Cinque giorni con Victor

di Pasquale Cam

Capi ne ho avuti tanti, nella mia attività di servizio, e molto spesso, all’altezza della situazione, cioè capaci di destreggiarsi con bravura, tra difficoltà di diritto e di fatto, interesse nazionale e compromesso politico, perfettamente addestrati a riparare "in corner" un attimo prima di incassare l’insuccesso.
Fu proprio il mio capo "pro tempore" a spedirmi in Scozia, per una importante riunione di affari, alla quale non voleva partecipare di persona, nel timore di restare "incastrato".
Mi fornì un mandato di rappresentanza, con scarsissimo potere negoziale e mi dette un’accelerata preparazione comportamentale, che mi servisse alla "bisogna", avendo già mandato un telex, in cui si diceva che "improvvise esigenze nazionali non gli consentivano di muoversi da Roma". Era il tempo dei rapimenti ed all’Estero si immaginava che tutti e proprio tutti gli italiani si desse da fare per stanare i malfattori, per cui la sua scusa poteva esser creduta.
Ed anche se non lo fosse stata, la controparte non avrebbe avuta altra scelta che dimostrarsi lieta di accogliere, in pompa magna, l’annunciato rappresentante, in ossequio alla"sempre verde" massima, che suggerisce di "rispettare il cane per il padrone".
All’aeroporto, incontrai gli altri membri della delegazione italiana i quali già sapevano che ero venuto al posto del capo e perché proprio io? Perché dovevo essere un suo protetto: tutto logico allora e giusto.
Giunti all’aeroporto di Londra, fummo avvicinati dagli ospiti inglesi, muniti del classico cartello indicativo del meeting.
Di qui, fummo trasferiti su di un executive privato, che, "lento pede" ovvero "lenta elica", dopo un rapido sorvolo della città, guadagnò il nord, fino ad Edimburgo, in Scozia.
Tre macchine in attesa prelevarono noi e le nostre "impedimenta", scaricandoci nel cortile di un vecchio castello, ove erano allineate, in nostro onore, servitù di ogni specializzazione, maggiordomo compreso: al centro dello spiazzo, un pennone altissimo lanciava ai venti l’italico stendardo.
Il Capo non mi aveva segnalata una simile eventualità.
Dovetti fare quindi una rapida spremitura di memoria, nel settore della drammaturgia vittoriana, per stabilire se al maggiordomo andava stretta la mano o no, se al facchino andava data la mancia o meno, se agli ospiti andassero rivolte parole di apprezzamento per questa trovata del cavolo.
Preferii fare il superbo, sterilizzando ogni emozione nel dirigermi decisamente verso l’ingresso: il maggiordomo mi precedeva di tre passi ed io lo seguivo, attraverso una lunga serie di scale e corridoi, e man mano che procedevo, andavo vieppiù convincendomi di dover incontrare il fantasma, se non sotto il classico lenzuolo, almeno in una delle tantye armature, disseminate nelle anticamere.
E da quel momento, il maggiordomo mi prese sotto le sue cure, ovvero in altri termini, non riuscii più a togliermelo dalle scatole.
Secondo il modulo della vecchia famiglia inglese, il maggiordomo si occupa personalmente del capo di casa e degli ospiti di rilievo, ed essendogli io stato segnalato come la persona più importante del gruppo, mi aveva per così dire adottato, tenendomi separato dagli altri, nel mio privilegio.
Per quella sera, non si uscì dal castello; nella sala da pranzo fu approntato un dinner in grande stile, dopodiché, andammo negli appartamenti assegnati per sistemare la roba negli armadi. Ma già in questa occasione il maggiordomo cominciò a mettermi in difficoltà: volle lui aprire la mia valigia e trasferire il tutto nel guardaraoba. In effetti, aldilà di una certa pudicizia violata, non avevo mai visto trattare così bene la mia roba, tanto che cominciai ad apprezzare la sua presenza.
La visita andò come il Capo aveva previsto e le sue istruzioni furono più che sufficienti per darmi un atteggiamento adeguato al ruolo. Ma in questo aspetto privato, del tutto imprevisto, dovetti far da solo.
Il maggiordomo, osservando il mio anello con stemma, non mancò di chiedermi a che epoca ascendesse la nobiltà del mio casato, al che io, non senza un certo sussiego, denunciai: 1540. E lui, con orgoglio: Giovanni senza terra? "No, Ferdinando senza soldi", risposi. Temetti proprio di averlo preso in giro, ma lui non si scompose affatto: "Fu certamente un grande sovrano, anche se non troppo conosciuto in Gran Bretagna" rispose."Certamente", conclusi con rispetto.
La mattina, verso le sette, il maggiordomo, che già mi aveva vivamente pregato di chiamarlo Victor, apriva i rubinetti della vasca da bagno, nella sala attigua, in modo da creare un gran frastuono, che lungi dall’incoraggiare la mia sveglia, serviva a disturbare l’ultimo mio sonnicello, quello di cui spesso riesci a ricordare situazioni e personaggi, per farne ipotesi premonitorie. Dopo qualche minuto di deferente attesa, Victor entrava in camera, per servire un caffé senza zucchero e quindi si recava alla finestra, e dopo averla spalancata ed osservato il cielo, forniva indicazioni sul tempo, stile bollettino di guerra: capisci che sei al limite dell’inevitabile e ti alzi borbottando; incroci il suo sguardo, abbozzi un mezzo sorriso, ma lui severo: "Il Signore ha tutto il diritto di bestemmiare, ma per favore, mai davanti ai bambini", osservo che non sto bestemmiando e che non ci sono bambini, ma lui di rimando: "Io faccio ugualmente il mio dovere a ricordarglielo: un giorno ce ne saranno e sarà la benedizione di Dio, per questa casa". "Iddio ci ascolti, Victor". Non potevo deluderlo ancora.
