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Il dottor Sante Pernicolò è stato per anni il mio segretario, anche se nel quadro organico del Ministero non v'è mai stato requisito di laurea per tale posizione - ma Pernicolò lo era - tanto gli bastava perché si sentisse personaggio di rango e pretendesse l'appellativo di "dottore", lui che il dottore non faceva.
Per la storia, Pernicolò proveniva da "eccelsi" ambienti burocratici, dai quali era stato centrifugato, perché di carattere invadente, presuntuoso, conflittuale.
Ciò malgrado, pur condividendo il fatto che alcuni suoi atteggiamenti lo rendevano un "dipendente scomodo" io lo accolsi, perché mi sembro chiaro fosse afflitto da "andropausa", condizione pertinente agli uomini di mezza età che si manifesta con la "vocazione" al piazzamento sociale.
E poiché il successo non è di tutti, molti degli esclusi se lo inventano!
Pernicolò dunque, così sensibilizzato all'arrivismo, non tardò a prendere coscienza di essere allocato in una modesta, ma concreta architettura di potere: bastava solo individuare e delimitare un buon settore, nel quale assumere la gestione diretta, per assicurare soddisfazioni e lusinghe alla sua "andropausa".
Un giorno venne a lamentarsi di quanto male fosse ridotto il suo ufficio sia in mezzi tecnici che in personale e mi contestò chiaro e tondo che lui, segretario capo, avrebbe dovuto dirigere una segreteria e non occuparsi direttamente di protocollo, archivio e dattilografia.
In effetti non aveva torto, ma la riduzione ai minimi termini che lui denunciava era più colpa del suo carattere che d'altri: la gente gli era scappata! Era intrattabile.
Concluse quindi la sua vita insistendo nella necessità di dare finalmente un nuovo assetto al suo ufficio ed io, proprio pensando alla grave motivazione che mi risultava di essere alla base della sua istanza, "sindacale" solo nella forma, non seppi negargli la mia promessa d'aiuto. La fatica più importante, per me fu proprio quella di rimettere alle sue dipendenze il personale sfuggitogli dalle mani, ma appoggiandomi ad esigenze vere o pretese, vi riuscii.
In brevissimo tempo, gli riconsegnai "il gregge" e Pernicolò se ne sentì, presto, pastore e capo, anzi "pastore e re".
Come primo atto, per riguadagnare popolarità e simpatia, si mostrò generoso nel distribuire e corteggiare il lavoro straordinario. Poi istituì il caffè alle 10: a quell'ora, infatti, radunava tutti i "suoi" e li portava con sé al bar. E per far sì che il gruppo rimanesse compatto, uno solo, a turno, pagava per tutti.
In breve creò un polo di attrazione: da lui si ottenevano ingenui e comodi favori, semplicemente chiamandolo dottore, lodando le sue iniziative, portandogli un giornale da leggere o un cartello da attaccare. Quella di attaccare cartelli era una vera sua mania e la segreteria ne era fornitissima: ben in vista un enorme "vietato fumare", mentre ancora un cartello avvisava che "la mancanza di portacenere" non autorizzava gli impuniti a "buttare la cicca per terra". Altri cartelli invitavano a donare il sangue per la Croce Rossa e gli spiccioli per gli orfani e gli handicappati. Ancora uno, fisso in alto, dietro la scrivania, diceva chiaro e tondo "che il capo ha sempre ragione" e qualcuno a pennarello aveva aggiunto, per puntualizzare "segretario" prima di capo, cosa che lui giudicava "contraddizione in termini", ma di una qualche utilità, visto che non procedeva a cancellare la parola stonata. V'erano poi cartelli procedurali "per chiedere le ferie", per "iscriversi al CRAL". "Orario di lavoro della fotocopiatrice: dalle 11 alle 13 per verificate esigenze di servizio e dalle 8 alle 10.30 per eccezionali ragioni private".
E qualunque ragione privata era più che eccezionale, quando si andava ad espoglierla con garbo, o meglio, con umiltà.
In giro per gli uffici, notavo subito il cartello nuovo della collezione, ma facevo ben attenzione a non mostrare di accorgermene, sapendo collocatolo più nello spazio psicologico del Pernicolò, che in quello materiale.
