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Gerusalemme
Prefazione: è impossibile parlare di come sia vivere qui in Israele, oggi, senza prima riconoscere cosa sia qui il morire. Cancellate le parti in conflitto, cancellate le carte geografiche, che sono state disegnate e ridisegnate mille volte e sono ancora in via di definizione. Immaginate questo luogo come una spirale, un vortice. I morti sono al centro della spirale, coi feriti schiacciati contro. E gli altri, cioè tutti noi, siamo coinvolti giusto perchè ci troviamo qui, perchè ci siamo dentro. Il destino o il caso o la volontà o la iella collocano ciascuno di noi, in ogni dato momento della nostra vita, più vicino o più lontano rispetto a quel punto, ma sempre ci spostimao come in un vuoto. Io voglio parlare semplicemnte di come sia vivere qui, dentro questo spazio, e come negli ultimi mesi sia cambiato tutto e niente. E' una sera d'autunno insolitamente calda a Gerusalemme. Abbiamo, la mia fidanzata Iris ed io, due amici che sono venuti a cena: Joel e Caroline. Con Joel ho diviso la stanza quando facevamo l'università e poi anche qui a Gerusalemme, inoltre lui è l'unico del nostro giro di americani a non essere tornato negli Stati Uniti. Approfittando del bel tempo, decidiamo di mangiare in terrazza, in una città in cui è ancora possibile piegare indietro la testa e vedere una fitta coltre di stelle. Joel e Caroline ci raccontano che, anche se abitano molto vicino ai combattimenti di Gilo e Beit Jallah, non sentono niente. Chiedo di una tipa che abita sotto di loro. "Lei li sente?". Sì, eccome. In effetti in quel palazzo tutti sentono i rumori degli scontri, tranne loro. Un miracolo acustico. Poi, con perfetta chiarezza, un boato. Non come quello di un caccia che supera la barriera del suono. E nemmeno come quello rasoterra dei bombardamenti, che di recente sono ricominciati. Questo è fuoco di carri armati. Noi stiamo cenando. Non siamo formalisti, ma reagiamo in maniera formale. Ci comportiamo come davanti ad un qualsiasi altro sfogo inappropriato quando si è a tavola. Stiamo zitti. Lo ignoriamo. Ci teniamo occupati allungando le mani verso i piatti. Poi qualcuno, forse Iris, dice per primo: "Quello era un carro armato". E ognuno di noi a quel punto ripete la medesima frase, in una versione o in un'altra, come provando un vestito. La decisione di analizzare i fatti non è istantanea. In un certo senso è una scelta cosciente. Preceduta dai momenti in cui fingi che non ci sia stato quello che c'è stato: una bomba, un boato, un qualche silenzioso spostamento dell'equilibrio della ragione; che il tuo corpo abbia o no cominciato già a reagire. Joel, che ha fatto per un anno il carrista nell'esercito, dice, poichè il suo ruolo è sempre quello di tranquillizzare: "Ma poteva essere qualsiasi cosa. Chi può dire cosa è stato davvero?": A Caroline piace questa risposta, ci sente una specie di tregua. "Allora non era un carro armato", dice. "Oh, no", replica Joel, "anche se lo sembrava. Avrei detto che era il fuoco dei carri armati. Ma, in senso tecnico, avrebbe potuto essere qualsiasi cosa". Gerusalemme è una città di echi. Ci sarebbe molto da dire sulle forme che questi echi possono assumere, ma anzichè considerare gli echi storici o politici, voglio limitarmi al senso letterale, e parlare del rumore in sè. E' una sera di metà novembre e oggi ricorre il 15° anniversario della dichiarazione, a Tunisi, dell'indipendenza della Palestina. Nel pomeriggio, Leah Rabin, che è morta poco dopo il quinto anniversario dell'assassinio del marito, è stata sepolta a Monte Herlz. I combattimenti oggi si sono inaspriti rispetto agli ultimi giorni. A differenza della raffica occasionale mezzo negata, stasera è impossibile negare alcunchè. Il fuoco dei