No ad accordi col centrosinistra per le regionali
di Marco Ferrando
L’apertura di Fausto Bertinotti al centrosinistra in occasione delle imminenti elezioni regionali è un fatto davvero preoccupante per il Prc. Non è in discussione la "legittimità" formale dell’iniziativa del Segretario, già annunciata nero su bianco (e dunque visibile per chiunque volesse vedere) nella risoluzione di maggioranza del Cpn di luglio. E’ in discussione la sua natura di merito, le motivazioni che la sospingono, le sue ricadute sullo stato e la prospettiva del partito.
Ciò che innanzitutto colpisce nella proposta di coalizioni regionali di governo col centrosinistra è l’assoluta mancanza di qualsiasi fondamento di classe. Lo rivela l’argomento centrale che viene invocato: "La separazione tra il piano nazionale e il piano regionale e locale". Cosa significa, infatti, questa curiosa teorizzazione? Significa, al fondo, continuare a rimuovere l’evidenza: la natura di classe del centrosinistra, la base materiale degli interessi che rappresenta, l’organicità degli indirizzi che ne conseguono. E’ infatti del tutto ovvio che esistono diverse latitudini istituzionali e territoriali dell’esercizio di governo: ma come non vedere che si tratta di diverse articolazioni di una medesima coalizione borghese, di un medesimo personale politico che la incarna, di medesime politiche confindustriali?
Recitare il manuale della distinzione dei piani in nome della "concretezza" significa in realtà votarsi ad un’astrazione vuota che ignora esattamente la realtà concreta: la realtà che si offre quotidianamente allo sguardo dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani.
La natura borghese del centrosinistra è "verificata" da anni, anche in ambito locale
Qual è la realtà concreta delle politiche quotidiane delle giunte di centrosinistra a partire dalle regioni?
Questo interrogativo elementare rovescia l’intera argomentazione avanzata a sostegno della "distinzione" dei piani. E soprattutto smantella l’argomento allegato: quello per cui (sempre in nome della "concretezza") occorre "partire dai contenuti" per "verificare" le possibilità di accordo. Il paradosso infatti sta qui: se davvero partissimo dai’ "contenuti" la "verifica" non avrebbe alcun senso. E viceversa ha "senso" solo prescindendo pregiudizialmente proprio dai contenuti.
Gli indirizzi di fondo delle giunte locali di centrosinistra, a partire dalle regioni e dalle grandi città, sono segnati dagli stessi "contenuti" delle politiche nazionali: contenimento delle spese sociali, a partire dalla sanità; privatizzazioni dilaganti, a partire dai trasporti; flessibilità del lavoro più o meno concertata con le burocrazie sindacali sia nel settore pubblico sia nell’ambito privato (vedi patti territoriali e contratti d’area); elargizioni al privato nello stesso settore dei servizi sociali, a partire dalle scuole e dagli ospedali, con la gestione allegata della lucrosa partita della formazione professionale; devastazione dell’ambiente, attraverso politiche di cementificazione, saccheggio del territorio e del paesaggio, gestione spregiudicata del business dei rifiuti... C’è forse bisogno di aggiungere altro al lungo elenco che la "verifica" di anni ci offre?
Peraltro l’accresciuta potestà legislativa che formalmente si assegnerà alle regioni, lungi dall’offrire maggiori garanzie, aggraverà ed estenderà queste politiche borghesi. Penso ai nuovi poteri offerti alle regioni nel campo della razionalizzazione della rete scolastica, quali previsti dalla riforma Berlinguer. Penso alle accresciute competenze in ordine alla definizione degli assetti istituzionali locali (dagli statuti alle leggi elettorali). Penso allo spazio di autonoma iniziativa persino nel campo della politica estera: è un caso che i governi regionali della fascia adriatica (di centrodestra come di centrosinistra) siano già oggi impegnati a sostenere con fondi pubblici la proiezione neocoloniale delle proprie imprese nei Balcani, verso la ricerca di nuovi paradisi di supersfruttamento e sovraprofitti?
