RASSEGNA STAMPA SU SASHA DANILOVIC
MIAMI
Miami spera che Danilovic ripeta
i successi europei MIAMI SPERA CHE DANILOVIC RIPETA I SUCCESSI EUROPEI (Associated
Press, 29/09/95, tit. or. "Heat hope Danilovic can repeat success in U.S.)
MIAMI - Predrag Danilovic
ha già lasciato il segno nel basket internazionale. A 25 anni ha deciso di
ricominciare dai Miami Heat, negoziando la propria fama in cambio
dell'anonimato: la decisione non è stata difficile quanto si potrebbe
immaginare.
Soltanto un anno fa, portava la
propria Nazionale alla conquista dei Campionati Europei e la sua squadra di club
alla vittoria nel Campionato Italiano.
Nel 1994 è stato nominato
giocatore dell'anno da un periodico mensile della FIBA, l'organo internazionale
del basket: ovunque andasse, veniva riconosciuto dai tifosi.
"Sono venuto qui per vedere
se sono in grado di giocare con i migliori giocatori al mondo", ha
dichiarato Danilovic in un inglese pressoché perfetto alla conferenza stampa di
venerdì, con la quale è formalmente iniziata la sua esperienza nella NBA.
Danilovic si unisce ad una
squadra che inizia anch'essa un nuovo ciclo, avendo affidato il proprio futuro a
Pat Riley.
Lo stesso Riley ha sottolineato
come Danilovic - soprannominato "Sasha" - sia una pedina importante
all'interno del progetto di ricostruzione.
"Crediamo che diventerà,
nell'arco di breve tempo, uno dei pilastri della squadra", ha dichiarato
Riley venerdì. "Danilovic è un giocatore di fama
mondiale: forse non lo è in
America, ma mi auguro che lo diventi presto".
Danilovic potrebbe non essere
molto lontano da questo traguardo: tiratore puro, nei tre campionati disputati
con la Buckler Bologna, in Italia, ha tirato con
una media del 60.4%, realizzando
25.9 punti a gara.
Lui ed il connazionale Vlade
Divac, dei Los Angeles Lakers, hanno condotto la nazionale Jugoslava alla
medaglia d'oro nei Campionati Europei, disputati questa estate, quando la
squadra è giunta alla serie finale imbattuta.
Danilovic sa che giocare in NBA
è ben altra cosa: sebbene scelto al draft del 1992 dai Golden State Warriors,
ha deciso di restare in Europa, finché gli Heat
non hanno ottenuto i suoi
diritti, unitamente a quelli di Billy Ownens, nella trattativa per Rony Seikaly,
nel novembre scorso.
Le uniche esperienze di Danilovic
che, in qualche modo, hanno a che fare con il mondo della NBA, si riferiscono a
due esibizioni di pre-campionato, quando con la sua squadra italiana ha
incontrato i Phoenix Suns (1993) ed i Charlotte Hornets (1994).
"Lavorando duramente e con
un po' di fortuna, credo di riuscire a giocare bene", ha detto. "Di
sicuro mi serviranno un paio di mesi, all'inizio, per rendermi
conto di cosa mi sta succedendo e
di come funzionano le cose qua."
Probabilmente i tempi saranno
inferiori, rispetto alle sue previsioni. Sebbene Riley ammetta che la situazione
sindacale della NBA ha impedito agli Heat di
avere Danilovic nel pieno della
preparazione, "Sasha verrà integrato al più presto. Non importa da dove
proviene, se il parquet è 94 per 50 ed i canestri
sono a 10 piedi da terra, non
cambia nulla. Dato che, come ha detto lui stesso, sta cercando di inserirsi nel
nuovo ambiente, non credo vi sarà alcun problema dal punto di vista di ciò che
lui conosce meglio, ossia giocare a basket da professionista", ha
dichiarato Riley.
Riley non è ancora certo del
ruolo in cui Danilovic verrà utilizzato. Il Serbo va ad unirsi ad una
retroguardia già completa, che presenta un free agent come
Rex Chapman, più Owens.
"Abbiamo un sacco di
giocatori perimetrali", ha ammesso Riley. "Ma sia la posizione di
guardia, sia quella di ala piccola, nel nostro attacco, sono molto
simili. Ciò permette ai
giocatori di variare la propria posizione, e Danilovic è particolarmente
indicato per questo scopo."
