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La guerra è una cosa schifosa, che non risolve niente e i soldati che la combattono sono strumenti che si fanno del male, oggetti che provano qualcosa.
La sottile linea rossa non solo racconta una battaglia come ce ne sono tante nella storia del genere umano, ma la porta dentro alla sala cinematografica in tutto il suo dolore e in tutta la sua passione.
L'epicità di questo film è nel sangue, che prima scorre nelle vene perché Dio, papà e mamma ce l'hanno messo e poi viene fuori a fiotti perché qualcuno con una faccia diversa dalla tua è riuscito a metterti a centro del mirino.
Entriamo in questa opera maestra, tratta da un romanzo scritto da James Jones, lo stesso di Da qui all'eternità, attraverso gli occhi di uno che rifiuta l'ipotesi della guerra e che le ha voluto voltare le spalle.
È un eroe per come riesce a stupefarsi di fronte a quel che ha di fronte, di fronte all'orrore che ha di fronte.
Muore senza emettere un solo grido, con le parole in gola, strozzato da una storia che lo vuole mille chilometri lontano da casa, dai superiori che vogliono vincere la battaglia sempre in un solo modo.
Il cast degli attori è di prim'ordine, ma il genere appartiene a quelli che sono chiamati "film corali", dove è il complesso che prende il sopravvento sul singolo.
Ed è sicuramente giusto, visto che il film si muove in un luogo quale quello della guerra dove tutto è al plurale, specialmente i morti.
Il regista è uno di quelli che fa un film ogni vent'anni, si chiama Terrence Malick ed ha scartato in fase di montaggio i volti di Gary Oldman e Mickey Rourke, ridotto a mere comparse quelli di John Travolta e George Clooney, immesso alcune sequenze girate liberamente da un operatore con una camera a mano.
Gli uomini non sono buoni e questi metri di pellicola lo dimostrano, le battaglie non finiscono una volta che il nemico si arrende, la trincea conquistata dopo che è stata responsabile della morte del proprio compagno, dei propri amici, diventa il campo aperto per gli istinti più animali, più perduti nella nostra anima.
Per chi ha visto Salvate il soldato Ryan e si è sentito male nei primi venti minuti, in quelli più cruenti, dove le pallottole schivano di poco la poltroncina di velluto della sala, questo filmettino sarà in confronto come assistere al parto della propria compagna con una lente di ingrandimento.
Le ragazze saranno libere di immaginare un dolore simile applicato ad un uomo: io, personalmente, non ci riesco. Alla fine delle tre ore e più di film, se avete voglia di piangere o di dire qualche parole per aria, fatelo pure.
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