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La bottiglia di rosso ammiccava in maniera sempre più provocante facendomi l'occhiolino da sopra la tovaglia macchiata di sugo e caffè.
Il fardello della giornata appena trascorsa era più gravoso del solito ed una sezione al completo di tamburi africani stava dando il meglio di sé, tenacemente annidata al centro della mia testa.
La mia radicata avversione per le medicine in genere stava prolungando oltre i limiti il rullo compressore e l'ancora di salvezza era lì a portata di mano. Qualcuno potrebbe inorridire ma ognuno è libero di combattere con le armi che vuole: la guerra è guerra.
Ero incerto se: A) farmi una bella e sana lobotomizzazione; B) farmi adottare dalla formosa signora del piano di sotto; C) farmi una misera, ma pur sempre priva di rischi, bevuta.
Mi applicai con coscienza alla soluzione C e dopo breve tempo mi ritrovai a fare i conti con uno strano personaggio che mi stava osservando.
Se non fosse stato per le macchie di sugo e le briciole, avrei pensato ad un prolungamento della tovaglia, per quanto il fatto che mi parlasse risultava un poco strano. Si sedette avvolto da una ventata di profumo da quattro soldi che non riconoscevo e che nascondeva uno strano e penetrante odore. Mentre mi sforzavo di capire quale fosse la natura di quell'odore, il tizio estrasse rapidamente da non so dove alcune carte da gioco.
Una stanca e stagionata cameriera ci osservava da poco lontano con la coda dell'occhio, facendo finta di sparecchiare un tavolo vicino.
La barbetta a punta del tizio, che nel frattempo si era presentato come il signor D., emanava strani riflessi forse dovuti alla quantità enorme di brillantina e sembrava sogghignare per suo conto senza seguire i movimenti naturali del viso. Mi mostrò tre carte, tre assi per l'esattezza, e mi disse ovviamente di sceglierne una, di guardarla e di rimetterla nel mazzo mescolandolo.
Tentò di indovinare quale fosse e non riuscendovi se ne andò mettendo a pretesto che si era fatto tardi e che doveva rincasare. Si offrì di pagare il vino e sparì in un batter di ciglia lasciando solo quel vago odore dietro di sé.
Le briciole sulla tovaglia si erano solidificate e la bottiglia di rosso era a secco da un bel pezzo quando mi accorsi che la carta di quello stupido gioco era finita chissà come nella tasca della giacca buona da ufficio.
La esaminai distrattamente, tanto per fare qualcosa, e scoprii che sul retro c'era stampata la mia immagine avvolta fra delle lingue rosse che sembravano ballare, probabilmente a causa del vino e della luce incerta.
"Devo uscire per snebbiarmi la mente" - pensai - "che domani mi aspetta una giornata atroce".
Malfermo uscii in strada ma al posto dei soliti alveari di 10 piani e 100 appartamenti, c'era un prato verde delimitato da un folto e scuro bosco, un lago e sullo sfondo una catena di monti con le cime innevate.
"Niente male questo rosso, devo ricordarmene per le prossime volte" - fu la cosa che mi venne in mente - "Sembra una pubblicità" - e scrollando le spalle mi incamminai mettendo diligentemente un passo dopo l'altro in linea retta seguendo un sentiero.
Mi sembrava addirittura di respirare meglio e non la solita aria mefitica della fabbrica di scatolette vicino casa.
Udivo tanti di quei versi di strani animali che mi sembrava di essere entrato nella diretta di una puntata di QUARK. Questo pensiero mi fece venire da ridere "Mo' ci manca solo Piero Angela" - e sbottai.
Avrei fatto meglio a preoccuparmi invece di continuare a camminare senza sapere per dove ma la miscela dell'aria pura con il puro vino mi aveva messo le ali ai piedi.
Camminavo e non sentivo la fatica, mi sentivo leggero e libero dagli acciacchi, niente più mal di schiena, mal di piedi, cervicale, lombare, reumatismi anche in mezzo all'umidità e dopo un tempo che non saprei definire raggiunsi leggero leggero qualcosa che somigliava ad un bucolico casello autostradale in mezzo all'erba.
Mi accostai ridacchiando allo sportello e trovai dentro, seduto su uno sgabello alto davanti alla cassa, il signor D. con la barbetta che mi sorrideva a sua volta e una strana divisa blu scuro.
"Che ci fa lei qui?" - chiesi di buon umore dopo la tonificante passeggiata per nulla stupito.
"Sono qui per dimostrarle che noi, per usare una frase fatta, non siamo poi così cattivi come ci si dipinge e che essere felici, seppure per poco tempo, è possibile a tutti, persino ad uno come lei" - rispose l'ometto.
"Come me?" - feci inarcando le sopracciglia in maniera molto accentuata.
"Si ricorda il gioco? Lei ha scelto la carta che le dava diritto ad una bottiglia del nostro rosso migliore, riserva speciale Hell e al soddisfacimento di un desiderio. Cosa io ho cercato di fare modestamente nel miglior modo possibile" - disse il signor D. con aria saputa.
"Odore di zolfo! Ecco cos'è!" - pensai di colpo.
"La ringrazio ma mi dia del tu altrimenti mi fa sentire più vecchio di quanto sono realmente" feci inchinandomi, ammiccando e pensando al numero da fare per chiamare il manicomio più vicino.
"Adesso deve andare che c'è gente in attesa dietro di lei e non è giusto farli aspettare" - fece il signor D. ignorando la mia richiesta confidenziale e assumendo di colpo un'aria grave di importanza che mi fece riprendere a ridacchiare.
"Quant'è?" feci trattenendomi a stento dallo sbottare a ridere e cercando di prolungare quello mi sembrava uno scherzo.
"Il pedaggio è la sua anima, mio caro signore" - fece con estrema calma e sprofondai nel calore.
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