Danilovic inizierà ufficialmente
la sua preparazione il prossimo venerdì, quando prenderà il via il training
camp: nel frattempo, ha detto che si darà da fare
per cercare un'abitazione ed
abituarsi al nuovo ambiente.
"Sono ancora piuttosto
confuso", ha detto Danilovic, ancora alle prese con il fuso orario, dopo il
volo di 10 ore che mercoledì lo ha portato da Belgrado a
Miami. "Ma credo che sia
soltanto una questione di tempo. Sono in grado di affrontare questa nuova
situazione."
Gli
allenatori e Danilovic: parola di Coach Parola di Coach
Ettore Messina
(dall'intervista di Leonardo Iannacci pubblicata sul "Guerin Sportivo"
n.43/1999)
Domanda: "Danilovic è sempre il "Nikita" del
basket?"
Risposta: "Anni fa lo definii così per la sua gelida spietatezza. E
stato ed è
il giocatore più importante della mia carriera".
Domanda: "Ma quanto è rompiscatole?"
Risposta: "Be', insomma, qualche volta. Ma dal primo incontro siamo
cambiati entrambi".
Domanda: "Rigaudeau è la tua proiezione tattica sul campo?"
Risposta: "Dicono sia mio figlio putativo. Ma se io sono il padre,
Sasha è il fratello. Si è
dannato l'anima affinché tornasse".
Domanda: "Non erano gelosi l'uno dell'altro?"
Risposta: "Sai quante volte Sasha va a cena a casa Rigaudeau?
Sono diversissimi, come
persone. Ma si stimano, anche se il "vaffa" in partita
scappa. E più di una volta".
Ettore Messina, da
"Repubblica", 24.04.1999 (Dall'intervista di Walter Fuochi)
«Non ho rimpianti né critiche. L'ho pure rivista in cassetta: meglio
loro. Noi potevamo giocarcela
se eravamo al 100% delle risorse fisiche e mentali.
Avevamo meno, benché dopo un derby dispendioso ci fossimo ricaricati.
Le abbiamo provate tutte, ma
non avevamo il passo. E neppure l'eguaglianza
competitiva. Uno straniero in meno si sente. E con Danilovic ridotto così,
di più. Sasha ha fatti
miracoli, gli dobbiamo esser grati per la partita con la
Fortitudo, quando ha giocato con un'infiltrazione. Quel che vedo io è
che sente dolore e non può
allenarsi. Quel che non si vede, e sono sentimenti
intimi che nessuno può capire, è che le vicende di casa sua pesano. E'
così, e basta».
«Al cuore non si può dar sollievo, ai pensieri nemmeno. Prima del
derby, a Monaco, Sasha mi ha
detto: mi pare assurdo esser qui a giocare. Poi, dove
avesse la testa s'è capito subito e, forse, le due ore della partita
sono le uniche in cui stacca
dalle bombe. Sente male alla caviglia, è poco allenato.
Ce lo dirà lui, come e quanto se la sente di giocare. Che farà il
massimo, nessuno può
dubitarne».
Ettore Messina, dal
"Corriere dello Sport", 23.04.1999
"... Soprattutto siamo arrivati al momento conclusivo con Sasha
Danilovic che ha già fatto
tantissimo a giocare la partita di martedì. Sasha adesso sta
soffrendo molto. Le caviglie doloranti, una condizione fisica precaria:
a causa, prima, dello strappo
muscolare e poi della distorsione, lui in pratica
non si allena con continuità dai giorni di Natale. E' sempre fermo. E
poi, credo che nessuno di noi
sia veramente in grado di capire il suo problema,
tutto ciò che sta accadendo nel suo Paese e che penso incida
tantissimo."
Attilio Caja, da
"Superbasket" no. 1/99 (Dall'intervista di Franco Montorro)
Domanda: "E' vero che proprio non sopporti Danilovic?
Risposta: "Dal punto di vista tecnico, niente da dire: è il
migliore d'Europa.
E per essere davvero il migliore forse è necessrio essere fin troppo
sicuri di sé. Anche quando
questo diventa strafottenza, ed è difficile da accettare se
stai giocando in casa. Ma proprio Danilovic è l'esempio che faccio
spesso presente a Obradovic.
Sasa è una persona estremamente seria, con una grande
etica del lavoro, duttile. Ma dovrebbe avere più carisma, prendere in
mano le situazioni. E allora
il valore aggiunto della sfacciataggine 'alla Danilovic'
esalterebbe le sue qualità."
