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Porta Portese, la domenica mattina è il luogo dell’imprevedibilità,
dove può accadere di tutto, dove puoi trovare di tutto, dove metà
Roma si dà appuntamento, a rimpiazzare l’altra metà, che
c’è già stata la settimana prima.
Le grandi città un po’ tutte, hanno mercati di
questo genere, sostenute dal turismo e dalla curiosità, che li fa
vivere e li rifornisce di gente: migliaia, magari per comprar poco o addirittura
niente ma in gran dafare.
Ci si prepara già dal Sabato, si telefona agli
amici per accordarsi e si parte, più presto che sia possibile, onde
evitare la ressa e girar meglio tra banchi e banchetti: molto spesso, un
semplice telo per terra, oppure nemmeno quello, ma solo uno spazio, delimitato
da spazi di altri, sul quale sono proposti all’attenzione gli oggetti più
svariati.
Anch’io ci vado, disponibile a comprar quanto solleciti la mia
fantasia, ansioso di recuperare la soddisfazione di prendere quelle cose
di cui in passato troppo spesso mi sono privato, magari solo per perbenismo.
A Porta Portese, non sono costretto a fare valutazioni:
se mi piace, compro, senza rendere conto a nessuno; tanto, tutto costa
poco.
La maggior parte della roba che acquisto finisce in cantina, ma senza
rammarico, perché il vero interesse risiede nel negoziare, nel comprare,
la mia soddisfazione nella liberalità di privilegiare me stesso,
nel concedermi alle più irrazionali istanze appropriative.
E, più
inutile è la mercanzia, maggiore è l’incentivazione: spazi
profondi dell’io, per la celebrazione di se stesso. Ed essendo le motivazioni
di tutti più o meno simili alle mie, si respira un’insolita atmosfera
di "baratto primitivo" lontano dalle tecniche della propaganda e del marketing.
C’è anche chi truffa, beninteso, ma in piena luce e con la più
insolente delle facce toste.
Un venditore di statuine, un giorno cercara di convincermi
a comprare "autentiche" Venere di Milo, assicurandomi di conoscere personalmente
lo scultore. E ne aveva almeno una dozzina sul banchetto!
Per contro devo aggiungere, che diversi anni orsono,
acquistai un tramonto, di sicura scuola fiamminga: mi fu offerto "come
quadro un po’ vecchio e sciupato, ma sempre bello" per l’equivalente di
trentamila odierne.
E, nel tentativo di bissare l’affare, ho comprato fino
ad ora, tanta vana e pura speranza, da riempire la mia cantina grande.
E quanti gattini di nobilissima razza, hanno popolato
la mia casa, non avendo mai messo il pelo assicurato dal venditore: al
pari dei pulcini bianchi, rossi e verdi, che da galline, non hanno mai
fatto uova tricolori!
Alcune domeniche fa, ho comprato a Porta Portese, qualcosa
di veramente straordinario: uno scampolo di fanciullezza.
Appena si notava fra la folla dei banchetti, perché
lo spaccio era proposto sopra una tavola, poggiata su due sgabelli: con
molta dignità, sedeva dietro un’anziana Signora, dall’aria distinta
e dall’età imprecisabile, certamente oltre gli ottanta.
Allineate in bell’ordine, facevano timida mostra penne
e pennini di varia foggia, che avevo ben conosciuto, scolaro delle elementari
e mai più visto in giro. Di legno, più o meno sottili, più
o meno ornate con disegni di fantasia, in genere fiori, un tempo esse servivano
ad educar la mano dell’allievo alla bella calligrafia.
Di colpo mi sono venute in mente quelle pagine di a,
con la codina a sinistra, che dovevano esattamente stare dentro le due
righe del quaderno di prima elementare.
Ne avevo due, uno per i compiti a casa ed uno per quelli
in classe: entrambi erano foderati di una meravigliosa carta lucida, a
colori vivi, mai più trovata nelle cartolerie.
La mia Signora, oggi, aveva anche quella, proprio la
stessa, rosso intenso o gialla, o verde, o blu: colori, incisi profondamente
nel mio vissuto, prepotentemente emergenti nella memoria. E devo aggiungere
gradevolmente, perché restavo là ammirato a guardare sulla
bancherella.
Altri oggetti destavano il mio interesse, come le scatole
di legno per le matite e le penne, con il coperchio che si sfilava per
lungo, correndo nell’apposito incastro e su questo coperchio tirato a lucido,
la testa del papa Pio XI.
Ai miei tempi ve ne erano anche con l’effige del re e
dei principini.
Mai vista la testa del Duce: doveva averla proibito.
Esponeva la Signora, anche antichi calamai per l’inchiostro,
semplici boccette di vetro verde, col tappo di sughero, ricoperto di ceralacca.
Ed infine c’era lei, la stessa Signora anziana, che presentava
in silenzio, disponibile a porgermi gli oggetti, quando glieli indicavo,
con tutto il garbo che avessi potuto aspettarmi da una persona di grande
sensibilità. Mi spiegò che quegli strumenti non li usava
più nessuno, ma che erano indispensabili a formare nell’allievo,
la buona calligrafia ed il concetto di ordine, anche aldilà della
vera e sola esigenza scolastica.
