I venticinque anni di Domma
di Paolo Migani


Forse sono la persona che vive da più tempo questa avventura con Don Mario. Era l'anno scolastico 1974/75, Domma era appena arrivato nella Parrocchia di San Timoteo a Casal Palocco e io mi accingevo a iniziare il catechismo per la Cresima. Ero un bambino di 11 anni totalmente inconsapevole dell'importanza che quel prete giovane e paffutello avrebbe avuto per la mia vita. Durante il ritiro di Civitella noi ragazzi avevamo pensato di continuare a ritrovarci anche a Cresima fatta. Ci furono allora presentati Gigi e Grazia Bongiovanni, due adulti-bambini che con amore e dedizione sono partiti insieme a Domma nell'iniziare il Gruppo di formazione giovanile della parrocchia.
Sono passati tanti anni, venticinque. Domma è stato trasferito alla Madonnetta ed è divenuto parroco di una parrocchia scalcinata cominciata in un garage ristrutturato, proseguita in due capanni prefabbricati di lamiera e continuata nella Chiesa che tutti conoscete.
Ma una gran parte dell'amore che è scaturito da lui si è riversato sui giovani, verso quella realtà che rappresenta uno dei momenti più critici della crescita di una persona.
Ha voluto esserci, e con un drappello di adulti si è imbarcato nell'impresa di realizzare un Centro di Formazione per quegli adolescenti che sarebbero divenuti uomini.
Venticinque anni dedicati ai giovani, Venticinque anni dedicati a noi.
Quando ero ragazzino mi ricordo un Domma diverso, più giovane, che correva sulla spiaggia dell'Argentario, che ci portava a vedere il concerto della PFM a Villa Pamphili, che andava a svegliare chi non voleva andare a scuola, che si adoperava fra i terremotati dell'Irpinia, che predicava senza sosta e ci prendeva per sfinimento, che ballava alle feste, che giocava a poker con mia zia, che gli regalavi le scarpe per il suo compleanno e dopo due giorni le vedevi ai piedi di un povero e lui sempre con quelle suole semibucate. Ora le scarpe non puoi regalargliele più, le corse in riva al mare sono finite e i concerti anche. Sono rimaste le partite durante i giorni di Natale, con don Fabrizio che "legge" per lui "spizzandogli" le carte una ad una.
Sono rimaste anche le prediche interminabili dove spesso non riesci a capire le parole a causa della sua flebile voce: non capisci le parole, ma senti lo spirito.
Ha amato senza confini e senza remore, e chi ha voluto vedere in lui un qualsiasi altro tipo di interesse in questo amore, ha toppato alla grande, perché è stato un amore incarnatosi solo ed esclusivamente nella carità.
Mi ha insegnato il significato della libertà, cosa vuol dire credere, sperare e amare, come ci si affida alla provvidenza e quanto è bello gustare le cose del Signore.
E mi rendo conto che se non riesco a spiccare il volo verso la piena umanità nell'amore di Dio, è solo colpa della mia cocciuta razionalità e della mia poca fede.

Il caso Don Mario
Somm. Apr. '99 - N° 29
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