LETTERA APERTA A FAUSTO BERTINOTTI
Caro Fausto,
a due anni dal III Congresso del Prc e alle soglie di un autunno che tutti riconosciamo decisivo per la prospettiva del nostro partito, sento l'esigenza di una interlocuzione aperta e pubblica che interroghi serenamente, ma senza rimozioni, il bilancio di questi due anni e soprattutto il futuro della Rifondazione.
Il bilancio di due anni e il fallimento di una politica
Intanto il bilancio.
Non parlo ovviamente del bilancio del governo Prodi: esso è scolpito ormai in cifre inequivocabili che dimostrano fuor di ogni dubbio che il governo dell'Ulivo, benedetto dagli Agnelli, ha "dato" al padronato italiano in termini di flessibilità, privatizzazioni, incentivi e profitti quanto nessun altro governo negli ultimi venti anni: un enorme trasferimento di ricchezza in nome dell'Europa pagato dai lavoratori, dai disoccupati, dai precari e soprattutto dalle popolazioni meridionali. Non parlo di questo bilancio perchè, in parte, tu stesso oggi lo riconosci, talora con parole di denuncia non molto dissimili da quelle spese per due anni dalla minoranza interna (e da te respinte come "pregiudiziali").
Parlo invece del bilancio politico del nostro sostegno al governo, dell'accordo politico-elettorale di cui è figlio (che fu contrapposto ad un'ipotesi di desistenza tecnica in collegi a rischio che io stesso avanzai), dell'azione politica e parlamentare che vi ha corrisposto.
Qui davvero è a tutti richiesto quello spirito di verità che è l'anima stessa della Rifondazione.
Chiedo: come puoi oggi denunciare (giustamente) il "fallimento" del governo sul piano sociale, la sua politica di sostegno ai profitti, e poi ignorare od assolvere le responsabilità di quel corso politico nostro che per due anni ha sostenuto il governo, ha votato le sue finanziarie, ha retto sulle proprie spalle il quadro politico e parlamentare della sua azione?
E' singolare che debba io ricordare che il nostro partito è stato per due anni una forza protagonista della maggioranza di governo in una relazione spesso diretta col Presidente del Consiglio.
Non c'è stata scelta di fondo compiuta dal governo in ordine alla politica sociale che non sia stata negoziata, concertata (in ogni caso votata) dai nostri gruppi parlamentari su decisione della maggioranza dirigente del partito. Così è stato per le politiche finanziarie. Ma così è stato anche per le politiche di flessibilità ("pacchetto Treu"), per le privatizzazioni strategiche (vedi Stet), per le politiche degli incentivi ai profitti (rottamazione inclusa).
Di più: come ben sai ogni voto decisivo alle scelte del governo, a partire dal voto sulle finanziarie, è stato da te difeso in prima persona all'interno del partito contro le critiche della minoranza, accusata di
volta in volta di non cogliere gli "elementi di svolta" della Finanziaria 96, di "disprezzare" la cosidetta "svolta sull'occupazione" delle 100.000 occasioni di lavoro nel marzo '97, di ignorare "lo spostamento a sinistra dell'asse programmatico del governo" a conclusione della crisi dell'ottobre scorso....
Posso chiederti, dopo due anni, un riscontro di questi argomenti?
Non è chiaro che se continui oggi a richiedere (invano) una svolta riformatrice questa è la prova paradossale che per due anni hai sostenuto un governo che riformatore non è limitandoti a negoziare, temperandole, le sue politiche controriformatrici? Mi risponderai che si tratta di osservazioni ingenerose, che il partito ha sempre "criticato" la flessibilità, le privatizzazioni, i tagli sociali, che ha sostenuto una polemica persino quotidiana con la cultura dominante.
Ma la risposta non sminuisce le responsabilità, anzi le aggrava. Perchè una politica si giudica dalla
materialità dei suoi atti, non dalle parole che li accompagnano.
Dai risultati che produce (o fallisce) non dalle suggestioni d'immagine che sa evocare o dai sentimenti onesti che la animano. E quando si apre un divario tra le parole che si pronunciano (la critica) e gli atti che si compiono (i voti parlamentari), tra l'immagine che si evoca (l'antagonismo) e i risultati che si raccolgono (l'aumento della povertà e il record dei profitti nel '97), sono gli atti e i risultati prima o poi a presentare il conto e a divorare l'immagine, non viceversa. Non ti pare del resto stia qui la radice più profonda di quel logoramento della nostra pubblica credibilità che tu stesso oggi lamenti?
