Torna all'inizio | Filosofia Antica

LIBRO VII STOICI

VII,i. ZENONE cizio.

Di Cizio città greca in Cipro, che aveva avuto coloni fenici. Gli piaceva mangiare fichi verdi e prendere il sole. A trent'anni naufrago al Pireo udì un libraio leggere i Commentari di Senofonte e si chiese dove potessero mai essere uomini come Socr.. Il libraio gli additò Cratete che  passava. E così fu suo discepolo ("Dunque feci buon viaggio quando naufragai, ché la sorte mi ha  fatto approdare alla filosofia!").  Scrisse "Dell'*Educazione ellenica". Teneva lezioni passeggiando nel Portico Dipinto (en te poikìle  stoà), Pecile. Gli ateniesi gli conferirono grandi onori, tra l'altro con il seguente decreto: *E"...poiché esortando i giovani che s'affidavano a lui per essere istruiti alla virtù e alla moderazione, li guidava alle mete più alte indicando come esempio a tutti la sua stessa vita...". Re Antigono  lo invitò: "Cerca di essere mio ospite, ritenendo ben chiaro che non di me solo, ma di tutti insieme i Macedoni sarai *Educatore". Declinò, ottantenne, l'invito, ma mandò l'amico Perseo (la cui acme cadde nella CXXX Ol.=260-56) e rispose che "Una natura nobile sostenuta da moderato esercizio e poi da un'incorrotta istruzione perviene  facilmente al possesso perfetto della virtù".

*E diceva che non dobbiamo ricordare le parole e le espressioni, ma dobbiamo esercitare la mente a cogliere l'utilità di ciò che ascoltiamo; colui che sa sentir bene ciò che  gli viene detto e sa servirsene è superiore a chi pensa ogni cosa da sé: perché quest'ultimo ha soltanto intelligenza, l'altro obbedendo ai buoni consigli possiede anche la PRATICA. Per primo ha introdotto il termine "kathèkon" per designare il dovere.  98ttenne dopo una  vita perfettamente sana: uscito di scuola (ebbe lo scolarcato per 58 anni) inciampò, si ruppe un dito battendo la mano per terra e citò il verso "Vengo, perché mi chiami?" e, mancatogli il respiro, *Morì (altri narrano che morì dopo aver molto travagliato rimanendo digiuno). Epigr: "...rinvenne nella sola moderazione il sentiero che conduce alle stelle" (Antipatro di Sidone); "Fondasti l'autosufficienza... e una nuova scuola, madre di intrepida libertà..."(Zenodoto stoico). *E Genitori e parenti sono nemici, se no sono sapienti: proibiva che si costruissero templi, tribunali e ginnasi, predicava la comunanza delle donne. Suoi discepoli: Aristone -che introdusse la dottrina dell'indifferenza, Dionisio il "rinnegato" (in quanto passò alla teoria edonistica quando non riuscì  a essere indifferente di fronte al dolore agli occhi che l'aveva colpito).

DOTTRINA filosofica degli Stoici: divisa in Fisica Etica Logica. La Filosofia è come un essere vivente: la Logica è ossa- nervi, L'Etica la carne, la Fisica è l'anima. Oppure è un uovo: la Logica il guscio, l'Etica il bianco, il tuorlo la Fisica (per Zenone la Logica è al primo posto, seguita da Fisica ed Etica).