Aza Nikolic, da "Slavi
d'Italia":
"Non si diventa campioni timbrando il cartellino e facendo come in
ufficio, alle 5 del
pomeriggio fuori a pensare ad altro. Faccio l'esempio di Danilovic,
che finito il camponato con la Virtus Bologna o nella NBA è sempre
tornato a Belgrado ad
allenarsi col Partizan, come uno degli altri."
Ettore Messina, da "Io,
Sasha":
"Non ho mai conosciuto un giocatore, così giovane, dotato di tale
aggressività mentale,
qualcosa di incredibile! Il modo che aveva di affrontare gli
allenamenti, le partite mi faceva spesso dimenticare il suo anno di
nascita. Rammento, per
esempio, che dopo la trasferta di Zagabria fece molta fatica a
riprendersi, a ritrovare la sua concentrazione. Giocò male due
partite importanti, contro
Scavolini e Benetton. Per un giocatore di quell’età
incappare in qualche giornata storta rientra nella norma. Ma lui non si
dava pace e così facendo
condizionava tutti noi che non riuscivamo più a
considerare tutto ciò come un normale passaggio a vuoto, che non
riuscivamo più a pensare a
lui come ad un ragazzo di ventidue anni! C’è una cosa in
particolare che mi piace ricordare dell’uomo Danilovic: Sasha non ti
manda a dire nulla, se non è
d’accordo, se qualcosa non lo soddisfa, te lo manifesta
apertamente, non rischi mai di non conoscere il suo pensiero, di non
sapere direttamente da lui
cosa pensa di te. E’ davvero una persona leale!"
Ettore Messina, 22/04/1998:
"Ha giocato con una caviglia lesionata, due giorni fa quando il
dolore era fortissimo tutti
pensavamo che non sarebbe riuscito a metter piede in campo.
Sasha ha qualcosa di speciale dentro. Ha giocato, ha lottato come lui sa
fare, è stato importante. Ha
dimostrato ancora una volta di essere il leader di
questo gruppo, anche quando non segna molti punti. E’ il giocatore che
sa sempre fare le cose giuste
nei momenti-chiave."
Ettore Messina, 01.06.1998:
"Sasha Danilovic ha avuto una pressione addosso micidiale in questa
stagione. Io dico: per i miei
limiti, non sarei in grado di sopportare una roba del
genere. Danilovic ha scelto di tornare in Italia dove aveva vinto tre
scudetti in tre anni, ha
accettato il rischio, sapendo che se non fosse riuscito a
vincere la gente avrebbe detto: non è più quello di una volta. Certo,
Sasha è un tipo speciale, è
uno che in certi momenti fa incazzare tutti, ma è anche
quello che in un finale-thrilling d'una partita che vale il campionato
è capace di fare quelle cose
che ha fatto domenica. Grande personalità, grande
carattere. Lui è il leader di questo gruppo, come Antoine Rigaudeau è
l'uomo guida."
(Domanda: Ma ci sono dei momenti in cui anche un Nikita freddo e spietato
come Danilovic ha la
tremarella?)
"Io penso che ce l'abbia come tutti gli esseri umani, però
evidentemente è bravissimo
nel nasconderla. Non a caso Abbio ha raccontato che prima di gara 4
Sasha gli ha detto: Tranquillo, vienimi dietro che in qualche modo
vinciamo"
Dusan Vujosevic, da "Io,
Sasha":
"Le prime cose che mi avevano colpito del piccolo Predrag erano
state le gambe lunghe, la
velocità, l’armonia dei suoi movimenti. Soprattutto quest’ultima
caratteristica mi aveva immediatamente convinto della presenza, in lui,
di qualcosa di innato, di
istintivo, di quel qualcosa che spesso viene definito
come "il talento".
Ciò che non vidi subito, e che invece capii in seguito, era la sua
predisposizione a vivere e ad affrontare "situazioni di
confine". Come, per
esempio, quella di starsene due anni fuori da una partita
ufficiale, allenandosi
sempre, come e più degli altri, senza perdere mai fiducia,
determinazione, grinta.