Peraltro, mentre i nuovi poteri offriranno ulteriori possibilità di allargamento delle medesime politiche, un’intera legislazione parallela irrigimenta ancor più il loro indirizzo di marcia e la loro conformità con la politica del governo. Il Patto di stabilità interno, sancito dall’ultima finanziaria, coinvolge rigidamente i governi locali nelle politiche di risanamento" imposte dalle compatibilità di Maastricht. Le ultime leggi Bassanini prescrivono come obbligo istituzionale le politiche di privatizzazione dei servizi pubblici locali, con l’enorme partita finanziaria che ciò configura. Se a ciò si aggiunge l’annunciato taglio di 2.500 miliardi sugli enti locali nell’ambito della prossima finanziaria, si ha un quadro chiaro di come la cosidetta autonomia regionalistica altro flOfl sia che il risvolto istituzionale di un contenuto opposto:
un’accresciuta dipendenza dell’ente locale, a partire dalle regioni, dalle direttrici del governo nazionale e dagli interessi di classe che esse riflettono.
Peraltro la riforma presidenzialistica dell’istituto regionale, con l’elezione diretta del presidente della regione, altro non fa che rafforzare la gestione esecutiva delle politiche locali e la loro subordinazione al quadro nazionale. Altro che "separazione" dei piani!
Qual è dunque la "verifica" programmatica che andrebbe intrapresa? Parlare di verifica programmatica col centrosinistra in qualche ora di negoziato significa rimuovere pregiudizialmente la verifica reale del centrosinistra in anni e anni di vita reale e osservazione diretta. Significa di fatto ingannare noi stessi e i lavoratori,
Il bilancio delle giunte centrosinistra-Prc
Si obietta: "Possiamo inserire elementi di discontinuità, fare da sponda ai movimenti, aprire dal versante del governo locale nuovi spazi all’opposizione".
Ma anche questo argomento si rivela totalmente inconsistente. Su cosa fonda la sua credibilità? Sull’esperienza, forse?
L’esperienza ci dice l’opposto, da ogni punto di vista. Due anni di sostegno al governo Prodi in nome della "discontinuità" e della "sponda di movimenti" si sono accompagnati alla massima continuità (e aggravamento) delle politiche precedenti e alla peggiore pace sociale.
E lo stesso vale per le mille esperienze di coalizioni di governo tra Prc e centrosinistra maturate dal 1995 in larga parte d’Italia in diverse regioni e grandi città. Non è curioso che oggi si proponga dopo cinque anni l’estensione ulteriore di queste collaborazioni di governo senza aver fatto di esse alcun bilancio politico in nessuna sede di partito?
L’indirizzo delle giunte di centrosinistra da noi sostenute si è rivelato identico, nella sua ispirazione strategica di fondo, all’indirizzo delle altre giunte di centrosinistra. E in qualche caso importante persino più grave: le giunte Rutelli o Bassolino in tema di flessibilità del lavoro, privatizzazioni, concertazione non hanno) forse rappresentato. per esplicito riconoscimento dei protagonisti, una sorta di sperimentazione d’avanguardia delle politiche liberiste sul piano nazionale? L’unica discontinuità della giunta Rutelli non è stata forse l’apertura dei trasporti locali a 400 lavoratori interinali (caso unico in Italia) in scontro aperto con i lavoratori del settore e forze sindacali d’opposizione?
Ed è proprio il rapporto con i lavoratori e i movimenti ad essere stato sottoposto a logoramento e gravissime contraddizioni. Le pro-
teste dei tassisti romani proletarizzati contro le scelte liberiste di Rutelli; le proteste dei disoccupati di Napoli contro una giunta da noi sostenuta che si è addirittura costituita "parte civile" in sede giudiziaria contro le loro lotte, non dimostrano forse che proprio il coinvolgimento di governo del Prc su scala locale priva lotte e movimenti di una preziosa sponda d’opposizione rafforzando invece concertazione e rassegnazione sociale?
Ne vale l’obiezione secondo cui in questa o quell’altra esperienza la nostra presenza di governo avrebbe "limitato il danno". Questa eventualità, infatti, non sposta dì un millimetro) il quadro della discussione.
La "limitazione del danno" o "il meno peggio", se assunti come criterio guida ci porterebbero in contraddizione con la stessa scelta di rompere con Prodi, avallando clamorosamente le "ragioni" di Cossutta, Ma soprattutto la "limitazione del danno" è l’esatto opposto della "discontinuità" politica che viene rivendicata: è per definizione la continuità temperata della vecchia politica, la continuità della concertazione degli arretramenti e delle sconfitte. Chiedo: è per questo che vive il Prc? E’ questa la nostra ragione, il nostro molo?
Roma, 11 ottobre 1998.
Per di più questo rilancio sconsolato di cinque anni di governi di collaborazione col centrosinistra si riferisce a un contesto che vedeva il nostro partito in ascesa, col vento in poppa di un crescente sostegno politico ed elettorale. Per quale ragione oggi, col ~,Y o dei voti, in aperta crisi d’immagine e credibilità, dovremmo conseguire quei risultati che abbiamo mancato in passato?