Si servono dei canoni per trovare la verità, attraverso la Retorica (scienza di dir bene su argomenti piani ed unitariamente esposti)  e la Dialettica (scienza su argomenti tramite domande e risposte per distinguere il Vero dal Falso). Elementi della Retorica: invenzione, espressione, disposizione e rappresentazione (riferite sempre agli argomenti). Parti del discorso retorico: proemio, narrazione dei fatti, confutazione della parte avversa, epilogo. La Dialettica abbraccia due campi: quello delle cose significate (enunciati, predicati fino a sillogismi - il cui studio è necessario per il metodo dimostrativo - e sofismi) e quello dell'espressione o parola. Di rappresentazioni (cioè impressioni dell'anima) ve ne sono di 2 tipi: quella che coglie immediatamente - in modo chiaro e distinto - la realtà  esistente (fantasìa kataleptiké =  rappr. comprensiva, sicura, katàlepsis = apprensione) e  l'altra  che la coglie con poca distinzione (fant. akataleptikè, rappr. non comprensiva). Non tutte le rappresentazioni sono dovute a sensazione (aìsthetikaì): ve ne sono anche di astratte cioè prodotte solo dal pensiero. Il primo posto come criterio di verità va alla rappresentazione e sensazione, alla katàlepsis fa seguito l'elaborazione logica (nòèsis), poi segue il pensiero (diànoia) che in quanto è capace di enunciare ciò che riceva dalla rappresentazione lo esprime per mezzo della parola. La comprensione può accadere per mezzo del senso (tatto- vista..) per mezzo della ragione (p.e. per deduzione acquisita attraverso dimostrazione). Le nozioni generali si acquistano o per circostanze accidentali (p.e. la nozione del sensibile) o per simiglianza (dall'immagine che mi sta davanti (di Socr. pe) traggo la nozione di Socr.) o per trasposizione (gli occhi sul petto) o per analogia (per via accrescitiva com'è il caso del Ciclope o per via diminutiva nel caso del Pigmeo) o per composizione (l'ippocentauro) o per opposizione (la morte). Per Crisippo criterio di verità oltre alla sensazione è la precognizione (pròlepsis) o naturale intelligenza dell'universale. *E Nell'istruzione dialettica bisogna cominciare dalla teoria della voce (del linguaggio: perì phonés), aria percossa dal semplice impulso naturale, articolata ed emessa dal pensiero. Raggiunge la  perfezione al 14mo anno di età. Vi é differenza tra voce (semplice suono) e espressione (léxis, suono articolato). Quelle espressioni che hanno significato le chiamiamo lògos, cioè discorso semantico o significante. Il verbo è quella parte dei discorso che significa un predicato semplice, vale a dire ciò che si dice di uno o di una cosa. Difetti stilistici: il barbarismo (urta la consuetudine di classici) e il solecismo (incoerenza sintattica).

Un oggetto del pensiero (ennòema) è un'immagine del pensiero (p.e. l'immagine mentale di un cavallo quando non c'è il cavallo). Il genere comprende in uno più oggetti del pensiero ('animale' abbraccia tutti gli animali). La specie è ciò che è compreso sotto il genere: p.e. 'uomo' è sotto 'animale'. Genere generalissimo (ghenikòtaton) è il genere che non ha nessun genere su di sé: p.e. 'ciò che è' (tò òn). Specie ristrettissima (eidikòtaton) è la specie che non ha sspecie sotto di sé: p.e. 'Socr.'. Il genere si può suddividere in positivo (io) cioè per divisione, o in negativo cioè per 'divisione opposta' (antidiaìresis: "delle cose che sono, alcune sono buone, altre non sono buone).  Le espressioni verbali (to lectòn) sono le frasi complete, risultato di una rappresentazione logica: proposizioni (ta axiòmata, da 'axioùsthai'- in quanto significa che può esser accettato o respinto-: enunciati, giudizi), sillogismi, quesiti. Il giudizio (axiòma) è ciò che può esser negato o affermato in sé e per sé: es. 'E' giorno', 'Dione passeggia'. I quesiti non sono (alcontrario dei giudizi) né veri né falsi. Una specie di giudizion negativo e quello doppiamente negativo, negazione della negazione: 'non può essere che non sia giorno' = non è non giorno = è giorno. Proposizioni semplici. Proposizioni non semplci: tra queste, quella ipoteticamente congiunta (se è giorno, c'è luce). Se la congiunzione è 'poiché' si ha una proposiz. composta assertivamente congiunta (poiché è giorno, c'è luce). Prop. congiuntiva: "è giorno e c'è luce", disgiuntiva (o è giorno o è notte: contiene la coppia V/F), esplicativa del più (è piuttosto giorno che notte), del meno (è meno notte che giorno).

