Intervento del S.A.L.F.A al convegno nazionale del 20/12/2000 organizzato in Ancona dal Partito della Rifondazione Comunista avente titolo “Fincantieri crisi e lotte operaie.

 

Il titolo dell’iniziativa “Fincantieri: crisi e lotte operaie” mi obbliga ad articolare una premessa su che cosa è  stato ed è il gruppo Fincantieri che fino ad un anno fa faceva parte dell’IRI ora, dopo la trasformazione in SPA, il pacchetto di maggioranza è detenuto dal ministero del tesoro e circa il 25% da un poule di banche.

La Fincantieri  è il più grande ed importante gruppo industriale  italiano che si occupa di costruzioni navali, siano esse militari, mercantili o passeggeri.

La sua storia è complessa e non è il caso qui di ripercorrerla ma,  per far comprendere a tutti i compagni di cosa si parla, una serie di dati è bene evidenziarli.

Partendo dalla mia esperienza personale, posso affermare senza tema di smentite che, perlomeno dal 1977, anno della mia assunzione nello stabilimento anconetano in qualità di saldatore, il gruppo è stato ed è in  perenne crisi con conseguenti interminabili e continue ristrutturazioni che hanno inciso in maniera determinante sia sul livello occupazionale sia sulla sua organizzazione.

Il gruppo  si articolava su 14 stabilimenti  e contava circa 33.000 addetti. Dopo la serie infinita di ristrutturazioni, abbandoni di linee produttive (Riparazioni navali), la chiusura  o la cessione d’alcuni stabilimenti, la situazione fotografata ad oggi vede la diminuzione del numero delle unità produttive (ne sono rimaste 8) e la perdita secca di oltre 23.000 dipendenti, infatti il numero ad oggi degli occupati si aggira, all’incirca , intorno alle 9.500 unità.

Si sarebbe portati a pensare che una diminuzione così drastica del numero degli occupati sia frutto, com’è avvenuto in tantissime altre aziende metalmeccaniche, del progresso tecnologico, dell’efficientamento produttivo ed organizzativo, in definitiva da un modo nuovo di progettare e costruire navi.

Nulla di più sbagliato, paradossalmente, nonostante le dismissioni e quindi la diminuzione degli stabilimenti, il numero dei lavoratori che operano al suo interno sono proporzionalmente aumentati, infatti tra addetti alla diretta dipendenza della Fincantieri e quelli delle ditte appaltatrici che lavorano al suo interno si raggiungono punte che si avvicinano agli occupati del 1977.

E’ mutata  solamente la strategia organizzativa della Fincantieri.

Alla fine degli anni ‘80, inizio ’90 la direzione generale, per tentare di arginare la sua atavica crisi economica ha ritenuto opportuno di operare il radicale cambiamento della sua struttura organizzativa. Approfittando degli incentivi del governo ed attingendo a tutti gli istituti previsti (pre-pensionamenti-cassa integrazione-mobilità-esodi incentivati-legge sull’amianto ecc.) e non praticando la politica del tour-over ha ridotto praticamente di un quarto la sua forza lavoro diminuendo così i suoi costi di gestione e appaltando progressivamente un sempre maggior numero di lavorazioni.

Penserete che con questa “cura da cavallo” la situazione del gruppo sia d’incanto migliorata,  che i conti siano ritornati in attivo. Neanche per sogno, piano piano ma inesorabilmente il suo deficit è via via peggiorato, fino a toccare punte, nel 1999, di perdite che superano i 500 miliardi annui.

In sintesi con questa politica la fincantieri non solo non è uscita dalla crisi finanziaria che l’attanaglia ma, è riuscita nel poco invidiabile risultato di imbarbarire,  rendere precarie ed insopportabili le condizioni di tutte le maestranze che lavorano in Fincantieri.

La flessibilità selvaggia ed incontrollata introdotta con il ricorso abnorme delle ditte appaltatrici, gli strumenti, usando un eufemismo, poco chiari e trasparenti per la loro individuazione hanno riportato le condizioni dei lavoratori a livelli da terzo mondo.

Chi lavora all’interno del mondo Fincantieri sa benissimo di cosa parlo.