"Tradizione del Pci"?
In assenza di argomenti più convincenti il segretario del partito ha motivato in numerose interviste la propria proposta col riferimento alla tradizione del Pci. Debbo dire che questo argomento, se possibile, danneggia ancor più la credibilità della proposta. Si potrebbe notare, di passata, che il Pci era in ogni caso una forza egemone nelle giunte locali, non una piccola forza sussidiaria. Ma il punto essenziale è un altro: nonostante un potere reale di gestione e controllo amministrativo, il dispiegamento generale della presenza di governo del Pci dalla metà degli anni 70 ha svolto un ruolo importante nell’accelerare l’involuzione moderata del partito, l’ulteriore appannamento della sua stessa "opposizione di sua maestà", e persino una nuova corruzione della sua costituzione materiale (il "partito degli assessori"). Peraltro non a caso proprio la burocrazia assessorile del partito negli anni settanta e ottanta ha costituito per lungo tempo nel Pci la base materiale delle posizioni e pressioni più moderate e liquidatrici di ogni elemento classista residuale.
Eppure quel logoramento si è prodotto entro rapporti di forza a livello sociale incomparabilmente più avanzati rispetto all’oggi; entro un quadro politico e istituzionale infinitamente più favorevole; entro rapporti di forza politici radicalmente diversi. E mai possibile pensare nelle condizioni dell’oggi che un dispiegamento di governo del Prc produrrebbe esiti diversi? Non è forse evidente che la moltiplicazione di assessori ostaggio dentro le giunte di centrosinistra avrebbe tanto più su un piccolo partito socialmente sradicato effetti involutivi devastanti? Del resto la verifica c’è già: il fatto che la maggioranza degli assessori del partito abbia costituito la base materiale della scissione cossuttiana misura quanto la dislocazione di governo in periferia abbia già leso e colpito l’autonomia politica del partito e la sua forza di opposizione nazionale. Dovremmo ora aggravare il male invece di combatterlo ed estirparlo?
La logica politica di prospettiva dell’apertura al centrosinistra
Se la proposta avanzata non dispone di alcun serio argomento non significa che essa sia priva di una sua logica politica. Al contrario. Le elezioni regionali del 2000 sono solo in apparenza elezioni amministrative. Esse sono nei fatti elezioni "politiche" sia per le dimensioni generali dell’elettorato coinvolto, sia per la delicatezza estrema della situazione politica italiana, sia per lo stretto raccordo con le elezioni politiche del 2001. Peraltro tutte le forze e gli schieramenti vivono la scadenza delle regionali, come naturale, come anticamera e "prova generale" delle elezioni politiche successive.
E’ questo del resto il senso dichiarato della proposta di alleanza che Claudio Burlando a nome dei Democratici di sinistra ha rivolto al Prc: una proposta non congiunturale e posticcia ma tutta proiettata sulla prospettiva del 2001 nel nome della ricomposizione di una vera e propria alleanza di governo tra Prc e centrosinistra. In termini ancora più espliciti il ministro Fassino ha dichiarato alla Stampa" che la speranza di scongiurare elezioni politiche anticipate è determinata dalla volontà di ricostituire un percorso graduale, e quindi credibìle di alleanza di governo col Prc. E’ possibile essere più chiari?
La verità è che a partire dalle regionali, forze decisive della coalizione di governo chiedono al Prc di consumare una scelta definitiva e di fondo: la propria trasformazione nell’ala sinistra del centrosinistra, nella copertura strategica, fosse pure "critica", delle politiche antipopolari del capitale finanziario.
Proprio qui si misura la gravità dell’assenso che Fausto Bertinotti ha fornito sulle intese regionali. Non si tratta, se non nelle parole. di un’apertura circoscritta al campo amministrativo: si tratta di un’apertura politica che investe la prospettiva dei prossimi anni e si proietta nella prossima legislatura.
Del resto: quando si dichiara superata la "desistenza" (del tutto impossibile alle regionali) non si allude forse a disponibilità più impegnative per le elezioni politiche, per un ingresso diretto nel futuro eventuale governo di centrosinistra? Quando si dichiara semplicemente "prematura" una discussione sulle alleanze politiche per il 2001 non si apre percio stesso un possibile varco in quella direzione?