Un ragionamento (lògos) consiste in una premessa maggiore, minore e conclusione: "se è giorno c'è luce, ma è giorno, dunque c'è luce". Un'argomentazione (tròpos) e quasi figura di un ragionamento: "se A è, è anche B; ora il primo è, dunque anche il secondo è". Vi è un'altra forma di sillogismo che combina ragionamento e argomentazione: il logòtropos o sillogismo condizionato, usato per non riportare alle lettera una catena molto lunga di ragionamenti (se Plat. vive, Plat. respira; il primo caso è, dunque anche il secondo è).

I ragionamenti sono inconcludenti (incoerenza tra proposizioni: "è giorno, dunque Dione passeggia") e concludenti. Questi ultimi sono di due tipi: o specificamente concludenti (è falso che è giorno ed è notte; ma è giorno; dunque non è notte), o sillogistici, cioè che si riconducono a ragionamenti che non hanno bisogno di dimostrazione  (se Dione passeggia Dione si muove; Dione passeggia; dunque Dione si muove).  Alcuni concludenti possono aver analogia con i sillogistici, senza però averne la forza: "Se Dione è un cavallo, D. è un animale; ma D. non è un cavallo, dunque D. non è un animale". Vi sono dei ragionamenti non dimostrabili ma necessari perché su di essi è costruito ogni argomento. 1)giud. ipotetico in premessa, enunciato finale in conclusione: "Se A,B; ma A, dunque B è". 2)ipotetico in premessa, conclusione opposta alla premessa "Se A,B; ma non A, dunque non B" 3) negative in premesse, opposto in conclusione "non è possibile V e F; ma F, dunque  non V" 4)disgiuntiva in premessa, opposto di una parte della disgiuntiva in conclusione: "O A o B, ma A, dunque non B" 5)(complementare alla 4 io): "o A o B; ma non A, dunque B".

I sofismi sono ragionamenti insolubili: Velato: "'due sono pochi' non vale assolutamente, ché anche 3 sono pochi, e così via fino a 10; ma 2 sono pochi, quindi anche 10 sono pochi ..."; Utide (il nessuno): "Se uno (tis) è qui, egli (ékeivos) non è a Rodi; ma uno è qui, dunque non è a Rodi ..."

Etica: primo impulso del vivente è la conservazione [v. Spinoza i]; il piacere, se realmente esiste, viene in un secondo tempo, quando la natura per se stessa ha rinvenuto tutto ciò che s'adatta alla sua costituzione, l'umor lieto degli animali, la piena fioritura delle piante. Agli animali - per sovrappiù rispetto alle piante - è stato ingenerato l'impulso per mezzo del quale essi si dirigono ai loro propri fini. Ne deriva che la loro disposizione naturale si attua nel seguire l'impulso. Nell'uomo la ragione si aggiunge come plasmatrice ed *Educatrice dell'istinto. Dunque il vivere secondo virtù è il vivere secondo natura, perché la natura ci guida alla virtù.  Virtù coincide col vivere nell'esperienza degli accidenti naturali; ché le nostre nature sono parti della natura dell'universo. Virtù è il perfetto accordo del demone che è in ciascuno di noi col volere del signore dell'universo. La virtù si può insegnare, come si evidenzia con il fatto che i cattivi diventano buoni. (Crisippo, Cleante, Posidonio). Le virtù primarie sono prudenza fortezza giustizia temperanza; vizi primari sono i loro opposti imprudenza viltà ingiustizia intemperanza. La prudenza è scienza del male e del bene. Il bene in generale è ciò da cui deriva qualche utilità, e propriamente è l'identico all'utile. I beni dell'anima sono virtù e azioni virtuose. Ogni bene è comportante (porta tali cose che traiamo vantaggio dal loro verificarsi), cogente (ci tiene uniti a sé nei casi necessari), solvente (ricompensa la spesa che comporta), utile (crèsimon; procura l'utilità del vantaggio), bello (in quanto è bene è bello; ma è bello, dunque è anche bene), degno di scelta, giusto. Tutti i beni non sono né accrescibili né diminuibili, e tutti i beni sono eguali. Come proprietà del caldo è scaldare, proprietà del bene è giovare. Ricchezza e salute offrono più danno che vantaggio, dunque non sono beni. Non è bene ciò di cui si può fare buono o cattivo uso; della ricchezza e salute si può fare buono e cattivo uso, dunque non sono beni. Il bene non è vergognoso (Crisippo): vi sono piaceri che sono vergognosi, dunque i piaceri non sono un bene.