Disprezzo totale per le più elementari norme di sicurezza, fenomeni di caporalato sempre più frequenti, uso ed abuso degli straordinari, corresponsione del salario mai chiaro, ricorso ormai diffusissimo alla paga globale, sono le condizioni cui sono assoggettati i lavoratori delle ditte appaltatrici.

Con il sistema della paga globale (nelle 12.000- 20.000 lire l’ora è compreso tutto, ferie-malattia-infortunio-contributi)  si è introdotto una modalità di lavoro che si può definire “usa e getta”. In pratica un dipendente delle ditte appaltatrici, con questo sistema, è portato a dilatare la sua prestazione lavorativa per guadagnare il più possibile. Lavorare 12-16 ore il  giorno sette giorni su sette, senza riposi è oramai diventata una consuetudine. Infischiarsene delle misure di sicurezza, che sono viste come ostacolo alla produttività, rientra nella norma. Il rapporto padrone e  loro subordinati rientra sempre più nella casistica della vessazione; a questo riguardo vorrei raccontarvi  un fatto cui mi è capitato di assistere circa un anno fa.

Era un venerdì e un lavoratore di una ditta appaltatrice si avvicina al suo capo dicendogli che per quel fine settimana doveva ritornare a casa, era di Taranto, perché sua moglie quel giorno aveva dato alla luce il suo primogenito. Il capo, dopo averci pensato un po’, gli disse che era nel suo diritto ma,  se non si sarebbe presentato al lavoro il giorno dopo avrebbe fatto meglio a restare a Taranto per sempre, perché per lui nella sua ditta non ci sarebbe stato più posto. Il Lavoratore è partito ma non è più ritornato nel nostro cantiere, aveva perso il lavoro.

Inevitabilmente questo modo di lavorare ha intaccato anche il comportamento dei lavoratori della Fincantieri,  la loro prerogativa era il rispetto delle norme contrattuali e un’attenzione particolare alla salute e alla prevenzione sulla sicurezza cose che orami stanno lentamente scemando, c’è il caso noto a tutti di un impiegato che nel corso del 1999 ha effettuato più ore di straordinario che  ore “normali” passando da un imponibile di 40 milioni a 90 milioni.

In questa situazione che, sommariamente, ho cercato di rappresentarvi che ruolo ha giocato il Sindacato?

Dopo una reazione veemente agli inizi degli anni ’80 la spinta rivendicativa di contrapposizione  alle politiche aziendali si è via via affievolita fino ad arrivare alla sua completa condivisione provocando in tutti gli stabilimenti o perlomeno nello stabilimento anconetano, una frattura netta nei rapporti tra i lavoratori della fincantieri e quelli delle ditte appaltatrici agendo di fatto come un sindacato corporativo.

Da una parte quelli tutelati dall’azione sindacale dall’altra i reietti senza tutele e diritti.

E’ in questo quadro che nasce la volontà di un gruppo di compagni di dare una svolta, di gettare un sasso nelle stagnanti acque del sindacalismo “istituzionale”, nasce così in Ancona l’esperienza del SALFA (sindacato autonomo lavoratori fincantieri ancona).

La scintilla è scaturita nel luglio del 1999 dalla costruzione, nel nostro stabilimento, di due navi chimichiere in cui è usato nella sua lavorazione un materiale, l’acciaio inox-duplex, altamente nocivo che sprigiona agenti cancerogeni.

La scarsa attenzione dell’azienda nel rispetto delle norme di sicurezza, l’assoluta iniziale sottovalutazione da parte della RSU del problema è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso dando avvio alla costituzione del SALFA con i risultati che forse voi tutti conoscete.

