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La Conferenza su «Etica e Urbanesimo»

 

(foto: Unicef)

 

Hanno partecipato alla conferenza:

- Don Gino Rigoldi, Presidente dell’associazione "Comunità Nuova" di Milano (Italia).

- Franco Bruni, docente di Economia Monetaria alla Bocconi.

- Alberico Barbiano di Belgioioso, docente di Composizione Architettonica al Politecnico di Milano.

Il testo della conferenza è stato concesso dalla Dott.ssa Mirka Giacoletto Papas, direttrice di Bocconi Comunicazione.

Dell’incontro del 1 Ottobre 1997, che si è tenuto presso l’Università Bocconi di Milano sul tema "Etica e Urbanesimo", ricorderemo soprattutto il discorso di Don Gino Rigoldi, perché si collega al tema della ricerca fatta da studenti della Bocconi e da giovani dell’Associazione La Lanterna.

                Della conferenza di Barbiano di Belgioioso ricorderemo soltanto ciò che è fondamentale la ricerca stessa, vale a dire la definizione di Etica. È una definizione concreta e "esistenziale". Etica è, per Belgioioso, "la responsabilità", è "l’esigenza di un comportamento morale", che riconsoce come fondamento il principio di "giudicare il proprio comportamento in funzione degli effetti, delle conseguenze che opera sugli altri". Solo alcuni anni fa, il principio dominante consisteva nello scegliere una logica interna alle scienze o alla tecnica stesse e, per l’Urbanesimo, le tecniche di costruzione e l’organizzazione della città erano alla base delle preoccupazioni degli urbanisti. Ora, è il concetto stesso di Urbanesimo che cambia sulla base di questa nuova definizione di Etica: Urbanesimo non significa più soltanto una buona tecnica, regole funzionali e controllo della città, ma è anche la qualità di ciò che gli urbanisti fanno per coloro che vivono nella città.

                All’inizio della sua conferenza, Don Rigoldi ricorda che è cappellano del carcere dei minorenni, l’Istituto Beccaria, da più di venticinque anni e che, allo stesso tempo, si occupa del tema dell’Urbanesimo (spiegherà più tardi come questi due temi siano collegati tra loro). Sottolinea anche l’importanza di fare notare le carenze, le sofferenze, le difficoltà che si vivone nella città, ma afferma che non farà un elenco dei mali senza indicare come se ne può uscire.

                Alle riunioni che Don Rigoldi organizza nei quartieri più disagiati di Milano, Baggio, Giambellino, Barona, Lorenteggio, egli sente soprattutto una parola: sicurezza. Ma se domanda agli abitanti del quartiere che cos’è la "sicurezza" per loro, essi gli rispondono che è "non incontrare più trenta Marocchini davanti al bar della via vicina"; è anche "scacciare dal quartiere stesso i duecento Albanesi che ci vivono".

                Non è questo (gli immigrati) il vero problema, non è evidentemente questa l’origine del malessere del quartiere. Don Rigoldi indica allora le cause vere:

un tasso troppo alto di bocciature;

affitti troppo cari per le case minime; per di più, le case minime sono fatiscenti, abitate da persone non autorizzate, che nessuno controlla;

non ci sono aree per i giochi dei bambini, né luoghi in cui gli adolescenti possano incontrarsi, né locali in cui i giovani possano parlare della loro vita nel quartiere;

c’è la mafia e la camorra (a Milano, si sono fatti recentemente due maxi-processi a 1200 mafiosi e associati alla camorra).

                Don Rigoldi si interroga in seguito sui giovani. Risponde che conosce soprattutto i giovani del Beccaria; constata che questi giovani sono spesso depressi, il che li conduce generalmente a due soluzioni, entrambe negative: la violenza e la mancanza di interessi. Sono i giovani che provengono dalle case minime; sono i giovani più deprivati, i più influenzabili dalla società consumistica, "sono quelli che vivono di più le emozioni di chi davanti alla grande abbuffata della socità moderna si sentono, non solo non invitati, ma da non poter neanche entrare dalla porta e quindi si sentono esclusi".

                Don Rigoldi prosegue affermando che conosce altri giovani, giovani che rappresentano una grande risorsa per la società, giovani che hanno voglia di agire, di essere protagonisti della vita sociale. Aggiunge: "L’anno scorso, ho incontrato, credo, dieci, undici mila ragazzi e ragazze di Milano e provincia...". Ha parlato loro e ha detto: "... è importante che siate titolari della vostra vita, che le vostre scelte le facciate perché voi ne avete i motivi e vi assumete le responsabilità, non per ubbidienza al papà e alla mamma, alla moda, al personaggio."

                A questi giovani ha parlato dei valori che è giusto possedere: "la lealtà, l’onore, il senso della giustizia per sé e per gli altri, la solidarietà, l’attenzione per i poveri, la ricerca di senso". Prosegue: "Queste sono cose giuste, da sole..." E questi giovani "a guardarmi così con un silenzio sospeso come se io stessi raccontando loro l’epilogo di una favola particolarmente interessante e sconvolgente." Ma non bisogna che qualcuno dica loro: "Onesto va be’, ma se poi sei un po’ furbo non è male, è già finita la storia. Gliela dici tre volte, o quattro volte, o cinque volte, poi il senso comune va da un’altra parte e così via."