Sì, Sasha si allenava molto più degli altri suoi coetanei. Percorreva
di corsa decine di chilometri
al giorno anche sotto la pioggia, sulla neve; non si
lamentava quando gli imponevo di esercitarsi in partenza, palleggio,
arresto, arresto e tiro, e di
farlo senza scarpe; bastava che gli dicessi: "Vedrai,
quando te le rimetterai, farai tutto due volte meglio" per
caricarlo, per mantenere vive
le sue motivazioni; era infaticabile quando si metteva lì, di
fronte al canestro, a tirare (e contare!) per ore ed ore fino a
raggiungere i mille centri,
quando, dopo essersi allenato con la prima squadra per circa sei
ore, continuava per altre due con quella juniores, quando la mattina
arrivava una o anche due ore
prima degli altri per perfezionare i suoi fondamentali.
E mentre gli allenamenti miglioravano la sua massa muscolare, la
reattività, la velocità,
l’abilità, lui cresceva nel corpo e nella mente e la sua voglia
diventava più grande. Quest’ultima, insieme alla tenacia, deve
sempre accompagnare un uomo
che desidera raggiungere un determinato fine nella vita,
e più è grande l’obiettivo, più deve essere grande la sua voglia, più
deve mantenersi saldo nei
propositi. Ripetevo spesso a Sasha questo mio pensiero e
vedevo che con il papssare del tempo lui cercava di farlo suo.
Era difficile per lui, più che per gli altri ragazzi, mantenere vive la
convinzione, la passione per quello che faceva (ogni giorno, per
otto-nove ore!), la fiducia
nei propri mezzi. Sasha non aveva la possibilità di
confrontarsi, di misurarsi con un avversario vero, quello che gioca
dall’altra parte in una
gara vera. Sì, gli costruivamo le partite, oltre a farlo lavorare
molto nell’uno contro uno, nel due contro due, ma non era la stessa
cosa! L’ufficialità
dell’incontro, la consapevolezza che da lì devono uscire uno
sconfitto ed un vincitore, l’esistenza di una posta in palio, piccola o
grande che sia, sono tutti
elementi che trasformano il lavoro, svolto in centinaia di
ore di allenamenti, nella prestazione sportiva.
La prestazione rappresenta la sintesi, il risultato, è un momento di
grande
maturazione, è il momento in cui capisci veramente se hai lavorato
poco, abbastanza, molto bene,
dal quale riparti per migliorarti.
A Sasha tutto questo mancava, gli mancò per due lunghi ed importanti
anni. Così allo scopo di
fargli coraggio, di non fargli smarrire la sicurezza, gli
ripetevo che in tutte le cose della vita (e così pure nella
pallacanestro) c’è un
tempo per il lavoro e un tempo per il risultato e che se il primo non è
buono non lo è neanche il secondo.... le soddisfazioni arrivano piano
piano, non occorre
preoccuparsi, spazientirsi se si fanno aspettare un po’, occorre
invece procedere nella giusta direzione, quella del sacrificio,
dell’impegno, della serietà....
ed ottenerle serenamente. Tanto più che nel suo caso il
risultato tardava per cause totalmente indipendenti dalla volontà del
lavoro. E lui non si
scoraggiava, non smarriva sicurezza e fiducia, aveva già
cominciato a farsi stimolare dalle circostanze sfavorevoli, dai colpi
bassi che la vita a volte
rifila. Glielo ripetevo spesso: ‘Il colpo che non ti
ammazza ti fa crescere.’ "
" [...] E così giunse anche la seconda ‘situazione di confine’:
l’arrivo nella splendida
Bologna, una città difficile, piena di quella vita che potrebbe non
giocare ad un atleta, una città che voleva vincere a tutti i costi.
Sasha vi sbarcò con un
carico di responsabilità enorme per i suoi ventidue anni. Ed
anche qui ce l’ha fatta! Riuscendo a migliorarsi ancora, a progredire
giorno per giorno, non
trascurando mai quello che lui sapeva essere l’unica vera
soluzione ad ogni problema: il duro lavoro, il sacrificio, la voglia.
Questo per me significa
essere riuscito a costruirsi la testa giusta, significa
essere arrivato in alto."
Alberto Bucci, da
"Superbasket" n. 23/98:
"Danilovic, quel tiro da tre potrà anche metterlo una volta su
dieci, ma vedete qual è la
differenza fra il campione e un giocatore normale? Danilovic
ha messo quel tiro, non quello inutile con la squadra sopra di 20 punti.
E anche l’avesse sbagliato,
alla prossima occasione l’avrebbe riprovato,
convinto di segnarlo. E’ il coraggio dei campioni."
