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LIBRO VI  CINICI

VI,i ARISTIPPO

Ateniese, dal Pireo dove abitava faceva ogni giorno in salita quaranta stadi per udire Socr.. da cui prese la tolleranza e l'impassibilità: diede  così inizio al Cinismo. Si comportò bene nella battaglia di Tanagra (426). Fu chiamato puro cane (aplokìon), primo a portare solo mantello bastone e bisaccia. C'è chi fa risalire a lui anche il primo virile stoicismo. Anticipò l'impassibilità di Diogene, la moderazione di Cratete, la tolleranza di Zenone. Gran numero di scritti tra cui *E "Dell'educazione o dei Nomi", "Del morire", "Del cane": aspro nel riprendere i discepoli, ché "anche i medici si comportano così con gli ammalati"; dimostrava che la virtù (che è la stessa per l'uomo e per la donna) si può insegnare, è sufficiente per la felicità, è nelle azioni e non nelle parole; il sapiente basta a se stesso, perché tutti i beni degli altri sono suoi. Bisogna badare ai nemici, ché sono i primi a notare i nostri errori. Quale vantaggio dalla filosofia: "Il poter parlare con se stesso". Scherniva Plat. come gonfio d'orgoglio. "Vorrei piuttosto impazzire che provare piacere".  Fu iniziato ai misteri orfici. *M di malattia. Epigr. DL: ""Nella vita tu A. eri un vero cane, disposto dalla natura a mordere l'umano cuore con le parole, non con i denti; ma tu moristi di consunzione".

VI,ii DIOGENE cinico

Di Sinope. Si servì indifferentemente di ogni luogo per ogni uso. Andò ramingo insieme al padre. Scelse per abitazione una botte che era nel Metroo (Archivio di Stato): quando un giovane gliela ruppe, gli ateniesi gliene fornirono un'altra. Si masturbava pubblicamente ("Magari passasse così anche la fame!"). Senza città, senza tetto, bandito dalla patria, mendico, errante, alla ricerca quotidiana di un tozzo di pane. Opponeva alla fortuna il coraggio, alla convenzione la natura, alla passione la ragione. Prendeva il sole quando Alessandro sopraggiunto ("io sono Alessandro, il re" "E io D., il cane") gli disse "Chiedimi quel che vuoi": "Lasciami il sole", "Non hai paura di me?", "Che cosa sei, un bene o un male?", "Un bene", "Chi mai dunque ha paura del bene?".  Durante il giorno andava in giro con la lanterna accesa, dicendo "Cerco l'uomo". Trovava da ridire sulle preghiere degli uomini, osservando che essi non chiedono i veri beni, ma ciò che a loro sembra bene. Prigioniero dopo Cheronea, a Filippo che gli chiese chi fosse: "Osservatore della tua insaziabile avidità"; per questo fu rimesso in libertà.  Buona *Educazione per i giovani è moderazione, per i vecchi conforto, per i poveri ricchezza, per i ricchi ornamento; da tralasciare musica, geometria, astrologia, inutili e non necessarie. Era bravo nel trattare gli altri con alterigia. Definiva bile (colé) la scuola (scolé) di Euclide, perdita di tempo (katatribén) la conversazione platonica (diatribén); per lui la più alta scienza "il mantenere ciò che si è appreso (piloti, medici, filosofi)". Insegnava come mantenere a mente e compendiare concisamente la materia. Insegnava ai ragazzi a governarsi da sè, bere solo acqua, scalzi, senza tunica, silenziosi, a badare solo a se stessi. L'esercizio è duplice: spirituale e fisico. Nulla però si può ottenere dalla vita senza esercizio: l'esercizio è l'artefice di ogni successo. A parte gli inutili sforzi, l'uomo che sceglie le fatiche richieste dalla natura vive felicemente. L'infelicità non è altro che l'inintelligenza degli sforzi necessari. Falsificò moneta, ché dava più peso alle leggi della natura che a quelle delle prescrizioni. L'unica retta costituzione politica è quella che regge l'universo. Ammetteva la comunanza delle donne, non riconosceva il matrimonio, ma la convivenza concordata tra uomo e donna, in conseguenza anche i figli dovevano essere comuni.