Parlando, guardava la sua roba con intenso
affetto e solo di tanto in tanto alzava lo sguardo per fissarmi in viso;
il suo discorso, nel procedere, diventava sempre più cordiale; recepiva
il mio consenso e rapidamente progrediva nel dettagliare il materiale,
nell’estrapolare il discorso: esplosione di fantasia l’introspezione del
ricordo.
"Prendevo la loro manina nella mia per far sentire la
giusta pressione da dare al pennino sulla carta e la leggerezza con cui
la penna deve scivolare sul foglio: accarezzarlo senza infilarsi.
Quelle mani piccine le sento ancora insieme alla preoccupazione
di stringerle troppo".
Le domando se ha dei nipotini, ma elude: "Si, i
figli dei miei scolari in quaranta anni di lavoro.
Uno è professore di Università e mi viene
a trovare, ogni tanto. I loro bambini, vengono da me, per la letterina
di Natale, ma quasi non usa più. No, non vado in macchina: Non mi
è piaciuta. Anche i miei alunni venivano a scuola a piedi. L’ho
sempre preteso, dai genitori. Cosa crede, in genere, i bambini abitano
nel raggio di un chilometro dalla scuola e camminare a piedi fa tanto bene
alla salute".
E mentre parlava, eseguiva su dei fogli che stavano sulla
panca, esercizi di bella scrittura, senza quasi avvedersene. Aveva già
scritto scuola, scopa, scure, quando mi soffermai ad esaminare la precisa
esecuzione delle lettere, che faceva più pensare ad una macchina
che alla mano, tanto i caratteri erano retti e regolari.
"Vuole provare", disse prontamente, interpretando la
mia curiosità e mi passò la penna, che lì per lì
mi sembrò strana ed inadatta alla mia mano; così la giravo
e la rigiravo.
"Aspetti le faccio vedere", e mi aggiustò le dita
sulla penna; d’un tratto riconobbi quel garbo, come qualcosa che già
apparteneva al mio archivio di conoscenze.
Mi buttai d’impeto a considerare se mai questa Signora
potesse essere stata la mia maestra. Per età, sembrandomi giusta,
non mi rimase che chiedere se avesse mai insegnato a Napoli. E poiché
lo stesso dubbio doveva essere sorto simmetricamente nella sua mente, mi
rispose, venedo subito al sodo: "Dopo cinquant’anni, non mi è facile
riconoscere, sotto quella barba, uno dei duemila bambini che ho allevati;
come si chiama?"
Quando risposi, avevo avuto già modo di chiarire
in me stesso di non poter essere stato uno dei suoi allievi.
Avevo finalmente distinto che le prime tre classi elementari,
le avevo fatte con mia zia, maestra anche lei.
Durò solo un attimo lo smarrimento e lo recuperai
senza difficoltà, mostrando rinnovato interesse a quanto era esposto
sul banchetto; mi piaceva ogni cosa e così, cominciai ad indicare
ciò che volevo, senza chiedere i prezzi.
Mi fermai ad attendere che mi facesse un pacchetto o
che mi riempisse una busta di plastica, ma stranamente ella indugiava;
ruppe il silenzio con estremo imbarazzo: "Ma ha comprato proprio tutto!".
Sul momento, non riuscivo a capire il perché della
sua osservazione, poi, immaginando di essere il venditore realizzai che
mi sarebbe dispiaciuto non avere più nulla da vendere, per il resto
della mattina.
Dimensionai la mia richiesta: una penna con più
pennini, una scatoletta di legno per contenere il tutto ed un calamaio
di inchiostro.
Fece un meraviglioso pacchetto e nel prepararlo, le luccicavano
gli occhi: me lo porse, e quando allungai la mano per ritirarlo, insospettatamente
me la baciò.
Rimasi così interdetto che mi allontanai senza
pensare più a pagare. Non avevo fatto dieci metri e mi rincorse,
portando in mano un rotolo di carta colorata e lucida: l’avevo già
ammirata "in vetrina", ma non avevo avuto il coraggio di aggiungerla alla
lista.
"Tenga, ho pensato di fargliene dono".
Mi aspettavo che si informasse se avessi preso il fazzoletto e
se avessi la merenda nella cartella, ma disse solo "torni domenica, la prego".
Tornai la domenica dopo e mi fermai un po’ prima del suo banchetto, perché l’avevo
vista trattare con una signora anziana e due bambine.
La signora, si interessava a tutto ma le due bambine guardavano
il banchetto con sufficienza: dovevano trovarlo insignificante a confronto
con quello vicino, che esponeva dischi e videogiochi, perché sgambettavano
tirando la nonna in quella direzione.
Mi accorsi di essere diventato nervoso e me ne andai
in giro per il mercato; quando ripassai di lì, la maestra era già andata via.
All’una, Porta Portese comincia a sbaraccare.
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