Caro Fausto, la verità è che nessuno degli argomenti centrali da te sviluppati al III Congresso ha retto alla prova dei fatti. Si disse allora, contro la minoranza interna, (ed anzi all'insegna della "lotta al settarismo") che l'ingresso in maggioranza avrebbe potuto consentire ad un tempo di imprimere un corso riformatore al governo, incoraggiare lo sviluppo del movimento di massa, consolidare la sconfitta delle destre.
Dovrai prendere atto, dopo due anni, che il giudizio delle cose è stato persino più impietoso di quello espresso dalla sinistra del partito. Invece che un corso riformatore, fosse pure simulato, abbiamo la continuità materiale di una politica controriformatrice, difesa persino dalla forza pubblica contro
lavoratori, disoccupati, immigrati. Invece che lo sviluppo del conflitto abbiamo registrato un ulteriore crollo dei livelli di combattività giunti addirittura al minimo storico rispetto all'intero dopoguerra; invece che la sconfitta delle destre osserviamo la ricomposizione del blocco sociale reazionario e il diffuso aggregarsi di umori regressivi in larga parte delle stesse masse popolari. Non è l'ennesima riprova che la politica del meno peggio ha condotto e conduce gradualmente al peggio e in ogni caso è
incapace di scongiurarlo?
Il corso politico seguito ha punito, infine, il nostro stesso partito. Al III Congresso si disse con grande enfasi, contro la cosidetta "cultura propagandistica" della minoranza interna, che la nuova collocazione politica avrebbe favorito la costruzione del partito, il suo radicamento sociale e territoriale, il salto in avanti della sua iniziativa di massa. Due anni dopo è facile constatare che le dinamiche che hanno segnato e segnano il partito sono di natura esattamente opposta. L'assenza di risultati, la
mancanza di ogni certezza sulle prospettive, il continuo alternarsi di aspettative di rottura col governo (alimentate dal ciclico annuncio di "verifiche risolutive") e dei sistematici compromessi che le hanno smentite, hanno col tempo disorientato e frustato una parte importante delle energie del partito logorando disponibilità militanti, spirito di iniziativa, slancio combattivo. Ed oggi il nostro partito è stanco, spesso in attesa passiva, sconvolto dalla disputa distruttiva tra Segretario e Presidente, e al tempo stesso oggetto della pressione demoralizzatrice di un disincanto pubblico che circonda non solo il governo ma l'intera sinistra che lo ha sorretto, "criticamente" o meno.
A questo dunque oggi siamo. E' troppo allora parlare di fallimento obiettivo del corso politico varato al nostro III Congresso e del gruppo dirigente (Bertinotti, Cossutta, Ferrero...) che lo ha ispirato, gestito e difeso?
Non vi è in questa espressione, credimi, alcuna ricerca di inutile asprezza.
Vi è solo la volontà di chiamare le cose col loro nome come credo debba essere nel costume dei comunisti. E soprattutto di evidenziare un dato politico che mi pare davvero decisivo per le scelte che in questo autunno il nostro partito è chiamato a compiere.
La necessaria rottura col governo Prodi
La prima scelta dovuta, secondo ogni evidenza, è la rottura col governo Prodi in occasione della legge finanziaria. Continuare a coniugare al futuro "o svolta o rottura" lasciando indeterminato lo sbocco e affidandolo all'ennesima... "verifica", mi pare davvero privo di senso. La verifica non sta in qualche ora di conciliabolo negoziale a settembre-ottobre con gli stati maggiori dell'Ulivo. Sta in due anni di esperienza politica e sociale, inscritta nella costituzione materiale del Paese, vissuta e pagata da grandi
masse e dal nostro stesso partito.
Peraltro la stessa finanziaria di cui si dovrebbe "verificare l'indirizzo" è già tracciata proprio nell'indirizzo dalla cornice del Dpef e dai successivi annunci: nuovi tagli per 9.000 miliardi (inclusi sanità, enti locali, ferrovie e poste), nuove massiccie privatizzazioni in ambito produttivo e bancario e destinazione di buona parte delle risorse così risparmiate a ulteriori incentivi e agevolazioni al profitto d'impresa. Il resto è dettaglio. Ti chiedo: che senso avrebbe negoziare su questo terreno se non predisporsi all'ennesimo compromesso sulla politica altrui all'insegna della "riduzione del danno"?
Non è chiaro che un voto positivo sulla finanziaria magari in cambio della riduzione simbolica di alcuni tickets e dell'approvazione di una legge sulle 35 ore già svuotata dalle politiche di flessibilità non solo ridicolizzerebbe la petizione della svolta ma sarebbe oggi respinto dalla maggioranza militante del partito?
