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Fabrizio Patania è un giornalista sportivo. Da un po' di tempo firma i suoi articoli, anche in prima pagina, su un prestigioso quotidiano, Il Corriere Dello Sport.
Vive all'Axa, ha trenta anni e non si sente "famoso", bensì fortunato di svolgere un lavoro che lo appassiona da sempre.
Fabrizio, come, quando e dove nasce la tua passione per il giornalismo?
Nasce all'incirca dall'età di dieci anni, tra i banchi di scuola, ma anche a casa. Leggevo sempre il Guerin Sportivo, mi piaceva il calcio e giocavo a pallone con l'Ellade 76, quella che oggi è la Nuova Polisportiva Axa.
Dicevo spesso che da grande avrei voluto fare il giornalista sportivo.... i miei amici se lo ricordano ancora. Una passione che è nata leggendo e guardando le trasmissioni sportive.
A quando risale la prima vera collaborazione ad un giornale?
Ero in V liceo quando iniziai a collaborare con la redazione di Ostia di Paese Sera, scrivevo articoli sulle squadre di calcio del litorale. Scrissi i primi pezzi e mi dissero che andavano molto bene. Li conservo ancora.
Gli inizi sono stati per me una scuola importante, i sacrifici sono stati molti, dalle spese che dovevo coprirmi, al tempo che dovevo trovare.
Ma la passione mi ha sempre spinto ad andare avanti, così come la disponibilità che è fondamentale in questo lavoro senza orari.
Dopo anni di collaborazioni, più o meno saltuarie, in tutto circa nove, fui introdotto per una sostituzione da Mario Arcieri. Tre anni dopo fui assunto, a lui devo molto cosi come devo molto a Sergio Rizzo che è il caporedattore centrale e che ha creduto in me.
Cosa è cambiato dalle tue prime esperienze giornalistiche ad oggi?
Al Corriere dello Sport, dove iniziai a collaborare nel settembre dell'87 quando il lunedì andavo a fare le statistiche del basket, c'erano solo le macchine da scrivere, poi ho visto arrivare il computer e adesso stiamo passando alla videoimpaginazione, per cui la tipografia sta via via scomparendo.
È il sistema che sta cambiando, l'innovazione tecnologica che in qualche modo sta cambiando anche il nostro mestiere, e questo comincia a preoccupare tutta la categoria, non solo me.
Il tuo è un giornalismo "vero" o di "fantasia"?
Vero. Bisogna essere leali. Una delle condizioni principali per me in questo lavoro è essere credibili, altrimenti basta poco per perdere la fiducia dei lettori, dei superiori o degli stessi colleghi.
Spesso, mi capita che per via di chi "abusa" della penna scrivendo cose false, mi sento dire "Ma voi giornalisti scrivete tutte cavolate…" e questo mi infastidisce molto.
Non ho mai scritto nulla se prima non ho avuto la certezza della fonte, preferisco non scrivere se ho dei dubbi. Per questo capisco e sono anche d'accordo con quei "vecchi" giornalisti, che con un notevole bagaglio culturale e professionalità affermano che il giornalismo di oggi è più povero, che si è involgarito.
I raccomandati: qual è il tuo pensiero?
Ci sono… come in ogni categoria. Ma credo che prima o poi escono fuori dal giro se non meritano.
Se invece la raccomandazione serve alla persona in gamba, solo per sfondare una porta, allora cambia. Io, ad esempio, quando sono stato assunto, ho ricevuto i complimenti dal vicedirettore Enrico Maida che mi ha detto: "Sono contento per te che non hai nessuno dietro…"
Così come fece il direttore Mario Sconcerti che mi disse quando arrivò: "Mi hanno parlato bene di te, meritavi questa assunzione" e queste sono grosse soddisfazioni…
La laurea, gli studi: quanto sono importanti?
Sono importanti gli studi, è importante la cultura. Io ho lasciato l'università per scelta, ho preferito fare esperienza "sul campo", la cosiddetta gavetta.
Gli studi sono importanti però è vero pure che si arriva sulla "piazza" in ritardo rispetto a chi comincia prima. Prima la laurea, poi la specializzazione, e ciò significa cominciare a praticare almeno a venticinque anni e non a sedici, diciassette…e il rischio è di non farcela neanche…
Sei tifoso?
Sì, ma soprattutto mi appassiono agli sport che seguo, dalla pallavolo, al basket, al calcio indistintamente. Seguire per una stagione intera una società significa per me attaccarmi in qualche modo a loro, ai colori.
Anche se ciò non incide mai sugli articoli….
Cosa significa stare in prima pagina?
Significa soddisfazione. Uscire in prima pagina ad esempio con l'argomento sul doping non può che far piacere.
Il giorno dopo però bisogna saper essere in grado di dimenticare, di archiviare, perché basta nulla per "bucare" una notizia e allora i complimenti dei capi diventano tirate di orecchie dopo solo 24 ore.
Hai ancora un sogno nel sogno nella tua professione?
In effetti il mio sogno, diventare giornalista professionista, si è avverato.
Anche se significa dimenticarsi le feste, gli amici, i sentimenti… però non ti nascondo che mi un altro sogno c'è ancora, ed è quello di diventare un giorno nella mia professione inviato alle Olimpiadi…sarebbe davvero magnifico.
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