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Gianni Morandi, che ultimamente è tornato di moda grazie la successo di una trasmissione televisiva, direbbe in un'autocitazione "Uno su mille ce la fa" e tutti penseremo a Rocky che vince quando doveva perdere, all'Italia dell'82, al primo 6 nella materia del professore più antipatico.
Il cinema inglese di qualità, anche quando è di cassetta come Full monty, ha l'aria superiore ed epica di un mondo padrone della lingua destinata a governare il mondo, a farci capire tutti.
Ken Loach, che è in assoluto uno dei migliori registi d'oltremanica, smette per un attimo gli abiti del rivoluzionario, contestatore, comunista comunque di Piovono pietre, Terra e libertà e ci regala un film intimo e convenzionale quanto basta, ma d'un livello che si fa volere bene, che fa tifare per il protagonista.
Perché - e questo è il messaggio del cinema come arte - in ognuno c'è un Rocky che lotta contro tutti, che ha voglia di rompere le regole, di fregarsene anche solo per una volta.
Una partita di calcio fa capire quanto si deve tornare sui propri passi per non cadere nel burrone, per non far la fine di quel passo che non era sostenuto dalla gamba.
Un alcolizzato si innamora del suo assistente sociale in una città alla deriva quasi quanto lui, animata solo dalla pazzia, dalla follia dell'alcool.
Il protagonista Peter Mullan è perfetto perché normale, perché si può incontrare per la strada tutti i giorni.
Il film è nudo e crudo il ritratto di una realtà che spacca dentro la nostra vecchia europa.
Il lavoro che non c'è più non deve far ridere, lo sfruttamento di chi lavora a qualsiasi livello non deve essere mai sottovalutato.
I sentimenti che ne derivano non possono che essere precari come la realtà che li accoglie, che li fa nascere ma non li vuole far crescere.
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