"SINISTRA PLURALE " O UN’ALTRA SINISTRA?
di Marco Ferrando
La vittoria del centro destra nelle elezioni amministrative del 16 aprile è il punto d’approdo di un lungo processo. Un processo che inizia in ultima analisi con l’esperienza di governo dell’unità nazionale degli anni Settanta e il relativo arresto della fase ascendente del movimento operaio; percorre il lungo corso degli anni Ottanta segnati dalla svolta dei rapporti di forza tra le classi innescatasi con la sconfitta alla FIAT; investe la vicenda complessiva degli anni Novanta, con una progressiva accelerazione a partire dal 96. Il filo conduttore, seppur non lineare, di questo lungo percorso è, in definitiva, assai chiaro: l’opera sistematica di demoralizzazione e disgregazione che le direzioni maggioritarie del movimento operaio hanno condotto contro la propria base sociale, alla ricerca della legittimazione presso le classi dominanti.
I governi di centrosinistra, da Prodi a D’Alema, sono stati ad un tempo il punto d’approdo di quella lunga parabola ed il completamento delle sue implicazioni distruttive. In particolare l’alleanza di governo tra la socialdemocrazia liberale DS. (come apparato di controllo sulle masse politicamente attive) ed il Centro tecnocratico e confindustriale (espressione della grande industria) è stata al riguardo determinante: determinante non solo per garantire pacificamente al grande capitale lo scalpo prezioso di storiche conquiste operaie, ma anche e soprattutto per espandere ulteriormente la profonda demotivazione delle classi subalterne in termini di passivizzazione e spoliticizzazione.
Le destre hanno capitalizzato, in definitiva questa opera demolitrice del centrosinistra.
Non a caso il loro successo non è dato da uno sfondamento diretto nel bacino elettorale del centrosinistra, ma dall'espansione di quell'astensione, figlia della passivizzazione, che le sinistre hanno indotto per anni nel proprio elettorato. Così l'alleanza riuscita tra Polo e Lega ha semplicemente consentito l’incasso vincente di un bottino già disponibile. Ed ha a sua volta registrato e consolidato il blocco sociale reazionario su cui le destre si appoggiano: un blocco egemonizzato dalla piccola e media impresa e dalle corporazioni delle libere professioni, ma capace di coinvolgimento di settori di lavoro dipendente al Nord e di masse di disoccupati al Sud. Un blocco sociale in realtà tutt’altro che granitico e irresistibile: ma che la continuità di governo del centrosinistra a guida Amato rischia oggi di alimentare ed espandere ulteriormente.
Di fronte a questo scenario generale si pone l’esigenza di una riflessione autentica del P.R.C. : sul bilancio delle scelte compiute e, soprattutto, sulla prospettiva di azione politica e strategica. Non è in discussione la relativa positività del risultato elettorale del partito, pur fortemente disomogeneo tra Nord e Sud: è un risultato dovuto al nostro ruolo di opposizione al governo nazionale e che misura la potenzialità di una controtendenza. Ma vedere in esso la "conferma della linea" -come vuole Bertinotti- significa compiere un’operazione propagandistica diseducativa e priva di alcun fondamento di merito. Perché infatti la verità è opposta: il "fallimento del centrosinistra" che oggi si riconosce è anche inevitabilmente il fallimento di quella linea di coalizione col centrosinistra che la maggioranza dirigente del P.R.C. persegue dal 3° congresso. E’ il fallimento clamoroso della politica di contaminazione riformistica di un centrosinistra liberale e confindustriale. Questa illusione è fallita dall’"interno" della coalizione in occasione del disastroso sostegno al governo Prodi e in tante esperienze di governo locale, come in Lazio e in Abruzzo. Ed è fallita dall’"esterno" dopo la nostra ricollocazione all’opposizione, sul piano nazionale: la stessa esperienza dei 14 accordi regionali non è stata forse l'ulteriore riprova dell’impermeabilità del centrosinistra , dei suoi programmi reali (non letterari), delle sue reali relazioni materiali e di classe, alle pressioni "correttive" del P.R.C.? Peraltro la subordinazione di fatto al profilo liberale del centrosinistra ha finito col coinvolgerci nel suo fallimento politico di fronte alle destre: una linea che impugnava l’esigenza del "battere le destre" ha contribuito di fatto a rimuovere gli argini alla loro ascesa.
L’esigenza di una svolta di linea politica è dunque posta dai fatti.
Fausto Bertinotti, che pur rifiuta qualsiasi bilancio, rivendica ora una "discontinuità" politica parlando di "superamento definitivo" del centrosinistra come quadro di riferimento del P.R.C. Era ora.
Ma la discontinuità, in sé positiva, dev’essere coerente e tradursi in un cambio radicale di prospettiva strategica.