Valore (axìa) è un certo contributo alla vita equilibrata della ragione ( e questo è requisito di ogni bene). Dunque è degno di essere scelto tutto ciò che ha un valore: nel campo spirituale l'ingegno, la tecnica, il progresso; nel materiale vita  salute forza complessione fisica integrità degli organi bellezza; nel campo dei beni esterni gloria nobiltà ricchezza. Dovere (kathékon) è l'atto che è possibile giustificare razionalmente in quanto conforme alla natura nella vita.  *E Dovere di mezzo tra assoluti (esser virtuosi) e relativi (passeggiare) è p.e.. che i fanciulli obbediscano ai pedagoghi.

L'anima consta di 8 parti: 5 sensi, organo vocale, facoltà di pensare, facoltà di generale. La passione è un movimento dell'anima (contrario a natura e ragione) oppure un impulso eccessivo. Le passioni sono 4: dolore (contrazione dell'anima), paura (attesa di un male), concupiscenza (appetito irrazionale, da cui dipendono bisogno ira amore <tentativo di acquistare amicizia a causa di una bellezza esteriore> odio ambizione) e piacere (irrazionale esaltazione per ciò che venga creduto degno di essere scelto). Infermità dell'anima sono la ricerca della gloria e del piacere. Però vi sono 3 disposizioni passionali dell'anima non riprovevoli: gioia (o esaltazione razionale, contraria al piacere) cautela (evitare razionalmente il pericolo, contraria al timore) e buona volontà (o appetito razionale, opposto alla concupiscenza). Il sapiente è immune da passioni (apathes) perché non può cadervi (apathes è anche lo stolto, ma il sapiente è indifferente alla gloria e all'oscurità), è austero (né da sé attende al piacere né da altri si lascia attrarre alle seduzioni del piacere). I virtuosi sono sinceri, non si immischiano nelle faccende del mondo, perché declinano ogni azione che possa contrastare al dovere. Né il sapiente sarà intristito dal dolore, perché il dolore è una contrazione irrazionale dell'anima. I virtuosi venerano la divinità, ché sono esperti di tutto ciò che per tradizione è dovuto agli dei, di c ui godono l'amore e il favore in quanto sono santi e giusti. Sono anche gli unici sacerdoti, perché essi si sono fatti idee chiare su riti sacrifici  e purificazioni. Solo il sapiente è libero, gli stolti sono servi. Non solo liberi, ma anche re: infatti il regnare - dominio non soggetto a rendiconti - può sussistere solo se è retto da sapienti (Crisippo). Il sapiente non si meraviglia, non si affiderà a vane opinioni, non vivrà in solitudine né trascurando il corpo. L'amicizia esiste solo tra gli uomini virtuosi, non può sussistere tra i cattivi. Le virtù sono in stretto rapporto tra di loro, tale che chi ne possiede una le possiede tutte. (v. Nietzsche: una virtù è più di molte virtù). Negano la teoria peripatetica dei vari gradi intermedi  tra virtù e vizio. Una volta acquisita non si può perdere (Cleante; ma Crisippo nega); essa  è sufficiente alla felicità. La retta  ragione (come la virtù e il vero i) esiste per natura, non per convenzione.