 Catturato e venduto, chiestogli cose sapesse fare rispose "Comandare gli uomini"; visto un tale con veste fregiata di porpora, disse all'araldo "Vendimi a quest'uomo: ha bisogno di un padrone". Si trattava di Seniade di Corinto, che lo comprò davvero e lo pose ad *Educare i figli e ad amministrare la casa.  "Tutto appartiene agli dei, i sapienti sono amici degli dei, i beni degli amici sono comuni. Perciò i sapienti posseggono ogni cosa". Discorrendo Plat. sulle idee e chiamando "tavolità" e "coppità"  D. :"Io, Plat., vedo tavola e coppa ma le idee astratte di tavola e coppa non vedo". Al che Plat.  (per il quale D. era un Socr. diventato matto): "E' giusto, hai gli occhi per vedere coppa e tavola, non hai la mente per vedere le loro idee astratte". Ammirando le offerte votive in Samotracia: "Sarebbero molte di più, se avessero fatto  la loro offerta anche  coloro che non si sono  salvati". A cosa serve la filosofia: "Se non altro, ad essere preparato ad ogni evento". Interrogato sulla patria: "Cittadino del mondo". "Tu non sai nulla e pure fai il filosofo": risponde "Aspirare alla saggezza, anche questo è filosofia". La cosa più bella tra gli uomini: "La libertà di parola". Sentì le sue lezioni anche Stilpone di Megara. Si diede *Morte volontariamente trattenendo il respiro. (Per altri fu morso al tendine da un cane e morì). Interrogato se la morte sia un male: "Come potrebbe, se quando è presente non ce ne accorgiamo?".  Sul suo sepolcro, un cane. Altre statue con questi versi "...tu solo insegnasti ai mortali la dottrina che la vita basta a se stessa e additasti la via più facile del vivere". Morì a Corinto lo stesso giorno in cui Alessandro morì a Babilonia. Era vecchio nella CXIII Ol (324-21). Dialoghi (tra i quali "Della morte") e tragedie.

VI,iii MONIMO[IV sec. a. C.: uno dei primi cinici]

Di Siracusa, discepolo di Diogene e anche del cinico Cratete. Così ne parla Menandro "Andò ben oltre il proverbiale 'conosci te stesso', quel sudicio mendico, proclamando che è vano ogni umano pensiero".

VI,iv ONESICRITO[ 375-fine 300 a. C.]

Di Egina, discepolo di Diogene. Come Senofonte partecipò alla campagna di Ciro, O. partecipò a quella di Alessandro, l'uno scrisse "L'Educazione di Ciro", l'altro "L'*Educazione di Alessandro". Gli stili si assomigliano, ma l'imitatore è inferiore al modello.

VI,v CRATETE[]

Di Tebe, illustre discepolo del Cane. Fiorì nella CXIII Ol (328-24). Suoi versi: "Ho quel che appresi e pensai, i santi precetti delle Muse; i beni del mondo sono posseduti dalla vanità". Vantaggi dalla filosofia: "Un quarto di lupini e assoluta noncuranza". Vendette il suo patrimonio  e al banchiere cui lo consegnò  raccomandò[ *E] che se i suoi figli fossero rimasti orfani desse loro del denaro, se fossero divenuti filosofi, il denaro desse al popolo, ché loro non avrebbero avuto bisogno di nulla. Portò il figlio, finita l'efebia, nell'abitazione di una prostituta e gli disse che suo padre così aveva celebrato le sue nozze. "Oh se le fonti dessero anche pane!": è chiaro dunque che beveva solo acqua. Aveva come patria l'oscurità e la povertà, che la sorte no può espugnare, e come concittadino Diogene, cui l'invidia non poteva tendere insidie. Furono suoi alunni i seguenti (quattro io).

VI,vi METROCLE[metà IV sec. - III sec. a. C.: iniziatore dei χρεΐαi, "motti giovanili" (apoftegmi e aneddoti) per raffigurare la condotta cinica]

Di Maronea, passò (ai cinici) dopo esser stato col peripatetico Teofrasto: facile allo scoramento tanto che per un peto sfuggitogli a lezione voleva - chiuso in casa - morire d'inedia. Insegnava che delle cose alcune si possono procurare col denaro (p.e. una casa), altre con il tempo e la diligenza (p.e. l'*Educazione). *Morì vecchio essendosi strangolato.

VI,vii IPPARCHIA[Ippàrchia]

Sorella di Metrocle, entrò nella scuola per amore ("per cinica impudenza" = ΄αναιδεια) di Cratete. Scrisse tragedie con alta filosofia come "La mia patria non ha una torre sola né un tetto solo, ma dove ci è possibile vivere bene, in ogni punto di tutto l'universo, lì  la mia città, lì la mia casa". *M vecchia.

VI,viii MENIPPO[III sec. a. C.: fondatore dello spudaioghéloion-σπουδαιογέλοιον= umorismo che nasce da una concezione della vita troppo serio-melanconica;  fu modello per Luciano, che in "Dialogo dei morti" lo rappresenta come un cinico feroce]

Servo dalla Fenicia, vittima di un complotto. Spogliato di ogni bene preso da angoscia si diede *Morte impiccandosi.

VI,ix MENEDEMO[Menedèmo, III sec. a. C.: fuoruscito dalla scuola epicurea di Colote, combattuto anche dagli stoici, fu puro cinico]

Barba lunga, cappello arcadico. I cinici bandirono la logica, *E la geometria e la musica, l'istruzione enciclopedica e si dedicarono solo all'etica. (Antistene diceva che la letteratura distrae chi ha già conquistato un equilibrio spirituale). Il cinismo fu definito via breve alla virtù. Disprezzano ricchezza gloria nobiltà. *E La virtù si può insegnare, né si può perdere una volta acquisita. Il sapiente è degno di amore, infallibile, amico del suo simile, e nulla affida alla fortuna.

 

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