Zeljko Obradovic, da "Slavi
d'Italia":
"Andai a vedere un camp per giovani a Svamber, a 100 chilometri da
Cacak. C'era Danilovic.
Parlai con questo ragazzino che mi disse di essere un tifoso
del Partizan. Fu un lampo. Portai Vujosevic, che allenava i cadetti e
gli junores a Belgrado, a
vedere Danilovic: ce ne innamorammo. Parlammo con
Kicianovic, questo ragazzo andava preso a tutti i costi. Kicia ci disse
che sarebbe stato
impossibile, giocava per il Bosna del suo grande amico Delibasic
e mai gli avrebbe fatto uno sgarbo. Per un anno, tutti i giorni,
martellammo Kicia in tutti i
modi e finalmente si convinse. Quando si parla di Danilovic
non viene mai valutato fino in fondo un fatto: lavorava in palestra 7-8
ore al giorno, tutti i
giorni, come un pazzo. E all'inizio sbagliava tutto: poi è
diventato un fuoriclasse."
"Danilovic
Story"
di Enrico Campana (da "Io, Sasha")
Lode dunque a Danilovic
nell’alto dei cieli (del basket italiano, dunque virtussini). Il parquet del
Madison di piazza Azzarita ha visto, nel corso degli
anni, sfilare grandi artisti
della palla a spicchi, Cosic, Driscoll, McMillian, McMillen, Roche, Richardson,
e tanti altri, ognuno con la sua inconfondibile
griffe, ma nessuno prima di
Predrag Danilovic, in arte Sasha I°, era riuscito a conquistare tre scudetti in
tre stagioni. Grande impresa sportiva costruita
sulla classe, il sacrificio, la
personalità, l’aiuto della squadra, l’organizzazione del club, la gestione
intelligente da parte dei suoi coaches,
non senza ostacoli di ogni
genere. Dal dover innanzitutto essere sempre Danilovic dalla mattina alla sera,
cioè l’uomo da glorificare o crocefiggere, a
una delicatissima operazione al
ginocchio nel bel mezzo della terza stagione.
La Virtus sta al basket come
Wimbledon al tennis. Quasi mai è il campione a dare lustro all’istituzione,
ma viceversa. Però Danilovic ha esaltato lo spirito
guerriero che per anni, nella
logica delle squadre Virtus, è venuto dopo la bellezza del gioco, senza
tuttavia mai far oscillare la bilancia fra agonismo,
interessi e arte cestistica della
parte meno nobile.
Per capire Sasha forse non
basta essere nemmeno Danilovic. Sasha è figlio del talento. Un giorno che il
Dio del Basket pensava alla guardia perfetta l’ha
incarnata in un ragazzo
serbo-bosniaco di Sarajevo dal compasso di gamba eccezionale che avrebbe potuto
diventare un ballerino come Godunov o un campione mondiale di salto in alto come
Wzola. Per capire meglio Sasha è opportuno comunque leggere "La storia di
Sarajevo" di Ivo Andric, Nobel per la
letteratura, figlio di questa
terra lacerata dove l’incontro di razze, culture, espressioni forgia uomini
estremi, capaci di tutto, volitivi per orgoglio
personale ed etnico più che per
interesse.
Vujosevic, il suo maestro
che l’Italia ha rifiutato come tanti altri grandi insegnanti di basket, e che
lo portò da Sarajevo al Partizan per farne il nuovo
Dalipagic, ha visto giusto! Altri
hanno avuto la fortuna di bere il nettare di Danilovic, una bevanda però dal
retrogusto amarognolo e da distillare per
evitare sbornie, allucinazioni,
perdizione.
Bologna ha avuto la fortuna di
aiutare Danilovic nella crescita tecnica e valorizzare il personaggio. Nel
momento in cui la sua patria modificava i
confini, Sasha I° ha trovato
nella Dotta una casa perfetta, confortevole, rassicurante, moderna, per le sue
aspirazioni e il carattere indocile. Il
rapporto fra Sasha e la sua terra
adottiva è stato per questo ben descritto in quel famoso cartello apparso nelle
ultime battute della terza gara con la Benetton, il culmine di un
indimenticabile recital: "La NBA sarà il tuo mondo, ma Bologna resta casa
tua".