Presentatosi alle elezioni  della RSU del dicembre del 1999, a solo cinque mesi dalla sua nascita è risultata la prima forza sindacale dello stabilimento, conquistando con il 41% dei voti, la maggioranza relativa, eleggendo quattro delegati e solo l’antidemocratico meccanismo di tutela studiato e pensato per salvaguardare la FIM-FIOM-UILM non ci ha consentito di avere un numero di delegati adeguati alla nostra forza. Stiamo pagando salato questa scelta, l’atteggiamento dell’azienda è oltremodo vessatorio sia nei confronti dei nostri iscritti che dei nostri delegati ma , quello che più sconcerta è la collaborazione che essa ottiene dagli altri sindacati. Episodi di discriminazione nei nostri confronti sono all’ordine del giorno senza che una parola di solidarietà venga proferita dagli imbolsoniti sindacalisti di FIM-FIOM-UILM.

 

Sarebbe però riduttivo far ricondurre  solamente all’episodio della costruzione delle due navi chimichiere  le motivazioni della nascita del SALFA.

Il malessere nei confronti del Sindacalismo “istituzionale” ha radici profonde e vengono da lontano.

Già nel congresso della CGIL del 1991, quando per la prima volta si presentarono due tesi contrapposte, nello stabilimento anconetano il 90% degli iscritti scelsero di aderire alla mozione “essere sindacato” riponendo in quella scelta una speranza di cambiamento e di svolta.

La scelta dell’accordo del 1993 con cui in sostanza si sceglieva definitivamente la strada della concertazione e della moderazione rivendicativa segnò un ulteriore e profondo solco tra i lavoratori e i vertici sindacali. Non ha caso dal cantiere d’Ancona partì la scintilla degli autoconvocati che interessò tutte le categorie della nostra provincia e unendosi al movimento nazionale sfociò nella grande manifestazione dei 300.000 di Roma.

La successiva riforma pensionistica costituì un’ulteriore momento di tensione non ancora superato.

Infine l’accettazione supina della logica della globalizzazione, della supremazia del mercato dove la flessibilità e la precarietà è vissuta come risorsa , la posizione, perlomeno della CGIL (salvo sporadici e rari sussulti) di totale subalternità al governo del centro sinistra e il totale appiattimento sulle strategie politiche del partito dei DS, della cosiddetta sinistra liberale, la totale indisponibilità alla ricostruzione di un sindacato rivendicativo e di lotta, ha portato a maturazione il convincimento che quel sindacato non è riformabile, che oramai si è istituzionalizzato dove la burocrazia ha preso il sopravvento e che quindi occorre altro per riportare al centro gli interessi dei lavoratori.

Per spaventare e far inorridire i prodi dirigenti sindacali basta pronunciare la parola sciopero.

Non mi ricordo più da quando una giusta rivendicazione, nella nostra azienda,  sia stata accompagnata da una significativa mobilitazione  e dalla lotta.

Al riguardo non mi stancherò mai di ricordare, e ogni volta che ne ho l’occasione lo faccio, l’episodio che è successo circa due anni fa nel nostro stabilimento.

Per le condizioni precarie in cui si lavora  c’è l’ennesimo infortunio, questa volta è più grave del solito, un operaio di nazionalità croata di una ditta appaltatrice, cade da una fatiscente impalcatura e dopo alcuni giorni di coma muore.

La risposta  dell’ineffabile RSU (composta da FIM-FIOM-UILM)  è immediata e clamorosa, si indice subito uno sciopero di un quarto d’ora, si avete capito bene un quarto d’ora, e tutto finisce lì.

La vita di un lavoratore, in questo caso extra comunitario, vale così tanto.

Allora la scelta è inevitabile, non si può più militare laddove si sono perse anche queste irrinunciabili sensibilità.

Il SALFA è nato, pur riconoscendone alcuni limiti, perché riteniamo indispensabile ripartire dai bisogni e dalle esigenze dei lavoratori, perché anche in questa società così mercificata dove  i valori e le idealità sono rappresentati come orpelli oramai desueti, sia possibile far prevalere un’idea e una visione del mondo di sinistra.

I lavoratori, gli operai hanno oggi, in questo quadro politico e sociale devastato, più che mai bisogno a sinistra di una  nuova sponda politica, costituita dalla riaggregazione delle forze della sinistra sociale e politica più conseguente  in grado di riconnettere i fili spezzati della società per rendere ancora, al fianco dei lavoratori, l’idea di un cammino di civiltà che sembra essersi interrotto. 

 

Ancona, 20/12/00

 

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