Conosco le pressioni a cui sei sottoposto. Pressioni potenti non solo all'esterno ma anche all'interno del Prc con la sfida ormai aperta del compagno Cossutta. Pressioni diverse ma che impugnano congiuntamente il voto favorevole a 125.000 miliardi di sacrifici, il sostegno all'ultimo Dpef, la fiducia "critica" di luglio per chiederti una coerenza di percorso. La richiesta che la sinistra del partito ti rivolge è esattamente opposta: quella di respingere tali pressioni, contraddicendo positivamente i disastrosi pronunciamenti del passato e recuperando invece la coerenza dell'impegno che almeno formalmente tu assumesti due anni fa davanti al partito e all'elettorato: "Ci opporremo con ogni mezzo a leggi o leggine imposte dai vincoli di Maastricht" (dal programma dei 100 giorni dell'aprile '96).
Chiedo dunque una rottura col governo all'atto di presentazione di una legge finanziaria non negoziabile; una rottura che non sia la registrazione passiva di un compromesso cercato e mancato ma invece una scelta di ricollocazione attiva all'opposizione, capace di dar sponda all'insofferenza sociale oggi silenziosa di grandi masse e di favorire il rilancio dell'iniziativa di massa del partito recuperando energie e motivazioni oggi disperse.
Questa richiesta, come vedrai, sarà oggetto di una campagna pressante e straordinaria che attraverserà dal basso l'intero partito, coinvolgendo anche militanti e dirigenti che al congresso scelsero la prima mozione e che oggi liberamente prendono atto delle lezioni dell'esperienza.
Ed è evidente che nel CPN uno specifico ed esplicito ritiro della fiducia al governo non mancherebbe di registrare la convergenza unitaria di fatto di una significativa maggioranza di compagni, grazie anche al peso di tutta la sinistra del partito.
Quale opposizione per quale prospettiva?
Ma la rottura col governo è ben lungi dall'indennizzare il partito, tanto più dall'assegnargli una rotta. Passaggio all'opposizione? Bene.
Ma per cosa? In funzione di quale prospettiva: la prospettiva di rilancio a tempo debito di un nuovo accordo politico/elettorale con l'Ulivo, magari con diretta disponibilità di governo, dopo aver cercato di recuperare forza contrattuale alle elezioni europee? O la prospettiva di costruzione di un partito comunista autonomo e alternativo al centrosinistra e ai suoi governi, come strumento di costruzione e direzione di un blocco sociale anticapitalistico nella prospettiva strategica di un'alternativa di sistema?
E così, di riflesso: quale opposizione? Un'opposizione che già oggi tu ipotizzi "costruttiva", di sostanziale posizionamento istituzionale, combinata come già all'epoca del governo Dini col moltiplicarsi degli assessorati comunisti nelle giunte locali dell'Ulivo? Oppure un'opposizione coerentemente di classe al centro e in periferia, che subordina la collocazione istituzionale al primato dell'opposizione sociale e dell'iniziativa di massa?
Sono interrogativi di fondo che proprio la rottura col governo riproporrebbe come decisivi e che riguardano la stessa natura del programma generale del partito, delle sue finalità di fondo. Perchè ciò che è fallito in questi due anni non è semplicemente una scelta politica contingente, per quanto grave,
di sostegno al governo della transizione a Maastricht. E' fallito con essa la visione strategica che la sottendeva: l'illusione di un "compromesso dinamico riformatore" (come tu lo definisti) con le classi dominanti e il loro personale politico. L'illusione insomma che entro la crisi capitalistica e i parametri di Maastricht fosse possibile tracciare un percorso graduale di riforme sociali grazie alle pressioni dei comunisti sulla tecnocrazia di Bankitalia. I fatti hanno dimostrato che così non è e non può essere. Che persino in Francia il keynesismo di Jospin (imprudentemente osannato) si mostra sempre più chiaramente come governo della flessibilità e delle privatizzazioni con l'opposizione aperta di una sinistra rivoluzionaria in forte crescita politica ed elettorale. Che ovunque le conquiste parziali e le riforme sociali si difendono o si realizzano non come effetto di sostegno o partecipazione ai governi borghesi ma come sottoprodotto di lotta e opposizione a quei governi e alle leggi di questa società. E il compito della Rifondazione non è quello di rinverdire tra le masse l'utopia del riformismo (fosse pure dall'opposizione) ma di mostrare al contrario la sua inconsistenza: nello sforzo costante e decisivo di costruire un ponte nell'azione tra lotte immediate e coscienza attuale delle masse da un lato e necessità di rovesciamento del sistema capitalistico dall'altro.
