La portineria
di Simone Navarra

Giovanni Verga è uno dei Grandi della letteratura e del teatro.
Leggendo le sue opere, vedendole rappresentate a Teatro, in televisione, al cinema, si capisce quanto l'uomo sia piccolo, quanto le sue azioni siano guidate spesse volte dagli istinti animali, primordiali.
Al teatro Dafne è andata in scena un opera del periodo milanese, del periodo più scuro, quello più vicino alla grande corrente letteraria e culturale della Scapigliatura, quello intriso di nebbia, di peccato perduto negli androni dei palazzi della gente, nella sua povertà, nella sua vita.
La regista Antonia Di Francesco ha perciò provato a ricreare quegli ambienti angusti, chiusi come dentro il pugno di una mano, dentro un dolore che non si può spiegare bene. Brava tutta la compagine, con su tutti proprio quei personaggi popolani, senza uno spessore dato dallo scrittore ma con l'esperienza degli anni, del giorno dopo giorno. Assunta (Carla Bartiromo), Angiolina (Maria Di Meo), Luisina (Liliana Ascone), Giovanna (Alessandra Palazzoli), Giuseppina (Eva Giacomelli) sono sicuramente le più riuscite.
Si staccano anche la sofferente Màlia (Elena Giambi Bonacci) e la sua sorella di palco Gilda (Simona Casulli). Carlini, unico maschio in un mondo fatto di cuffiette indossate come chador, di pregiudizi che vengono spiegati con una battuta fulminante dal personaggio della Signora, non coglie l'occasione di primeggiare, di ergersi a solo protagonista, ritagliandosi un personaggio con troppi scatti, movimenti inconsulti, perdite d'attenzione.
La giornata di San Giorgio colma di arance, fiori e voglia di borghesia finisce con una bicchierata all'osteria.
La malattia di una famiglia, di una ragazza sfortunata, di un'incomprensione, finiscono con il più tragico dei verdetti: la morte.
Bello perché drammatico, perché vero.

Le Recensioni
Somm. Genn. '99 - N° 26

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