Bologna gli ha dato calore umano,
una squadra e un ambiente giusto per tradurre le sue qualità, ne ha fatto quasi
un idolo rock. "Sono entrata nel suo negozio ad acquistare una felpa, mi ha
servito personalmente, per poco non svenivo" mi ha confessato Katia dandomi
una testimonianza palpabile della Danilovic-mania. Un fenomeno che ha eguagliato
i Take That con appostamenti, lettere poesie e fiori lasciati sul cofano della
lussuosa BMW di Sasha dopo ogni partita, fioretti, voti, preghiere. Sempre con
la sua aria serena, Katia mi ha raccontato di aver promesso a se stessa di non
toccare dolci per due mesi qualora Sasha I° e la Buckler avessero vinto il
terzo scudetto. Katia non è una stupidina, è iscritta al secondo anno di
giurisprudenza, ha ottimi voti, ma rappresenta l’immaginario collettivo nel
quale Danilovic viene considerato una figura particolare, fra il sacro e il
profano. Non ho chiesto a Katia come, avendo una matita, disegnerebbe Sasha I°.
Sono convinto però che anche lei come me e tanti altri lo vedrebbe per metà
come angelo e per metà vampiro, con tanto di mantello e d’umore tenebroso
alla "Don Juan de Marco, maestro d’Amore". Non di sangue però
goloso, ma d’amore per il pallone, i canestri e, naturalmente, il
gioco.Oggetto di culto dalla punta dei piedi alla sua acne, oggetto di
disperazione per ogni difesa (provate a chiederlo a Riccardo Pittis e alle
staffette umane ideate nell’ultima finale da coach D’Antoni) ma anche
oggetto di grandi antipatie. Non voglio passare per l’agiografo ufficiale del
sistema Virtus. Suasa I° non è nato santo né lo diventerà mai. Mi sembra
giusto, invece, completare il ritratto rapportandomi all’avvocato del Diavolo,
specie perché sono convinto che in lui ci sia sicuramente un Diavolo
serbo-bosniaco che lo fa vibrare continuamente, gli provoca inquietudini, tic,
atteggiamenti,
insofferenze, rabbia e silenzi
stampa. Sarete d’accordo anche voi, credo, che di un personaggio pubblico è
utile glorificare anche i suoi difetti, scavare fra le
pieghe del carattere e le
tensioni vissute in questi tre anni sul filo del rasoio del risultato, per
cercare di essere il più bravo in Italia e in Europa.
Un esercizio che richiede enorme
spesa fisica e nervosa. Su qualche campo è stato maledetto, lui ha
scandalizzato i benpensanti, roba appunto da vampiri del parquet. Ricky
Morandotti, ad esempio, potrebbe narrare di certe scintille infuocatissime,
levatesi negli allenamenti, che rischiavano di provocare
pericolosi falò Da parte sua,
Claudio Coldebella, amico per la pelle oltre che socio in affari del
"Nostro", un giorno potrebbe magari svelare perché, nel bel
mezzo dell’ultima stagione, il
loro inossidabile rapporto, tipo Eurialo e Niso (o Castore e Polluce), ebbe ad
incrinarsi pericolosamente. C’è che maligna
addirittura che, al colmo
dell’irritazione, Sasha I° arrivò a sospettare che volutamente i passaggi
del play azzurro circolassero dalla parte opposta, fino a
quando con un chiarimento
tornarono più amici di prima. Sentiti, in merito a questo episodio, i diretti
interessati hanno smentito. "Per forza, giocavamo
tanto duro in allenamento che
qualcuno ha creduto che litigassimo", ammicca il n. 5 più famoso
d’Europa. Fantasia popolare, storie raccolte sotto le Due Torri, che volano da
un canestro all’altro, come quella che cominciò a circolare sul finale della
seconda stagione. Dicono che alla vigilia dei playoff, Danilovic andò dal
presidente Alfredo Cazzola chiedendogli l’estensione del contratto perché
aveva bisogno di sentirsi più tranquillo. Non so come si chiami nel suo paese
una simile pretesa (da noi si chiama "gioco pesante"), ma anche in
questo caso gli interessati glissano.
Le favole metropolitane, a
Bologna, sono del resto pennellate forti sul personaggio. Danno gusto e sapore.
