L'ultimo rifugio

di Giulio D'Angelo

Quasi ogni mese, prima di rincasare, Gregorio era solito recarsi alla taverna di vicolo Magellano per affogare nell’alcool gli ultimi momenti della giornata.
Il locale, qualche vecchio tavolino di legno circondato da quattro pareti spoglie, era uno tra i più insani della città. Gregorio entrò consultando l’orologio e quei pochi spiccioli rimastigli nelle tasche dei pantaloni. L’aria pesante e viziata, miscelata al fitto fumo delle sigarette, impediva una chiara visione dell’ambiente, ma favoriva l’immaginazione dell’anarchia e del putiferio che doveva esserci.
Gregorio si fece servire un bicchiere di whisky di qualità scadente.
Ai tavolini sedevano alcuni individui particolari, vecchi barbuti impegnati nelle carte e quattro marinai, sepolti nei loro capelli, che discutevano animatamente di chissà quali faccende con un modo di fare tanto poco raccomandabile da attirare la sua attenzione.

Uno di essi si alzò barcollante dal tavolino e si diresse verso Gregorio.
"Lo sapevo, verrà sicuramente a chiedermi di accendere" s’immaginò. "Buon uomo, avrebbe del fuoco?"
Gregorio gli porse l’ultimo fiammifero rimasto di quello che rimaneva della sua scatola.

Il marinaio, segnato da una lunga cicatrice sul volto, vestito di una vecchia divisa sporca e trasandata, aveva i lunghi capelli legati con un laccio di cuoio.
Accese la sigaretta e si ridiresse verso il tavolino.
Terminato il terzo bicchiere, Gregorio decise di pagare il conto e di dirigersi verso casa...
Aveva gli occhi e una strana sensazione vertiginosa lo scuoteva da capo a piedi.
Con molta fatica riuscì ad afferrare la maniglia della porta di ingresso e d’un tratto si ritrovò fuori.
La pallida luce lunare gli illuminava il cammino, mentre il vento formava vortici di polvere e carte laddove i muri si chiudevano ad angolo.
Giunto al portone, lo aprì dopo il terzo giro di chiave, ritrovandosinel soggiorno. Un silenzio spettrale regnava nell’aria, frammisto ad una sensazione di tetra solitudine.
Gregorio si diresse verso la sua camera ed entratovi, si lasciò cadere trasversalmente sul letto.
Un tiepido raggio di luce filtrava attraverso la serranda, illuminando un grazioso visetto di donna racchiuso in una cornice d’argento.
L’espressione di quel viso cambiava di continuo e sembrava volergli comunicare qualcosa.
Aveva un’aria malinconica, lo sguardo un po’ triste. Sebbene non giovanissima, le poche rughe che le contornavano gli occhi lasciavano grande spazio all’immaginazione e alla sua vita non facile, occhi dai quali trasparivano messaggi d’amore: ora lo interrogava, ora lo osservava commossa.
Tutto ciò che gli restava di Marta era una foto, oltre al ricordo e all’amore profondo.
Anche quella sera Gregorio era stato alla taverna per affogare nell’alcool tutti i suoi pensieri.
Ci sarebbe andato anche l’indomani e l’indomani ancora per respirare nuovamente quell’aria pesante e viziata miscelata al fitto fumo delle sigarette.
Ci sarebbe andato fino a quando non avesse consumato, con sè, anche il ricordo del proprio passato.

I Racconti di Zeus

Somm. Genn. '97 - N° 4
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