Crisippo sostiene l'utilità dell'*Educazione enciclopedica. L'amore non è unione carnale ma amicizia (perfetta i). Il sapiente si allontanerà dalla vita se ha buoni motivi (patria amici malattie inguaribili). Proclamano la comunanza delle donne tra i sapienti. La costituzione migliore è quella mista (il meglio da democrazia monarchia aristocrazia).

Fisica: principi dell'universo -ingenerati incorruttibili e incorporei - sono due, l'attivo(=la  ragione nella materia, cioè dio - eterno e demiurgo) e il passivo (=essenza senza qualità, cioè materia nei 4 elementi). Gli elementi sono invece corporei e si corrompono quando si verifica la  conflagrazione del mondo. Dio è un'unica sostanza - comunque venga chiamato (mente fato Zeus). All'inizio era solo nel suo essere, come seme in cui è contenuto il germe, esso è la  ragione seminale del mondo (spermatikòs lògos tou kòsmou), e la materia acquista per opera sua la capacità di continuare a generare. Cosmo ha tre significati: dio (la cui singola qualità è identica a quella di tutta la sostanza dell'universo, creatore dell'ordine universale, che in determinati periodi assorbe in sé tutt' intera la sostanza dell'universo), ordine cosmico delle stelle, e l'insieme che risulta da entrambe queste parti. La mente penetra in ogni parte del cosmo, come l'anima in noi (su identità e forma vedo Leibniz). All'esterno del cosmo è diffuso il *Vuoto infinito (mentre il cosmo è una compatta unità senza vuoto). Le parti del cosmo sono corruttibili in quanto si trasformano una nell'altra. Dal processo di mescolanza dei 4 elementi derivano piante e animali. L'essere vivente è superiore al non vivente, nulla è superiore al cosmo, dunque il cosmo è un essere vivente, è un essere finito (mentre il  *Vuoto è infinito). Astri e terra (immobile) sono sferici.

Dio, razionale, perfetto o intelligente, beato, non suscettibile di alcun male (v. anche qui Leibniz), sollecito per usa provvidenza del cosmo, NON è antropomorfo. La natura (capacità mossa da se stessa di portare a compimento e  conservare, attraverso i principi seminali, tutto ciò che germina da sé) mira all'utile e al piacere, il tutto secondo il fato (concatenazione di cause di ciò che è, ragione - lògos - che governa il mondo. Essendovi una provvidenza, esiste anche una divinazione (ma Panezio nega). La sostanza è corporea e finita, suscettibile di mutamenti (altrimenti non sarebbe fonte del  divenire):  da qui deriva la divisione della sostanza all'INFINITO. La fusione della materia è perenne, perfetta, intima e fondamentale (come una goccia di vino si scioglie nel mare). Gli eroi sono le anime superstiti degli uomini virtuosi. La natura è un soffio igneo e creativo, l'anima (che ha sede nel cuore) è un soffio (pnéuma) congenito perciò è anche corpo, permane dopo la morte ma è corruttibile, mentre l'anima universale (di cui sono parte le anime individuali) è incorruttibile. Il sonno è l'allentarsi della tensione percettiva (aisthetikòs tònos) dell'anima (da essa promanano rappresentazioni impulsi e ragione). Le passioni sono causate da variazioni che avvengono nell'ambito del soffio vitale. Il seme, che l'uomo trasmette con l'umidità, è talmente mescolato all'anima, che trasmette le proprietà del genitore.

VII,ii. ARISTONE[II sec. a. C. - stoico]

Il Calvo, di Chio. Solo l'etica ci riguarda: vivere indifferenti  a tutto ciò che è indifferente (=che non è né virtù né vizio). Le virtù sono da considerare in modo relativistico, cioè in rapporto ai modi di vita. *M colpito da insolazione. DL carme per celia: "...cercando il caldo più del necessario, contro la tua volontà rinvenisti il freddo Ade".

