo il distacco dell'anima dal corpo, questa si dovesse fermare a ventuno "gabelle" (telonia), dove alcuni demoni esigevano un certo numero di opere buone come pedaggio per i peccati contemplati nella gabella, che fossero stati commessi dall'esaminato. Se uno si esauriva la sua scorta di opere buone prima di aver superato tutte le "dogane", finiva all'Inferno. Le "gabelle" erano quelle di: maldicenza, violenza carnale, invidia, menzogna, ira, superbia, vaniloquio (comprendente risa, scherzi, oscenità, portamento provocante, canzoni licenziose), usura mista a frode, accidia mista a vanità, avarizia, ubriachezza, rancore, stregoneria e magia, gola, idolatria ed eresia, omosessualità, adulterio (uno dei più temuti), omicidio, furto, fornicazione, spietatezza. Si arrivò a dire che S. Giovanni Battista, alla sua morte, scese all'Ade ed iniziò a predicare; alla discesa di Cristo agli Inferi molti pagani erano stati convertiti e quindi si salvarono. In questo modo si poterono "redimere" molti grandi dell'antichità. Infine pare fosse molto diffusa la credenza negli "stoichea", ossia in statue nelle quali si concentravano le capacità vitali di una determinata persona; danneggiando la statua, si sarebbe danneggiato anche l'individuo ad essa collegato.
ICONOCLASTIA
Agli inizi dell'VIII secolo da parte degli Imperatori e dell'alto clero si sviluppò un movimento di opposizione al culto sfrenato delle icone che rischiava di sfociare in idolatria. Probabilmente fu fondamentale per lo sviluppo di questa corrente di pensiero il contatto con la cultura araba, che vietava le immagini sacre. Coloro che si schierarono a difesa del culto delle icone (tra cui il nucleo più consistente ed agguerrito era costituito dai monaci) furono detti "iconoduli". La prima fase del movimento iconoclastico avvenne sotto gli Imperatori Leone III Isaurico (717-741) e Costantino V (741-775). Nel 787 durante il regno di Irene (iconodula) venne tenuto il settimo Concilio ecumenico (Nicea II), che sancì la condanna ufficiale dell'Iconoclastia da parte della Chiesa. I "distruggitori delle immagini" ebbero tuttavia nuova prosperità durante i regni di Michele II (820-829) e di Teofilo (829-842), dopodichè sparirono definitivamente. Molti monaci, per sfuggire alle persecuzioni, fuggirono con le loro icone nelle più remote province del'Impero, ovvero in Italia Meridionale ed in Crimea, dove diffusero il culto di tali immagini, che più tardi si sarebbe diffuso in tutta la Russia.
MANICHEISMO vedi PAULICIANESIMO
MONOFISISMO
Eresia predicata dal monaco costantinopolitano Eutiche, diffusissima in Siria ed in Egitto, ed appoggiata più o meno apertamente dalla fazione popolare dei Verdi. Condannata già nel 448 (primo Concilio di Costantinopoli) e nel 451 (Concilio di Calcedonia), risorse a nuova vita nel VI secolo, venendo riorganizzata dal monaco siriano Giacomo (da cui viene il nome di "giacobiti" con cui talvolta sono designati questo tipo di eretici). La tesi fondamentale di Eutiche e Giacomo era che in Cristo si trovava la sola natura divina. A quanto sembra, a causa delle feroci persecuzioni cui erano soggetti, nel VII secolo i Monofisiti di Siria ed Egitto non opposero alcuna resistenza agli Arabi, preferendoli agli Imperatori ortodossi di Costantinopoli.
MONOTELISMO
Eresia diffusasi principalmente nel VII secolo, nel tentativo di trovare una via di mezzo che placasse i dissidi tra ortodossi e monofisiti. Infatti i monoteliti sostenevano che in Cristo erano presenti due nature, ma una sola volontà, che era quella divina. Nonostante questa dottrina fosse stata abbracciata da alcuni Imperatori, venne ufficialmente condannata nel terzo Concilio di Costantinopoli del 681.
MONTANISMO
Dottrina apparsa per la prima volta nel II secolo ad opera di un prete frigio, Montano, e che sopravvisse almeno fino all'VIII secolo. Montano sosteneva che Dio avesse tentato di salvare il mondo una prima volta con Mosè ed i profeti, ed una seconda con Gesù Cristo, fallendo in tutti e due i casi; lui stesso era il terzo salvatore inviato da Dio. Caratteristica più appariscente dei Montanisti era l'opposizione alla gerarchia ecclesiastica ufficiale.
Quest'eresia derivò da quella dei Manichei, e spesso venne confusa con essa. La dottrina dei Pauliciani era fondata sull'opposizione tra Dio, uno e trino, ed il malvagio Demiurgo, creatore del mondo materiale. Accettavano il Nuovo Testamento (ad eccezione dell'Apocalisse e delle Lettere di Pietro) ma non il Vecchio. Veneravano in particolar modo San Paolo (da qui il loro nome). Ritenevano che Cristo avesse preso corpo in cielo, e che quindi non fosse veramente nato dalla Vergine Maria. Non tributavano alcun onore alle icone, né ai santi. Non avevano clero o liturgia regolare, ma solo una classe di iniziati; tuttavia accettavano i riti di osservanza esteriore (come il battesimo), divenendo perciò molto difficili da individuare. Sebbene i due primi capi della setta fossero uccisi per ordine imperiale, le prime vere persecuzioni cominciarono al tempo di Michele I (811-813). Da allora i pauliciani si allearono con l'emiro di Melitene e, sotto la guida dei loro capi (il cui titolo era "Chrysocheir", "Mano d'oro") si spinsero a razziare tutta l'Asia Minore partendo dalla loro roccaforte di Tefrice. Tale cittadella venne distrutta nell'878, ed i pochi superstiti al massacro che ne seguì fuggirono in parte nella regione del Ponto, in parte nei Balcani (buona parte di essi a dire il vero furono deportati nei dintorni di Filippopoli da Giovanni Zimisce), dove dettero vita all'eresia dei Bogomili.
Ultimo aggiornamento: 26/01/1998
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