Un profumo

di Paolo Sessi

L’aria era umida. Lo era sempre in questo periodo dell’anno quando l’inverno non si decide a dare il colpo di grazia ad un autunno oramai stanco.
Paolo si rialzò il bavero della sua giacca, senza fretta, come negli ultimi cinque anni di questi tempi. Aveva smesso da tempo di sognare ed il clima incerto lo rendeva ancor più triste. Aveva giocato a lungo con la sua fantasia e adesso, non più alimentata dagli stimoli esterni, si era assopita in un vortice che era sempre più difficile vincere.
Osservando i mulinelli di foglie secche e cartaccie pensava a che piccolo ingranaggio era lui, inserito in una mostruosa azienda che stritolava e fagocitava le individualità costringendolo a sembrare un automa.
Gli sembrò che i mulinelli mutassero a poco a poco trasformandosi in gorghi nei quali avrebbe potuto annegare stando semplicemente fermo.
- È bello, - pensò in un barlume di fantasia, mentre un torpore si stava impadronendo di lui - è bello lasciarsi cullare e andare incontro al buio della sera su queste fragili e fruscianti onde.-
Li assorto, quasi non si accorse di una presenza accanto a se. Difficilmente si accorgeva del resto dell’umanita’, che peraltro considerava inutile e fastidiosa, sempre affannata e non degna di considerazione. Aveva sviluppato una forma di rifiuto verso le code per la spesa o verso i mezzi pubblici di trasporto, sempre affollati, puzzolenti; e mai in orario. Faceva chilometri a piedi pur di non dover affrontare il contatto fisico. Non che questo gli dispiacesse, cercava di migliorare la sua forma fisica in modo quasi maniacale e senza risultati, ma in qualche remoto anfratto del cervello il fatto di essere comunque diverso lo metteva a disagio.
Qualcosa lo fece sussultare. Non in maniera visibile, ma avvertì come la sensazione di essere costretto a considerare la realtà che lo circondava.
Un intenso profumo!
Questo impulso fu trasmesso dai sensi verso il cervello e man mano che vi si dirigeva, acquistava forza come un ariete medioevale lanciato durante un assedio.
Grattava via la ruggine accumulata in tanti anni meglio di ogni altra cosa.
L’esplosione che ne seguì fu silenziosamente assordante.
Non ebbe il coraggio di voltarsi, forse temeva una delusione, di colpo la polverosa macchina della sua fantasia si rimise faticosamente in moto.
- Una corriera persa... ma via, che importa.... sono in viaggio comunque! - fu l’ultimo pensiero coerente che gli venne spazzato via.
Come un argine cede alla forza delle acque aumentate oltre il livello abituale, le sue grigie difese di uomo rassegnato cedettero e si ritrovò in un mondo perso da tempo.
Tranquillità, pace, i colori dell’autunno, anche il corpo aumentava la sua forza, la sua vigoria, via gli affanni, i pensieri, gli acciacchi, il sonno. Già, ma non sapeva che era proprio quel sonno ad occhi aperti a dargli quel senso di benessere. Perse la cognizione del tempo... lui che non faceva un passo senza controllare l’orologio, rimettendolo ogni volta. Era mano nella mano con un fantasma positivo.
In una parola: viveva....
Ma ad un tratto via il sogno, via il torpore ed eccolo ripombare a capofitto nella realtà preso per lo stomaco, come scosso da un brivido.
Il tempo non si era fermato ma, come invidioso del suo nuovo stato, aveva camminato con forza doppia ed anche il freddo sembrava aver raddoppiato i suoi sforzi per infliggergli qualche malanno.
Passò i cinque giorni successivi a letto con la febbre e i dolori alle ossa maledicendo non la sua salute, della quale ormai non si preoccupava più, ma la sua paura. Una paura che gli aveva impedito di voltarsi, quando era ancora il momento per farlo, una sera di alcuni giorni prima.
Si rammaricava perché almeno avrebbe potuto dare un volto all’unica cosa che, anche se per un attimo, lo aveva strappato alla morte.

I Racconti di Zeus

Somm. Dic. '96 - N° 3
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