                Poi, Don Rigoldi torna al tema dei quartieri disagiati. Afferma: "In questi quartieri... le istituzioni sono più o meno inesistenti... (si osservano) la mancanza di progettualità e di competenza, una cosa veramente inconcepibile. In questo ambito poi della periferia ci sono vari gruppi di volontariato, di privato che si attiva - i comitati di cittadini, le parrocchie anche qui, oppure altri gruppi... Ma andiamo in due o tre punti più significativi. A Milano la casa costa troppo. Allora ci sono le case popolari. Ecco qui, a me stanno particolarmente a cuore le case popolari... perché i ragazzi che arrivano in carcere arrivano tutti, il 95%, dalle case popolari... Succede che lì vi si convoglino tutte le famiglie con grosse difficoltà, ci sono tanti anziani, se c’è un malato di mente da collocare, lo si colloca nelle case popolari; quei pochi stranieri che hanno una casa popolare, vengono messi lì senza nessun servizio di mediazione, di inserimento e lì succede che poi si fanno questi agglomerati di disagio che poi diventano criminalità, droga e così via. Ma è da sempre così, da quarant’anni, cinquanta, lo sanno tutti che è così."

                "Io credo che un buon urbanista dovrebbe togliersi dal cervello l’idea di fare dei quartieri di case popolari, invece di fare sì delle case popolari, ma mettiamole in Corso Matteotti, in San Babila (1), perché no? perché sempre in Via Quarta, a casa del diavolo... in mezzo alle campagne, che uno non sa mai dove è arrivato, come fa poi ad uscirne di lì? Perché mai una cosa del genere? Non è forse etico, non è forse scritto nella Costituzione, nel Vangelo, da tutte le parti che tutti i cittadini sono uguali, hanno diritto ad avere gli strumenti per una vita democratica, lavorativa e di salute e di partecipazione normale?"

                "Questo è un interrogativo retorico, ovviamente, il mio, ma io ci credo ancora e credo che sia giusto questi valori assumerseli e difenderli, anche se si appare qualche volta patetici. Io mi sento patetico qualche volta, non so, questa sera non ancora, magari poi mi sentirò patetico. Dice: - Questo qui è sempre qui a menarla, sempre la stessa storia, questi quattro sfigati, ma lasciali dove sono che danno pure fastidio. Ma non è così, non è vero, non è possibile, non è giusto. Io credo ancora che l’idea di voler individuare, soprattutto quando si è fortunati, come sono fortunato io, quindi appartengo a una categoria difesa, socialmente riconosciuta, come siete molti di voi, voler capire quello che è giusto e quello che è sbagliato, essere capaci di metterci mano, di volersi mescolare, mi sembra una cosa vitale."

                Il primo problema da risolvere è, per Don Rigoldi, la scuola. Non è una scuola giusta quella che, in prima media, boccia il 20% dei bambini che provengono dalle case popolari. Non è giusto "dire a un quattordicenne o un quindicenne: - Tu sei di serie B, menare a lavorare, ciò vuol dire "vai sulla strada o a fare il garzone, non è posto per te la scuola", volete poi che succeda che questo venga alla Bocconi e poi a studiare economia e commercio? Non credo proprio. E non è che a partire da manovale o garzone del bar, poi uno finisca per avere la mente ricca di principi etici e gli imputa essere un cittadino ordinato o ad essere una persona accorta."

                L’altro problema riguarda i luoghi di incontro. Bisogna creare attività culturali, luoghi di incontro in periferia, non soltanto nel centro-città. La città deve essere policentrica. Bisogna aiutare le associazioni di volontari che lavorano in periferia. Bisogna dar loro i mezzi per agire. "L’etica, secondo me, è quello che si deve realizzare nella nostra città, è dare strumenti perché la creatività, la responsabilità, la fantasia possa esprimersi."

                Don Rigoldi parla infine della funzione che i media possono e devono avere. Non bisogna fare "una comunicazione dello sfascio, per un verso, oppure del drammatico, per un altro verso, ma si faccia una comunicazione che sia capace di individuare i mali, sì, ma anche le responsabilità, ma anche i processi di cambiamento importanti."

                Per concludere, Don Rigoldi, che non dimentica di parlare a studenti di Economia, spiega: "Un ragazzo al Beccaria costa 500.000 lire al giorno. Non sarebbe più economico occuparsene mentre è in terza elementare?"

                Poi, per non finire parlando di numeri, Don Rigoldi afferma: "E tutte queste cose... io credo che dobbiamo farle, io almeno mi sento di farle, perché sono giuste, perché è giusto fare così, è giusto cercare che la gente abbia gli strumenti per vivere, abbia gli strumenti per partecipare e possa essere attore un po’ dell’ambiente in cui vive, del suo quartiere, della sua vita, tutto sommato" (gli studenti della Bocconi).

 

1. Corso Matteotti e Piazza San Babila sono tra i luoghi più eleganti e esclusivi di Milano.

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