Porta Portese

di Pasquale Cam

Porta Portese, la domenica mattina è il luogo dell’imprevedibilità, dove può accadere di tutto, dove puoi trovare di tutto, dove metà Roma si dà appuntamento, a rimpiazzare l’altra metà, che c’è già stata la settimana prima.
Le grandi città un po’ tutte, hanno mercati di questo genere, sostenute dal turismo e dalla curiosità, che li fa vivere e li rifornisce di gente: migliaia, magari per comprar poco o addirittura niente ma in gran dafare.
Ci si prepara già dal Sabato, si telefona agli amici per accordarsi e si parte, più presto che sia possibile, onde evitare la ressa e girar meglio tra banchi e banchetti: molto spesso, un semplice telo per terra, oppure nemmeno quello, ma solo uno spazio, delimitato da spazi di altri, sul quale sono proposti all’attenzione gli oggetti più svariati.
Anch’io ci vado, disponibile a comprar quanto solleciti la mia fantasia, ansioso di recuperare la soddisfazione di prendere quelle cose di cui in passato troppo spesso mi sono privato, magari solo per perbenismo.

A Porta Portese, non sono costretto a fare valutazioni: se mi piace, compro, senza rendere conto a nessuno; tanto, tutto costa poco.
La maggior parte della roba che acquisto finisce in cantina, ma senza rammarico, perché il vero interesse risiede nel negoziare, nel comprare, la mia soddisfazione nella liberalità di privilegiare me stesso, nel concedermi alle più irrazionali istanze appropriative.
E, più inutile è la mercanzia, maggiore è l’incentivazione: spazi profondi dell’io, per la celebrazione di se stesso. Ed essendo le motivazioni di tutti più o meno simili alle mie, si respira un’insolita atmosfera di "baratto primitivo" lontano dalle tecniche della propaganda e del marketing.
C’è anche chi truffa, beninteso, ma in piena luce e con la più insolente delle facce toste.

Un venditore di statuine, un giorno cercara di convincermi a comprare "autentiche" Venere di Milo, assicurandomi di conoscere personalmente lo scultore. E ne aveva almeno una dozzina sul banchetto!
Per contro devo aggiungere, che diversi anni orsono, acquistai un tramonto, di sicura scuola fiamminga: mi fu offerto "come quadro un po’ vecchio e sciupato, ma sempre bello" per l’equivalente di trentamila odierne.
E, nel tentativo di bissare l’affare, ho comprato fino ad ora, tanta vana e pura speranza, da riempire la mia cantina grande.
E quanti gattini di nobilissima razza, hanno popolato la mia casa, non avendo mai messo il pelo assicurato dal venditore: al pari dei pulcini bianchi, rossi e verdi, che da galline, non hanno mai fatto uova tricolori! Alcune domeniche fa, ho comprato a Porta Portese, qualcosa di veramente straordinario: uno scampolo di fanciullezza.
Appena si notava fra la folla dei banchetti, perché lo spaccio era proposto sopra una tavola, poggiata su due sgabelli: con molta dignità, sedeva dietro un’anziana Signora, dall’aria distinta e dall’età imprecisabile, certamente oltre gli ottanta.
Allineate in bell’ordine, facevano timida mostra penne e pennini di varia foggia, che avevo ben conosciuto, scolaro delle elementari e mai più visto in giro. Di legno, più o meno sottili, più o meno ornate con disegni di fantasia, in genere fiori, un tempo esse servivano ad educar la mano dell’allievo alla bella calligrafia.
Di colpo mi sono venute in mente quelle pagine di a, con la codina a sinistra, che dovevano esattamente stare dentro le due righe del quaderno di prima elementare.
Ne avevo due, uno per i compiti a casa ed uno per quelli in classe: entrambi erano foderati di una meravigliosa carta lucida, a colori vivi, mai più trovata nelle cartolerie.
La mia Signora, oggi, aveva anche quella, proprio la stessa, rosso intenso o gialla, o verde, o blu: colori, incisi profondamente nel mio vissuto, prepotentemente emergenti nella memoria. E devo aggiungere gradevolmente, perché restavo là ammirato a guardare sulla bancherella. Altri oggetti destavano il mio interesse, come le scatole di legno per le matite e le penne, con il coperchio che si sfilava per lungo, correndo nell’apposito incastro e su questo coperchio tirato a lucido, la testa del papa Pio XI.
Ai miei tempi ve ne erano anche con l’effige del re e dei principini.
Mai vista la testa del Duce: doveva averla proibito.
Esponeva la Signora, anche antichi calamai per l’inchiostro, semplici boccette di vetro verde, col tappo di sughero, ricoperto di ceralacca.
Ed infine c’era lei, la stessa Signora anziana, che presentava in silenzio, disponibile a porgermi gli oggetti, quando glieli indicavo, con tutto il garbo che avessi potuto aspettarmi da una persona di grande sensibilità. Mi spiegò che quegli strumenti non li usava più nessuno, ma che erano indispensabili a formare nell’allievo, la buona calligrafia ed il concetto di ordine, anche aldilà della vera e sola esigenza scolastica.
Parlando, guardava la sua roba con intenso affetto e solo di tanto in tanto alzava lo sguardo per fissarmi in viso; il suo discorso, nel procedere, diventava sempre più cordiale; recepiva il mio consenso e rapidamente progrediva nel dettagliare il materiale, nell’estrapolare il discorso: esplosione di fantasia l’introspezione del ricordo.