Il superamento della linea di coalizione col centrosinistra deve intanto tradursi nella definitiva assunzione di un impegno pubblico, che rompa ogni indugio e possibilismo: il P.R.C. dichiari la scelta di propria presentazione indipendente alle prossime elezioni politiche, siano esse nel 2001 o a scadenza più ravvicinata, come forza autonoma di classe alternativa a centro destra e centrosinistra. L’autonomia del partito non può essere infatti la risultante dell'eventuale indisponibilità negoziale del centrosinistra liberale, ma l'espressione di una scelta politica chiara e definitiva.
Parallelamente va superata l’insostenibile compromissione di governo del P.R.C. nelle giunte di centrosinistra a partire dalle regioni e dalle grandi città: per esemplificare è inconcepibile che da un lato si denunci il fallimento del centrosinistra e dall’altro si continui a sostenere una giunta Rutelli che è l’emblema di quel fallimento e che ha fatto da volano nel Lazio alla vittoria di Storace.
Al tempo stesso, la riconquista dell’autonomia di classe del P.R.C. non può essere chiusura settaria e arroccamento. Deve al contrario tradursi in una nuova linea di massa, rivolta all’intero movimento operaio e investita nella lotta per l’egemonia. Una linea che ponga una necessità imprescindibile: la rottura del movimento operaio col Centro confindustriale (e/o democristiano), con le sue rappresentanze politiche, col suo blocco di interessi materiali.
Nei movimenti, nelle organizzazioni di massa, nel rapporto quotidiano col popolo della sinistra e con la base D.S., occorre battere con tutte le nostre forze su questo tasto decisivo: solo la rottura del movimento operaio col Centro liberale e borghese, solo la riconquista dell’indipendenza del movimento operaio, possono porre le condizioni di una ripresa di massa, di una grande controffensiva sociale capace di "battere le destre". Negli anni 90 un solo soggetto si è rivelato capace di arrestare la marcia di Berlusconi: il grande movimento di massa dell’autunno 94, basato sulla mobilitazione della classe operaia e capace di una forte polarizzazione sociale. E’ una memoria che va incorporata alla nostra proposta: una proposta di fronte unico del movimento operaio contro tutte le forze della borghesia sulla base di un programma indipendente anticapitalistico.
Proprio per questo emerge oggi più che mai la necessità di una proposta programmatica del P.R.C. per l’azione di massa. Il P.R.C. non può continuare a rappresentare semplicemente la voce istituzionale delle ragioni sociali in una logica di pura occupazione di uno spazio elettorale e d’immagine. Né può rapportarsi alla questione del programma in una ottica negoziale col centrosinistra. Dalla proposta programmatica per l’accordo col centrosinistra occorre passare alla proposta programmatica per il rilancio del movimento di massa e la ricomposizione del suo blocco sociale.
L’idea di una proposta rivendicativa per una vertenza generale unificante del mondo del lavoro e dei disoccupati, che connetta questione salariale e riduzione dell’orario, abolizione dei contratti atipici e vero salario sociale per i disoccupati, va posta al centro dell’elaborazione immediata del partito. La stessa battaglia contro i referendum sui licenziamenti non può essere affrontata in una logica tutta istituzionale: va assunta invece come occasione di una attiva campagna di massa del partito per una rottura definitiva della concertazione ed una svolta complessiva del movimento operaio. E lo sbocco cui ricondurre tutto il lavoro di propaganda e agitazione politica di massa è uno solo: la necessità della lotta per un’alternativa di sistema sociale, fuori da ogni illusione riformistica; l’esigenza di un’altra direzione politica e sindacale del movimento operaio che si assuma la responsabilità di perseguire quella prospettiva.
La proposta nuova di "sinistra plurale" alla francese, oggi avanzata da Bertinotti indica purtroppo una prospettiva molto diversa: una prospettiva strategica di governo jospiniano in una logica di compromesso keynesiano coi vertici D.S. e di fatto con le stesse classi dominanti. E’ una proposta che rimpiazza il mito fallito della "contaminazione" del centrosinistra con un nuovo mito altrettanto illusorio: un mito che rimuove la realtà vera del governo liberista temperato e militarista di Jospin col suo record di privatizzazioni e flessibilità; ignora la vasta contestazione di massa contro il governo Jospin che oggi sale dai movimenti di lotta di quel paese; nasconde i successi di una sinistra rivoluzionaria francese di aperta opposizione di classe al governo Jospin. Ma soprattutto è una proposta che continua a riservare al P.R.C. il ruolo di strumento critico di pressione entro la "famiglia plurale" della "sinistra", invece che quello di strumento di costruzione di un’altra sinistra, per un’altra egemonia tra le masse.
E’ la riprova ulteriore della necessità di un impegno intenso della sinistra rivoluzionaria del P.R.C. perché da un bilancio autentico delle scelte compiute emerga la necessità di una vera svolta. Di una coerente rifondazione comunista.