Come capo, aveva un bagno riservato e normalmente ne faceva uso, ma accadeva pure che qualche volta utilizzasse i gabinetti del personale. Così, un giorno che vi entrai casualmente, dovetti costatare che il dottor Pernicolò li aveva "annessi ai suoi dominii".
Per la verità, in passato, il fatto che non ci fosse uno specifico responsabile aveva dato luogo ad incurie di vario tipo e conseguenti lamentele: carenza di carta igienica, di sapone o, addirittura, di riparazioni importanti erano ormai un fatto ricorrente, perciò in una di queste occasioni, il dottor Pernicolò doveva aver proclamato il suo "Anschluss". Di tanto, me ne resi subito conto perché sulle pareti vi erano cartelli di chiara provenienza: "Si raccomanda di chiudere bene il rubinetto", "Lascia il bagno come vorresti trovarlo", "La civiltà di un popolo si misura in litri d'acqua"; mi era sembrato già troppo, ma il mio "astonishment" raggiunse l'apice quando scoprii, ben in vista, un cartello che riferiva le istruzioni necessarie al corretto uso del servizio igienico medesimo, con annesse raccomandazioni, per la proprietà dell'accomodamento sulla tazza, "che tale resti e non un'acrobazia" ed infine l'appello all'uso della carta igienica ed al lavaggio delle mani.
E sull'onda del più moderno tecnicismo pubblicitario, per ogni frazione comportamentale, vi erano due vignette, di cui quella scorretta era sbarrata con un tratto a croce. La stessa simbologia che negli aerei indica i posti per non fumatori.
"L'ordinanza" per così dire, era ineffabilmente firmata dal "Capo della segreteria".
Fui preso da un raptus di follia pura, proponendomi di fare chissacché, ma mi limitai a controllare che nessuno mi avesse visto entrare ed uscire da quel luogo, quindi tornai nel mio ufficio e decisi di non farne parola con alcuno.
Mai vista la testa del Duce: doveva averla proibito.
Osservai attentamente che da tempo, infatti, non vi erano state più lamentele sul funzionamento dei bagni comuni e ricordai la sentenza del grande Shakespeare: "Ogni popolo ha i governanti e le leggi che merita". La mia gente meritava quindi i regolamenti e le procedure del Pernicolò. La sua instancabile ricerca di potere non gli consentiva poi di rinunciare alla sovrapposizione di "territorio" su dominii di altri capi, perché in generale, ogni discussione "alla pari" su problemi di competenza, offre sempre ritorni di prestigio quando il rivale è persona di rango.
Ed il rivale ero proprio io, nel settore della cancelleria, perché avendo sempre avuto problemi ad occuparmene, glielo avevo affidato: pietoso eufemismo per non ammettere la mia connaturata distrazione in tal genere di cose. La stessa che fa durare la mia penna a sfera mediamente tre giorni e non perché io povero tapino scriva dieci volte la stessa lettera, ma, semplicemente perché non la trovo più.
Un fatto del genere non è un dramma, ma ogni volta sono costretto a chiamare Pernicolò e lui pazientemente me ne fornisce un'altra, non senza la preventiva doverosa raccomandazione di far bene attenzione "dove io vada a seminarla", perché lui (sic!) "non possiede il pozzo di San Patrizio".
Una volta che mi sentii più colpito dal rimbrotto di Pernicolò, collocai nell'interno della penna un listello di carta con il mio nome, sperando di poter scoprire dove e in che modo mi rendessi reo di questi continui smarrimenti.
Ed i risultati vennero a stretto giro: non appena mi si rifornì la nuova penna, mi ritrovai il mio listello all'interno!
La cosa strana è che ho continuato a perdere la penna ed a chiedere al segretario capo quella nuova, ricevendone ogni volta una meritata paternale.
Così come era, Pernicolò aveva finalmente conquistato l'ambita posizione "organica" da "dottore" nella mia giurisdizione ministeriale; fra me e lui, conto pari, fatte salve piccole scaramucce, per il potere sulle penne e sui cessi.
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