In realtà il presidente ed il braccio armato
della Grande Virtus si sono
sempre capiti al volo. Oddio, non si può negare qualche multa perché nella
tensione della gara Danilovic si è immolato per la
vittoria, ma ho sentito spesso
l’artista dei tre scudetti definire Alfredo Cazzola "il mio fratello
maggiore", chiarendo perfettamente come il loro
rapporto andasse spesso oltre il
confine istituzionale fra presidente e giocatore.Per gli aneddoti, lisci,
gassati o ferrarelle sarà però opportuno lasciare la
parola al tempo. Danilovic ha
davanti a sé una grande carriera. Bologna è orgogliosa di aver dato la stura
al personaggio e potrebbe riprenderselo una
volta esaurita la sua sette di
sfida alla NBA. Buon Viaggio, Grande Antipatico. Antipatico, certo, ma adorabile
come pochi altri! Au revoir, a
presto....
Bologna è casa tua.
ARTICOLI
VARI
Marco Valenza, "Slavi
d'Italia"
"Sono strani gli appassionati di basket, soprattutto a Bologna, una
città dove i quotidiani nei
bar sono aperti sulle cronache dei canestri e non si parla
d'altro. Tutti riconoscono i campioni, tutti hanno un'opinione con un
certo fondamento da
esprimere, tutti vorrebbero fermare il giocatore per strada e
parlargli. Molti sono disponibili a questa sorta di rituale, Danilovic
no: e viene cucito così
l'abito del burbero, dell'antipatico, del duro e maleducato.
Indumenti comodi, se uno non si cura dell'immagine, demanda al campo
il giudizio su se stesso,
anzi non chiede altro che essere valutato come
giocatore."
"Danilovic conosce il valore dei soldi, non si vergogna a parlarne
come tanti come lui che ne
guadagnano a palate, non li nasconde ma non li ostenta, non dà
pubblicità a piccoli grandi segnali di riconoscenza che tiene per sé.
Chi l'ha aiutato, chi è
stato al suo fianco quando ancora non era un campione, è a
posto per la vita."
Maurizio Roveri, "Corriere
dello Sport - Stadio", 26/08/98
Si porta dietro diversi soprannomi, Sasha Danilovic. "Nikita",
"lo Zar", "la rondine
con i jeans". Ma da oggi dovremo rispettosamente chiamarlo
"ambasciatore". Ambasciatore dello Stato serbo. E' l'alta
onorificenza che il ventottenne
campione della Kinder andrà a ricevere a Belgrado, direttamente
dalle mani di Milosevic. Importante - e giusto - riconoscimento per
una carriera, per un lavoro,
per una serie di vittorie e di imprese che hanno
contribuito a dare un'immagine positiva della Jugoslavia in giro per il
mondo.
Quattro titoli europei vinti con la casacca della nazionale (Zagabria
1989, Roma 1991, Atene 1995,
Barcellona 1997), medaglia d'argento alle Olimpiadi di
Atlanta, un campionato europeo per club con il Partizan Belgrado nel '92
e con la Virtus Bologna
quest'anno, quattro scudetti con la Virtus, due campionati
jugoslavi con il Partizan, una Coppa Korac con il Partizan. E due
stagioni in America, nel
pianeta NBA, conquistando il quintetto-base sia a Miami sia a
Dallas. E mettendo la firma su una prodezza che stupì il mondo dei
canestri, certamente
destinata alla storia: quel giorno che Sasha fece 7 su 7 da tre
punti nel mitico Garden in faccia ai New York Knicks. Ha fatto canestro
ad ogni latitudine, Danilovic.
Un esempio di mentalità vincente, di carattere
forte, un personaggio che rappresenta alla perfezione la scuola
cestistica serba."
Franco Arturi, "La Gazzetta
dello Sport" del 01/06/98, "E Sasha disse no al destino"
"... Ma, alla fine, molto più dei numeri, contano gli uomini e il
loro cuore. Prendete Sasha
Danilovic. Fino a quel canestro pazzesco, in 39’ aveva messo
insieme la miseria di 7 punti, tutto ciò che le sue precarie
condizioni fisiche gli
avevano consentito. Poi il lampo accecante di un tiro che nasce
quasi da un’assurdità tecnica. Lui è tutto storto, sta cadendo
indietro, subendo fallo e si
trova a 8 metri dal canestro. Risultato? Tre punti più un
tiro libero segnato, per il pareggio che porta ai tempi supplementari.
Dove ancora lui,
naturalmente, finisce gli avversari, annichiliti dai propri
sprechi. Signori, questo è Danilovic, 4 scudetti italiani nei 4
campionati disputati. La
classe."
