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All'INPS, ente parastatale, fu affidata, negli anni venti, la gestione delle pensioni in base al sistema di capitalizzazione.
Tale sistema fu prescelto e faceva riferimento ad un lungo periodo (circa 80 anni) sulla base delle tavole attuariali del tempo (1918-1920) e quando la popolazione italiana era considerata "giovane" (piu nascite che morti).
Dopo la seconda guerra mondiale, anche per effetto dell'inflazione, fu introdotto il sistema a ripartizione, che commisurava, per legge, i contributi dei lavoratori alle prestazioni per indennita di disoccupazione.
Successivamente (anni '70) sia per l'inflazione galoppante che per l'invecchiamento demografico della popolazione (nascite appena superiori alle morti) fu introdotto un sistema misto (senza aggiornamento delle tavole di mortalita), in base al quale le pensioni venivano calcolate sia sui contributi che sulle retribuzioni percepite dagli assicurati, durante l'intera loro vita lavorativa con
l’opzione, per il calcolo della pensione, della migliore media retributiva mensile dell’ultimo quinquennio.
I suddetti tre sistemi, pur teoricamente logici ed equilibrati, ossia miranti al pareggio di bilancio dell’INPS, furono scardinati dalle varie leggi sovrapposte ai sistemi stessi quando negli anni ‘60 furono istituite le pensioni a favore dei coltivatori diretti, coloni e mezzadri, commercianti ed artigiani, ultra 65enni iscritti alle rispettive casse mutue malattia ma senza aver versato una sola lira per le nuove gestioni, che nacquero così con paurosi deficit che tuttora insidiano il bilancio dell’INPS.
Sta di fatto che, da allora, l’INPS è costretta a chiedere massicci interventi alla Tesoreria per risanare il proprio bilancio.
Non può essere fatto alcun rimprovero ai vari amministratori dell’INPS, le responsabilità risalgono piuttosto alla classe politica che, legiferando con leggerezza, ha confuso la Previdenza con l’Assistenza, invece di mantenere la necessaria separatezza delle due gestioni, sovvenzionando la prima con i contributi dei lavoratori e datori di lavoro e la seconda con l’intervento dell’Erario e non già sovvenzionando la cassa integrazione ed i prepensionamenti o le pensioni di anzianità con i fondi della Previdenza vera e propria.
Tanto che tuttora il bilancio dell’INPS, comprendente circa 30 gestioni assicurative di altrettanti Fondi pensione, tenderebbe al pareggio se non dovesse anticipare per conto dello Stato i pagamenti per l’Assistenza.
Questa è la questione!
Ora è attuale lo scottante problema se abolire o meno le pensioni di anzianità: certo che dovranno essere abolite ed elevata l’età pensionabile per effetto dell’innalzamento della vita media degli assicurati, passata, in mezzo secolo, per i maschi da 65 a 78 anni circa e per le femmine da 68 ad 80 anni circa, come giustamente previsto dalla riforma varata lo scorso anno, ma con la necessaria gradualità, per non sconvolgere il bilancio familiare di quei lavoratori prepensionati non per loro scelta!
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