carri armati, gli elicotteri sopra di noi, le lunghe raffiche di mitragliatrice in lontananza. Va avanti così da più di quattro ore. Ho fatto del mio meglio per ignorare tutto, secondo questa versione di me a Gerusalemme. E adesso, per la prima volta da quando, un paio di settimane fa, un'autobomba ha ucciso due miei vicini di casa, comincio a sentire qualcosa e lascio che la realtà mi si insinui dentro. Sono andato in un Blockbuster e ho noleggiato alcuni episodi di Sopranos, come medicina. In momenti come questi la mia americanità la mia laterità tende a riaffiorare. Sono cinque mesi che vivo qui e ho notato che la cosa migliore, in questi casi, è lasciarla emergere. Alcune delle crisi più gravi rispetto alla decisione di vivere qui le ho avute in un elegante centro commerciale, seduto da Dunkink Donuts, oppure giocando con joel, come fossimo due ragazzini, in una sala di videogiochi, infilando freneticamente i gettoni nelle macchinette, immersi anima e corpo nelle nostre parti virtuali. iris si è addormentata sul divano. Il mio amico Scott è seduto accanto a lei e beve una birra guardando Die Hard su Canale Due (quale ridicola fuga dalla realtà guardare delle raffiche di mitragliatrice in tivù mentre senti in lontananza quelle vere). Un'altra delle esperienze kafkiane offerte dalla vita di qui, per cui non so mai se sono l'unico dotato di buon senso o l'unico che ne sia privo. In questa particolare occasione, c'è un elemento decisivo che deve essere precisato. Obiettivamente, non sono in pericolo. I Palestinesi sparano in via Ha'Anafa, non dove abito io; i carri armati e gli elicotteri che rispondono al fuoco appartengono agli Israeliani, e non sono puntati in questa direzione. Ma così come il rumore lontano di quei combattimenti arriva fino a me, penetra anche nei territori occupati, nelle case dei palestinesi. Ecco, secondo me, questa è quasi una guerra secondaria e scatena una specie di terrore secondario. A Gerusalemme, nella zona dove vivo, ci sono stati tanti di quei bombardamenti che mi è divenuto chiaro come, al di là del centro del vortice, dove morte e distruzione si incontrano e ogni cosa si mescola, c'è unache una guerra di eco. Non il terrore immediato, ma il terrore che è "terribilità", un terrore che dimostra quanto sia vasta e permanete la portata di queste azioni micidiali, un terrore che è propagazione dell'orrore. Come gli odori dell'infanzia che ci riportano indietro nel tempo, questi rumori, il rumore della morte, il rumore di quanto è veramente in gioco, sono deflagranti e ti rimbalzano all'infinito dentro la testa. Così, qui la normalità si fonda sul non udire. Sul non sobbalzare quando i caccia fendono il cileo. Durante l'ondata di terrorismo della metà degli anni Novanta, nuovamente in preda a quella smania di cultura di massa americana che la violenza mi provoca, sto mangiando un hamburger da MacDonald's. Il piano superiore è pieno do gente come capita sempre in città, di questi tempi. Un rumore di fondo confortante e incolore, la sala è piena di brusii e attività indistinte, quando ad un tratto una bambina fa scoppiare un palloncino. Un attimo di silenzio intensissimo, l'adrenalina nell'aria. E poi un imbarazzo collettivo che riempie la sala gremita di estranei. A questo punto, c'è una ripresa del brusio e dell'acciottolio, si ricomincia a mangiare e a fumare le sigarette posate sui portacenere, si torna alla quotidianità come se niente fosse benchè in effetti sia vero che non è successo niente. Salvo che ci hanno colto in fallo. Fingevamo la normalità, fingevamo la sordità, e ci hanno sottoposto ad un piccolo esame dell'udito. A quanto pare,grazie a tutta questa nostra sordità, siamo ancora capaci di udire. |
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