Certo: la maggioranza dirigente del Prc ha rafforzato i toni dell’opposizione verso il governo D’Alema e ha dichiarato che questo smentisce ogni interpretazione "politica generale" della proposta di accordo sulle regionali. Ma la verità è un’altra. Bertinotti fa (a modo suo) l’opposizione all’attuale governo proprio perché lo considera, come egli stesso afferma, un "ostacolo alla ripresa del dialogo a sinistra", un ostacolo alla ricomposizione col centrosinistra. L’opposizione "dura" al governo Dini nel 1995, anch’essa combinata con le alleanze di governo nelle regionali, non fu forse finalizzata a sgomberare il campo per l’accordo con Prodi? Questa è l’operazione che oggi si ritenta, ancora una volta senza alcun bilancio, e con un partito sensibilmente più debole, disorientato e prostrato dalle mille svolte.
Certo: non tutto dipende dalla volontà soggettiva del Prc, e quel che accadrà è difficilmente prevedibile. E’ possibile che, al di là delle intenzioni, il tentativo di ricomposizione politica tra Prc e centrosinistra fallisca. Così come è possibile che un eventuale accordo politico di governo per il 2001 finisca con l’essere sconfitto alle elezioni con il relativo ritorno delle destre (scenario tutt’altro che irrealistico): non accadde proprio questo nel 1994?
Ma quel che è certo, al di là della variabilità imprevedibile degli scenari, è che la maggioranza dirigente del Prc ha individuato nella accelerazione di una ricomposizione di governo col centrosinistra la risposta di fondo alla sconfitta del 13 giugno. E che simile eventualità segnerebbe di fatto la liquidazione del Prc come forza autonoma di classe con un danno enorme per il movimento operaio e un vuoto gravissimo a sinistra.
Salvare Rifondazione comunista come forza autonoma di classe
Per la sinistra rivoluzionaria del Prc si apre dunque una battaglia di altissima rilevanza che investe l’intero itinerario che va da qui alle elezioni regionali e dalle elezioni regionali alle prossime elezioni politiche generali.
La battaglia per la presentazione autonoma e alternativa del Prc alle prossime elezioni regionali deve acquisire una valenza politica di fondo, fuori da un puro ambito localista o da un approccio congiunturale. Ciò che è in gioco è la scelta d’indirizzo generale del partito: se avviare la trasformazione del Prc nella sinistra critica del centrosinistra o intraprendere finalmente il suo sviluppo come autonomo polo di classe anticapitalistico. Oltretutto i fatti confermano che non esistono spazi per soluzioni intermedie. Occorre scegliere.
Proprio a fronte della rilevanza politica di questa scelta la cosidetta "sinistra" della maggioranza dirigente del Prc ha rivelato ancora una volta tutta la sua subalternità e inconsistenza. Il compagno Ferrero si è limitato a un debole distinguo sull’eccesso di enfasi — come l’ha definito — della proposta di accordo col centrosinistra, dichiarando però il proprio sostegno alla proposta ed anzi precisando di condividere persino la caduta di pregiudiziale verso l’Udeur. Incredibile.
Il compagno Maitan, dal canto suo, se ha criticato "modi" e "metodi", ha evitato di pronunciarsi in modo chiaro sulla sostanza, confermando con ciò una volta di più che le vie dell’opportunismo sono davvero infinite.
Ma a fronte di tanta remissiva acquiscienza "critica", vasti settori della base del partito, delle sue energie militanti, dei suoi quadri intermedi ha espresso una reazione viva e vera alla proposta del segretario.
La sinistra coerente del Prc può e deve assumere questa reazione di base come proprio riferimento per attivare dal basso la più larga e unitaria battaglia politica per 1’ indipendenza di classe del Prc. Nei circoli, nei comitati federali, nei comitati regionali, in tutte le sedi e organismi, ogni compagno dev’essere chiamato ad un pronunciamento chiaro e inequivoco sulla prospettiva del partito.
Al tempo stesso va riproposta con determinazione l’esigenza di un confronto vero sul programma di rilancio dell’opposizione del partito nell’azione di massa fuori dall’ennesima riproposizione di campagne d’immagine e sull’orizzonte strategico generale della Rifondazione comunista, senza il quale la navigazione a vista riconduce ciclicamente a scelte subalterne e crisi distruttive.
La convocazione della conferenza politico-programmatica del Prc più volte evocata e sempre rimossa, diventa oggi una necessità inderogabile: perché i militanti del Prc abbiano diritto di parola e di scelta sul futuro e l’esistenza del proprio partito. Tanto più nel momento in cui l’irresponsahilità della sua maggioranza dirigente rischia di precipitarlo davvero sulla via di una crisi senza ritorno.