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Hans Jonas

Il principio responsabilità

Un imperativo adeguato al nuovo tipo di agire umano e orientato al nuovo tipo di soggetto agente, suonerebbe press'a poco così: "Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla terra", oppure, tradotto in negativo: "Agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura di tale vita", oppure, semplicemente: "Non mettere in pericolo le condizioni della sopravvivenza indefinita dell'umanità' sulla terra", o ancora, tradotto nuovamente in positivo: "Includi nella tua scelta attuale l'integrità' futura dell'uomo come oggetto della tua volontà" (p. 16).

Al principio speranza contrapponiamo il principio responsabilità e non il principio paura. Ma la paura, ancorché caduta in un certo discredito morale e psicologico, fa parte della responsabilità altrettanto quanto la speranza, e noi dobbiamo in questa sede perorarne ancora la causa, poiché la paura e' oggi più necessaria che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle cose umane, si poteva considerarla con sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrotici (p. 284).

La speranza e' una condizione di ogni agire, poiché questo presuppone di poter conseguire qualcosa facendo affidamento sulla possibilità di ottenerlo in quel caso determinato. (...) La responsabilità è la cura per un altro essere quando venga riconosciuta come dovere, diventando "apprensione" nel caso in cui venga minacciata la vulnerabilità di quell'essere. Ma la paura e' già racchiusa potenzialmente nella questione originaria da cui ci si può immaginare scaturisca ogni responsabilità attiva: che cosa capiterà a quell'essere, se io non mi prendo cura di lui? Quanto più oscura risulta la risposta, tanto più nitidamente delineata e' la responsabilità. (...) Diventa necessario il "fiuto" di un'euristica della paura che non si limiti a scoprire e a raffigurare il nuovo oggetto, ma renda noto a se stesso il particolare interesse etico che ne risulta evocato (p. 285).

Noi non temiamo il rimprovero di pusillanimità e di negatività quando dichiariamo in tal modo la paura un dovere, che può essere naturalmente tale soltanto con la speranza (della prevenzione): la paura fondata, non la titubanza, forse addirittura l'angoscia, ma mai lo sgomento e in nessun caso il timore o la paura per se stessi. Sarebbe invece effettivamente pusillanimità evitare la paura ove essa sia necessaria (p. 286).

Si dovranno apprendere nuovamente il rispetto e l'orrore per tutelarci dagli  sbandamenti del nostro potere (ad esempio dagli esperimenti sulla natura umana). (...) Soltanto il rispetto, rivelandoci "qualcosa di sacro", cioè d'inviolabile in qualsiasi circostanza (il che risulta percepibile persino senza religione positiva), ci preserverà anche dal profanare il presente in vista del futuro, dal voler comprare quest'ultimo al prezzo del primo. (...) Un'eredita' degradata coinvolgerebbe nel degrado anche gli eredi. La tutela dell'eredita' nella pretesa "di integrità dell'uomo" e quindi, in senso negativo, anche la salvaguardia dal degrado, deve essere l'impegno di ogni  momento: non concedersi nessuna pausa in quest'opera di tutela costituisce la migliore garanzia della stabilità (...). Conservare intatta quell'eredita' attraverso i pericoli dei tempi, anzi, contro l'agire stesso dell'uomo, non e' un fine utopico, ma il fine, non poi così modesto, della responsabilità per il futuro dell'uomo (pp. 286-287, conclusione del libro).

Hans Jonas, Il principio responsabilita', TO:Einaudi,1990, 1993.

Estratti operati da Enrico Peyretti (peyretti@tiscalinet.it), presenti nelle-mail distribuita dal Centro di ricerca per la pace <nbawac@tin.it>Numero 389 del 19 ottobre 2002


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