Partito comunista o partito comunitario?
Non si pone forse qui la stessa discussione nostra sul Partito? Perché il Partito comunista non può essere un fine a sé ma lo strumento di perseguimento di un fine: e quel fine orienta non solo la rotta politica del partito ma le sue stesse forme di radicamento, di organizzazione e di vita democratica.
Armando Cossutta sembra proporre un "partito di massa" con un forte baricentro istituzionale e una marcata propensione di governo, in cui il radicamento strutturato (negli apparati dirigenti delle organizzazioni di massa) diventa il supporto della presenza istituzionale e del richiamo governista: mi pare francamente la riproposizione nostalgica di un Pci "riformista" da anni sessanta, fallito in tempi migliori e irrealistico oggi. In ogni caso una rinuncia alla Rifondazione.
Ma quale alternativa tu proponi?
Sostieni l'idea di un "partito comunista" che comprende in sé, indifferentemente, "sia l'opzione di governo che di opposizione" in nome della comune "critica anticapitalistica". Ma così capovolgi, a me pare, l'intero ordine del ragionamento. Sembri teorizzare di fatto un partito unito dalla critica ma indifferente alla politica e quindi, in ultima istanza, al fine (dissolto in un generico anticapitalismo).
Un partito senza bussola, senza rotta, eternamente oscillante tra un movimentismo senza movimento e un governismo senza governo e, quindi, alla fine subalterno, al di là delle intenzioni, alle tendenze dominanti della politica. Non un partito comunista impegnato per un'alternativa di sistema, ma un "partito comunitario" proteso a costruire un suo spazio "antagonista" (ideale) all'interno della società borghese (reale). Un partito di massa, forse: ma in cui la massa è chiamata di fatto a organizzare le feste, a partecipare alle manifestazioni, ad applaudire il leader (o i leader), mentre le scelte politiche reali vengono definite nelle istanze separate della Segreteria spesso svuotando ruolo e poteri degli stessi organi dirigenti del partito. Non è forse ciò che è avvenuto in questi anni?
Un congresso di liberi e di uguali
E' bene dunque che il congresso, da tempo richiesto, sia stato finalmente annunciato. La crisi distruttiva ai vertici del partito non è infatti questione privata di un gruppo dirigente, tanto meno delle sue componenti, ma questione politica dell'intero partito che ha il diritto e il dovere di prendere la parola, di fare i propri bilanci, di tracciare le proprie scelte, di decidere il proprio destino. Alla luce del sole e sul terreno della politica.
Oggi la guerra spietata tra la tua corrente e la corrente del Presidente sta facendo scempio del nostro partito.
Come sai non trovo certo illegittima la battaglia politica, anche organizzata, tra idee, convinzioni, proposte politiche e programmatiche diverse: è anzi un diritto democratico che ho a lungo rivendicato contro ogni visione monolitica del partito, oltretutto, come ben si vede, priva di corrispondenza con la realtà.
Ma oggi non di questo si tratta. Oggi alla battaglia aperta delle idee, anche aspra, ma salutare, si sostituisce nella vostra maggioranza dirigente una lotta burocratica e sorda per il controllo del partito che colpisce ulteriormente immagine e credibilità del Prc e che soprattutto umilia le energie e le speranze della larga maggioranza dei nostri militanti e dei nostri iscritti.
Così non si può più andare avanti.
Davvero non vi è bisogno allora di un congresso referendum tra Segretario e Presidente, di una fredda conta di fedeltà gregarie. Vi è invece esigenza di un congresso libero che verifichi alla luce dell'esperienza, la linea politica, la prospettiva strategica del partito, e con esse, il suo gruppo dirigente. V'è esigenza di un congresso profondamente democratico, che consenta alle tre (o più) proposte politiche e programmatiche oggi esistenti di confrontarsi su un piano di reale parità, non solo formale. V'è esigenza di un congresso di verità. Che proprio perchè convocato a bilancio di una stagione politica veda ogni area del gruppo dirigente, presentarsi apertamente per le responsabilità che si è assunta nel sostenere una linea o nell'opporvisi: nel pieno rispetto ovviamente di tutte le articolazioni interne alle vecchie componenti congressuali ma evitando ogni trasformismo, tanto più tardivo.
Vi è insomma esigenza di un congresso che rifondi l'unità del nostro partito sulla base del rilancio della Rifondazione comunista.
Roma, 12 settembre 1998
MARCO FERRANDO
Direzione nazionale Prc