"Prendevo la loro manina nella mia per far sentire la giusta pressione da dare al pennino sulla carta e la leggerezza con cui la penna deve scivolare sul foglio: accarezzarlo senza infilarsi.
Quelle mani piccine le sento ancora insieme alla preoccupazione di stringerle troppo".
Le domando se ha dei nipotini, ma elude: "Si, i figli dei miei scolari in quaranta anni di lavoro.

Uno è professore di Università e mi viene a trovare, ogni tanto. I loro bambini, vengono da me, per la letterina di Natale, ma quasi non usa più. No, non vado in macchina: Non mi è piaciuta. Anche i miei alunni venivano a scuola a piedi. L’ho sempre preteso, dai genitori. Cosa crede, in genere, i bambini abitano nel raggio di un chilometro dalla scuola e camminare a piedi fa tanto bene alla salute".
E mentre parlava, eseguiva su dei fogli che stavano sulla panca, esercizi di bella scrittura, senza quasi avvedersene. Aveva già scritto scuola, scopa, scure, quando mi soffermai ad esaminare la precisa esecuzione delle lettere, che faceva più pensare ad una macchina che alla mano, tanto i caratteri erano retti e regolari.
"Vuole provare", disse prontamente, interpretando la mia curiosità e mi passò la penna, che lì per lì mi sembrò strana ed inadatta alla mia mano; così la giravo e la rigiravo.
"Aspetti le faccio vedere", e mi aggiustò le dita sulla penna; d’un tratto riconobbi quel garbo, come qualcosa che già apparteneva al mio archivio di conoscenze.

Mi buttai d’impeto a considerare se mai questa Signora potesse essere stata la mia maestra. Per età, sembrandomi giusta, non mi rimase che chiedere se avesse mai insegnato a Napoli. E poiché lo stesso dubbio doveva essere sorto simmetricamente nella sua mente, mi rispose, venedo subito al sodo: "Dopo cinquant’anni, non mi è facile riconoscere, sotto quella barba, uno dei duemila bambini che ho allevati; come si chiama?"
Quando risposi, avevo avuto già modo di chiarire in me stesso di non poter essere stato uno dei suoi allievi.
Avevo finalmente distinto che le prime tre classi elementari, le avevo fatte con mia zia, maestra anche lei.
Durò solo un attimo lo smarrimento e lo recuperai senza difficoltà, mostrando rinnovato interesse a quanto era esposto sul banchetto; mi piaceva ogni cosa e così, cominciai ad indicare ciò che volevo, senza chiedere i prezzi.
Mi fermai ad attendere che mi facesse un pacchetto o che mi riempisse una busta di plastica, ma stranamente ella indugiava; ruppe il silenzio con estremo imbarazzo: "Ma ha comprato proprio tutto!".
Sul momento, non riuscivo a capire il perché della sua osservazione, poi, immaginando di essere il venditore realizzai che mi sarebbe dispiaciuto non avere più nulla da vendere, per il resto della mattina.
Dimensionai la mia richiesta: una penna con più pennini, una scatoletta di legno per contenere il tutto ed un calamaio di inchiostro.
Fece un meraviglioso pacchetto e nel prepararlo, le luccicavano gli occhi: me lo porse, e quando allungai la mano per ritirarlo, insospettatamente me la baciò.
Rimasi così interdetto che mi allontanai senza pensare più a pagare. Non avevo fatto dieci metri e mi rincorse, portando in mano un rotolo di carta  colorata e lucida: l’avevo già ammirata "in vetrina", ma non avevo avuto il coraggio di aggiungerla alla lista.
"Tenga, ho pensato di fargliene dono".
Mi aspettavo che si informasse se avessi preso il fazzoletto e se avessi la merenda nella cartella, ma disse solo "torni domenica, la prego".
Tornai la domenica dopo e mi fermai un po’ prima del suo banchetto, perché l’avevo vista trattare con una signora anziana e due bambine.
La signora, si interessava a tutto ma le due bambine guardavano il banchetto con sufficienza: dovevano trovarlo insignificante a confronto con quello vicino, che esponeva dischi e videogiochi, perché sgambettavano tirando la nonna in quella direzione.

Mi accorsi di essere diventato nervoso e me ne andai in giro per il mercato; quando ripassai di lì, la maestra era già andata via.
All’una, Porta Portese comincia a sbaraccare.

I Racconti di Zeus

Somm. Marzo '97 - N° 6
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