VII,iii. ERILLO[III sec. a.C.: inizia un filone stoico che pone a fine  supremo (τέλος) la scienza =sapienza (έπιστήμη =salda attitudine razionale di fronte alle apparenze), e declassa a ΰποτελις (fine di secondo grado) il tradizionale fine stoico pratico]

Di Cartagine. Il fine è la scienza, facoltà di accogliere le rappresentazioni SENZA cedere alla ragione. Tra i suoi scritti *E "Il maestro".

VII,iv. DIONISIO[IV sec. a. C.]

Il Rinnegato. Il fine è il piacere. Non potendo sopportare il suo male agli occhi, abbandonò Zenone (stoicismo) per i cirenaici (frequentando i lupanari). *M ottantenne d'inedia.

Questi gli stoici eterodossi. Passiamo agli ortodossi.

VII,v. CLEANTE[331/0-232/1 a. C.: la rappresentazione (φαντασία) è una stampa (τϋπωσις) dell'oggetto nell'anima. La virtù è una forza (ίσχΰς)]

Di Asso. Pugile, povero, dall'incontro con Zenone trasse la fedeltà a lui e ne fu il primo successore. Per vivere, lavorava di notte attingendo acqua (per una fornaia) nei giardini, di giorno si esercitava nelle argomentazioni. Lasciò bellissimi libri  tra i quali "Dell'*Educazione". *M continuò a rimanere a digiuno dopo che i medici l'avevano guarito da un'infiammazione gengivale consigliandogli l'astinenza.

VII,vi. SFERO

Alunno di Cleante. Si trasferì poi ad Alessandria alla corte di Tolemeo Filopatore. Distinse tra rappresentazione certa (tèn kataleptikén fantasìan) e probabilità (su cui si era fondato nello scambiare una melagrana di cera per una vera) (anticipa Hume ì).

VII,vii. CRISIPPO

Nato a Soli o a Tarso, alunno di Cleante. Laborioso (705 scritti, molto famosi, molti sui sofismi). *M 73enne nella CXLIII OL (208-204) bevendo vino dolce a un sacrificio con gli alunni (secondo altri per il ridere dopo aver fatto ubriacare un asino che gli aveva mangiato i fichi).

Suoi ragionamenti: 1."Chi rivela i misteri ai non iniziati commette empietà; ma lo ierofante lo rivela ai non iniziati; dunque lo ierofante commette empietà" (v. Aristippo i); 2."Ciò che non è nella città non è neppure nella casa; ma non vi è pozzo nella città, dunque non vi è neppure nella casa"; 3.Vi è una testa, tu non l'hai; vi è perciò una testa che tu non hai; dunque non hai testa"; 4."Se uno è a Megara non è ad Atene; ma v'è un uomo a Megara, dunque non v'è un uomo ad Atene"; 5."Ciò che tu dici passa per  la tua bocca; ma tu dici 'carro'; dunque un carro passa per la tua bocca"; 6. (per altri è di Eubulide) "Tu hai ciò che non perdesti; ma tu non perdesti le corna; dunque tu hai le corna".

Nella "Repubblica" ammette i rapporti carnali con madri figlie e figli (*Incesto i). Sostiene che il sapiente non deve procurarsi alcun mezzo di vita, e prescrive di mangiare i cadaveri. Per quale motivo procurarsi i mezzi di vita? Se è per la vita, essa è indifferente; per il piacere, idem, se è per la virtù, basta da se stessa alla felicità. Ridicoli i modi di procurarsi da vivere: chi se li procura dal Re cede ai suoi capricci e voglie; chi dagli amici, si compra l'amicizia per guadagno, chi se li procura per mezzo della sapienza rende la sapienza mercenaria.

 

-------fine---------

Torna all'inizio | Filosofia Antica

1