INTERVISTA!

 
 

 

 

 

25/08/2004

"Per la prima volta ho interpretato l'eroe che sognavo di essere da bambino. Mi sono sentito come il Luke Skywalker di Guerre stellari". A parlare è Jake Gyllenhaal, protagonista con Dennis Quaid di The Day After Tomorrow, ennesimo kolossal catastrofico diretto da Roland Emmerich. Nel film strani e improvvisi avvenimenti atmosferici fanno piombare la Terra in una nuova Era Glaciale. Ad accorgersi del pericolo imminente è un climatologo americano (Quaid) che tenta di avvisare la Casa Bianca. Ogni suo sforzo si rivela tuttavia inutile: il ghiaccio del Polo Nord incomincia a sciogliersi e l'acqua fredda raggiunge gli oceani, uragani di intensità sconosciuta sconvolgono le Hawaii e Los Angeles, a Nuova Delhi nevica, chicchi giganti di grandine flagellano Tokyo e New York viene sommersa dall'acqua dell'oceano. Gyllenhaal è Sam, il figlio del climatologo che, insieme ad un gruppo di amici, rimane bloccato nella biblioteca pubblica di Manhattan. "E' senza ombra di dubbio il film più americano che ho fatto finora", ci dice l'attore. Figlio e fratello d'arte (sua sorella è la Maggie Gyllenhaal di Secretary e Mona Lisa Smile), Jake ha interpretato finora film di nicchia o fuori dagli standard hollywoodiani: Donny Darko, Moonlight Mile (con Dustin Hoffman) e The Good Girl (al fianco di Jennifer Aniston).

Cosa ti ha spinto a recitare in un film così diverso dai precedenti?
Ho amato molto la storia e quello che aveva da dire sulla globalizzazione. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità su quello che è ormai diventato un mondo globalizzato. E gli Stati Uniti soprattutto. Ci ho credo fin dall'inizio e nessuno potrà rimproverarmi di aver fatto un film "disimpegnato". Il surriscaldamento della Terra è un tema molto importante. Raramente accade che i grossi film americani si preoccupino di affrontare problemi così scottanti.

Credi che recitare in un blockbuster possa facilitare la tua carriera?
Da un punto di vista economico sicuramente sì. Ma da un punto di vista recitativo, l'unica differenza è che lavorare in un film così è molto più rilassante. Almeno per me. Prendevo tutto come un gioco e sono riuscito anche a divertirmi molto. Cambia anche il rapporto con il pubblico. E' tutta un'altra cosa lavorare in un film che avrà una platea così vasta. Ti esponi molto di più. Vedere la tua faccia su migliaia di manifesti, sentire la gente che parla di te e del film. E' molto eccitante. Ma la popolarità non mi ha cambiato. Dipende da noi quanto farsi influenzare dal successo.

Non pensi che lavorare in un film con tanti effetti speciali limiti il lavoro degli attori?
Mentre giravamo c'è stato un momento in cui ho pensato di essere veramente irrilevante. Effettivamente preferisco una recitazione più libera e spontanea e in questo caso il margine di azione per noi attori era veramente minimo. Comunque recitare davanti al "blue screen" è tutt'altro che facile. Dover reagire emozionalmente a finte catastrofi naturali non è affatto semplice come può sembrare. E poi Emmerich è un regista che fa molto affidamento sugli attori e anche io ho dato il mio contributo alle modifiche apportate alla sceneggiatura.

Progetti per il futuro?
Farò un film con John Woo. Un western romantico, un po' anomalo...

 
 
 

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