Vado a fare il bagno e prima ch’io mi erga dalla vasca, lui è già lì, con l’accappatoio in mano. Sono ormai rassegnato alla sua persecuzione: infilo le pantofole, che sempre lui mi ha allineate aldilà dello stuoino ed insieme ci avviamo alla camera da letto per la vestizione. Faccio per allungare la mano verso il guardaroba, ma Victor si interpone risoluto a far rispettare il suo buon diritto di maggiordomo.
Lo vedo spalancare l’armadio: enorme, per l’unico vestito che mi son portato. Victor fa attentamente la sua valutazione, quindi avanza la sua proposta: "Signore..... oggi il tempo è stabile, l’umidità non è eccessiva, le consiglio di indossare l’abito grigio".
Il giorno prima, l’abito grigio, l’avevo già indossato, perché pioveva ed era il più adatto, ed il giorno ancora avanti, c’era vento e nulla poteva sopportare meglio la polvere. E così, come sempre, ma con dignità la mia risposta: "Grazie Victor, la sua scelta è eccellente".
Quando poi, per strada, fui preso dalla pioggia, quasi stavo per imprecare contro Victor, tanto avevo creduto al gioco delle parti.
Rientrai tardi quella serra; il portone era accostato e Victor era seduto su di una sedia, un paio di metri più avanti, insonnolito e preoccupato.
Pensai subito a gravi notizie, provenienti dall’Italia, alla necessità di un immediato rientro, ma nulla di tutto ciò: Victor, impressionato dal ritardo, mi aveva atteso sveglio, alla porta, come ogni buona moglie, per fortuna senza randello.
E dette la stura ad una lunga "reprimenda", che forse datava i tempi di Giovanni senza terra": "Il Signore non deve frequentare cattive compagnie, perché portano alla perdizione ed alla rovina. Il Signore non deve bere più di una pinta di vino ed una coppia di wisky. Il Signore non deve ubriacarsi, perché rischia di trovarsi arruolato su di una nave mercantile o addirittura corsara.. L’alcool danneggia la virilità, l’intelligenza, la fantasia e persino i cavalli non ubbidiscono più ai suoi ordini, ed i cani non hanno più alcun rispetto.
E per finire, lui che aveva avuto sempre cura di me, mi avrebbe abbandonato, ma ripensandoci, mi avrebbe ancora assistito quella sera, ma che fosse l’ultima per favore!"
Mi sembrò opportuno, ringraziarlo e scusarmi per il fastidio, ma Victor si mostrò a dir poco contrariato: infatti reagì immediatamente, chiedendomi cosa mai fosse successo; l’ultima volta avevo promesso che "lo avrei fatto impiccare", malgrado ciò lui aveva fatto ugualmente il suo dovere......
Non sapendo come concludere, dissi che lo graziavo, per l’ultima volta ed aggiunsi, "per favore", come vuole la grammatica. E fu davvero l'ultima volta perché la mattina dopo si diveva ripartire
Un incontro conclusivo per chiudere il negoziato, il discorsetto ufficiale, ma dentro di me già la preoccupazione di dover tornare a casa in fretta per preparare la valigia.
A mezzogiorno ero già al castello e da solo, perché gli altri la valigia se l'erano già preparata, non disponendo di un maggiordomo con cui discutere la scelta e la sistemazione degli abiti nel bagaglio.
Feci per raggiungere il mio appartamento, ma ogni porta risultava sbarrata e non potei andare oltre l'ampio salone delle armature: rimasi veramente deluso nel trovare la mia valigia già fatta, su di uno scanno.
Pensavo di incontrare ancora Victor per un saluto formale, pur sapendo che il suo impegno era solo professionale e folkloristico, ma non c'era: noi a Napoli saremmo stati più brillanti, offrendo almeno una tarantella finale fra maggiordomo, domestici e rappresentanti di categoria.
Un po' di delusione quindi.
All'aeroporto, incontrai il capo della delegazione britannica venuto a salutarci e benché contrariato della conclusione, come già detto, ringraziai "per la magnifica accoglienza ricevuta".
L'ospite si schernì e poi si scusò, per la scarsa assistenza fornita; al di là dell'alloggio, non avevano potuto portarsi, visto lo sciopero degli albergatori; anzi, venire in Scozia ed accontentarsi di piatti precucinati, serviti da impiegati, anziché camerieri, dimostrava un grande spirito di comprensione, di cui ci erano grati.
Sfoderai l'ultima batteria di frasi precondizionate del Capo, ed aggiunsi un accenno al magnifico castello.
L'ospite sorrise e tese la mano: "Spero che nel castello di Lord Carlington, non abbia incontrato il Fantasma che la gente gli attribuisce: vissuto ai tempi di Giovanni senza terra, un maggiordomo di nome Victor".
Riuscii ancora a sorridere, ma scappai a prendere l'aereo.


I Racconti di Zeus

Somm. Apr. '97 - N° 7
1