Luca Chiabotti, "La Gazzetta
dello Sport" del 01/06/98, "Magico Danilovic: Virtus alle stelle"
"Non esiste un limite alla grandezza di un giocatore se è veramente
grande come Sasha Danilovic....
La Virtus Kinder è campione d’Italia per la 14° volta
alla fine della più bella ed emozionante serie scudetto che la gente
si ricordi [...] Lo deve alla
prodezza dell’uomo di tutti i record: Danilovic ha
disputato 4 campionati italiani e li ha vinti tutti. Stavolta lo fa con
lo scudetto
inequivocabilmente già sulla maglia della Fortitudo, avanti di 4
punti a 18" dalla fine, dopo essere stata sempre in vantaggio, anche
di 11 punti a -6’38".
La favola è quella del campione con la faccia di ghiaccio, che
spesso mette tra sé e il mondo una cortina di scortesia, ma che dentro
sa tutto del basket..."
"Danilovic: 10 - Ha segnato tutti i canestri-partita. Fino a
18" dalla fine, meritava
il 6 di stima. Ma lui è Danilovic e può conquistare l’eccellenza in
una sola azione."
Mario Arceri, "Il corriere
dello sport - Stadio", 29/04/98
"Predrag Danilovic, Sasha per gli amici, ieri ha sfoderato una
partita di incredibile
intensità: 47 punti, il 70% al tiro, sette rimbalzi, tre recuperi
e tre assist, sette falli subiti, una sola piccola machcia, le sei palle
perse sugli assalti di Busca
e Tonolli. Irresistibile, Danilovic, incredibile per
efficacia, per sicurezza al tiro, per tranquillità nel gestire il gioco
fino a comandare la posizione
in campo ai compagni, a rassicurare Nesterovic, a dare
coraggio nei momenti difficili, a rintuzzare con una favolosa serie di
tiri pesanti (ben otto) i
tentativi di Roma. Ogni volta che la Pompea tornava a un
soffio, Sasha si alzava pr la ‘bomba’: micidiale."
Luca Chiabotti, "La
Gazzetta dello Sport", 24/4/98
"Danilovic 7,5 - Dateci una finale e vogliamo giocarla con lui. Ha
difeso da 10 ncontro l’ex
compagno di Miami, Anderson, e su Bane Prelevic e ha segnato
canestri importantissimi. Anche lui è un uomo, e nel finale ha perso un
paio di palloni. Ma non è un
uomo come gli altri, e su un tiro sbagliato ha
costruito
il canestro-partita, con l’AEK a -5. Dopo l’Eurolega 92 (e la Korac
col Partizan nel 1989) conquista anche quella del 98. In una finale
internazionale di una massima manifestazione ha vinto 7 volte su 8.
Capite perché lo pagano
tanto?"
Maurizio Roveri, "Corriere
dello Sport - Stadio", 27/03/1998
"Aspettavamo Danilovic. Aspettavamo che Sasha prendesse per mano la
sua Virtus e che indicasse la
rotta giusta a naviganti assaliti da dubbi. Pensavamo di
vedere il duro serbo della V nera destreggiarsi con perizia lungo
sentieri tortuosi, aprire
porte, trasmettere certezze. L’abbiamo aspettato a lungo. Un
primo tempo di grande sofferenza per Sasha. La sua partita è stata una
grande salita. Sasha
prigioniero dentro la difesa magistrale di Vidili ma soprattutto
prigioniero delle incertezze d’una Kinder a lungo pallida. Ma Danilovic
è il duro. Danilovic è
quello che sa giocare forte e vincere sotto pressione,
superando anche gli ostacoli più alti. E il secondo tempo porta la sua
firma. Lo zar di tutte le
Virtus (come l’hanno etichettato a Bologna) conserva uno
straordinario controllo dei nervi e del tempo. Minuto dopo minuto impone
la sua personalità, la sua
diabolica freddezza da Nikita. E’ lui che ruba il
cuore alla Fortitudo e la inganna togliendole l’ultima illusione. E
facendo volare la V nera
nelle Final Four di Eurolega." (Kinder - Teamsystem 58-56)
Maurizio Roveri, "Corriere
dello Sport - Stadio", 08/02/1998
"Se siete sotto di un punto ad un secondo dalla fine, a chi lo
fareste fare il
tiro per il canestro dell’eventuale vittoria? Risposta facile facile: a
Sasha Danilovic,
ovviamente." (Kinder - Mash 74-73)
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