Dopo la sconfitta elettorale

PRC: LA CRISI CHIEDE IL RILANCIO DELLA RIFONDAZIONE

di Marco Ferrando

IL risultato elettorale del 13 giugno rappresenta una sconfitta pesante per il Prc: una sconfitta che richiama l'esigenza di un bilancio generale della storia del partito e invoca l'urgenza, persino drammatica, di una svolta complessiva d'indirizzo politico e strategico.

Invece la maggioranza dirigente del partito non solo rimuove, per l'ennesima volta, il bilancio della propria linea, ma rilancia aggravandole, tutte le insostenibili contraddizioni che la caratterizano.

Così il futuro del partito è davvero, per la prima volta, in gioco. E anche per questo che la sinistra rivoluzionaria del partito è chiamata ad uno scatto in avanti della propria proposta e iniziativa politica. Nell'interesse della rifondazione comunista, e in dialogo aperto ed intenso con tutti i compagni del Prc.

La sconfitta del 13 giugno:
il bilancio di una politica fallita

IL 13 giugno ha configurato, com'è evidente, una caduta verticale del partito: il dimezzamento dell'elettorato rispetto alle politiche del '96, il raggiungimento del minimo storico del consenso, la sostanziale uniformità sul territorio nazionale del crollo subito (con una particolare accentuazione in ampie zone del Sud) stanno a misurare la fondatezza innegabile di quel giudizio.

Certo, questo voto, come ogni voto, riflette anche fattori contingenti o occasionali che possono aver concorso ad inasprire il dato. Così come riflette elementi di sfondo generale a partire dal riflusso e dalle sconfitte sociali, che certo in se non favoriscono la capacità di richiamo di una forza d'opposizione.

Ma una lettura del 13 giugno di tipo prevalentemente "oggettivistico" sarebbe un cattivo servizio alla verità. E ancor più lo sarebbe l'invocazione di ragioni sociologiche di portata epocale (l'americanizzazione dell'Italia)magari combinate con accuse rituali all'inadeguatezza del partito nell'applicare la "giusta linea"

Il risultato drammatico del 13 giugno chiama in causa, innanzitutto, proprio l’esigenza di un bilancio di linea. E non solo della linea degli ultimi mesi o dell’impostazione della campagna elettorale, ma della linea degli ultimi anni entro una rilettura generale della storia complessiva del partito.

Il Prc, come forza d’opposizione, ha conosciuto un’ascesa politica ed elettorale pressoché ininterrotta, seppur non lineare, dal 92 al ‘96. Tale ascesa si è anche nutrita di momenti intensi di radicalizzazione sociale: come nel ‘92 il movimento “dei bulloni” contro il governo Amato e gli apparati sindacali, a seguito del quale il Prc, solo all’opposizione, si configurò straordinariamente come primo partito della sinistra a Torino e a Milano). O come a ridosso dell’imponente mobilitazione sociale contro il governo Berlusconi nel ‘94: dove il partito, che pur rinunciò in quel contesto a qualsiasi ruolo indipendente teorizzando la "sospensione della critica” verso il sindacato, apparve ciononostante come la forza più combattiva del movimento.

Ma l’ascesa del Prc non si interruppe col successivo riflusso delle lotte: pur in un quadro dì profonda passivizzazione, importanti settori di massa, operai, popolari, giovanili mantennero e persino estesero il proprio riferimento al partito ricercando in esso uno strumento di difesa sociale e di rappresentanza politica alternativa. Cominciò anzi a manifestarsi una dinamica nuova e contraddittoria: settori di massa sconfitti sul piano sociale affidavano al Prc, in qualche modo, il ruolo di vendicatore politico della propria sconfitta. Si trattava di un investimento d’opinione, trainato dall’immagine, che non rifletteva un radicamento crescente del partito e che soprattutto il gruppo dirigente fu incapace di tradurre in radicamento. Ma costituiva ciononostante un fatto prezioso: un grande patrimonio di speranza e di fiducia che poteva rappresentare la base di supporto per la costruzione di un’altra sinistra italiana, capace di egemonia crescente su ampi settori di classe in contrapposizione all’ordine esistente.

Il ‘96-97 segna l'avvio di una radicale inversione di tendenza. La rimozione dell’opposizione, il sostegno per due anni al governo Prodi e alle politiche del capitale finanziario, hanno arrecato alla lunga un duro colpo alla credibilità del partito. Ciò che si manifestò non fu prevalentemente, almeno nella fase iniziale, una “critica di massa” alla scelta governista del Prc ma, all’opposto, la delusione progressiva delle aspettative illusorie che quella scelta aveva alimentato. Così l’illusione propagandata per due anni circa il nostro ruolo di garanti degli interessi di classe entro una maggioranza confindustriale, è rimbalzata come un boomerang sul nostro partito una volta che l’esperienza dei fatti ha dimostrato tutta la sua falsità.

Qui si è innescata la discesa del Prc: prima col disincanto, poi col logoramento, infine con il distacco di ampi settori di massa. E la discesa è precipitata con la medesima intensità che aveva segnato l’ascesa precedente.

In questo contesto la ricollocazione all’opposizione, combinata con la scissione, non ha invertito la tendenza nè ha bloccato la caduta. Essa è apparsa infatti a settori sociali delusi, non l’apertura di una stagione nuova, di una nuova potenzialità di lotta, ma la sanzione persino simbolica di una nostra sconfitta e di una loro sconfitta. E certo la pace sociale indotta da due anni di governo Prodi e dall’assenza di un’opposizione ad esso, con i suoi effetti di nuova demoralizzazione, ha enormemente danneggiato la credibilità di una opposizione tardiva.

A ciò si è aggiunta una gestione incerta, contraddittoria, di questa nuova collocazione, figlia di un mancato bilancio e di una mancata svolta strategica. Le pubbliche dichiarazioni di disponibilità a una ricomposizione della maggioranza del 21 aprile (con la funzione di rimpiazzo di Cossiga) nel momento stesso della ricollocazione all’opposizione; l’insistita promozione del nome di Ciampi come candidato alla Presidenza della Repubblica sino alla svolta repentina della vigilia; la preservazione ed estensione della nostra presenza nei governi di centrosinistra di regioni e grandi città, con la continuità inalterata della nostra corresponsabilità alle loro politiche; il clamoroso voto a favore, in piena guerra, alla mozione del centrosinistra sui Balcani: tutti questi elementi in forme diverse hanno dato la misura e l’immagine di scarsa convinzione e determinazione nella scelta dell’opposizione, connotandola come collocazione provvisoria, in qualche modo subita, non come investimento forte in una nuova politica e in una nuova prospettiva. E perchè mai masse già deluse dovrebbero sentirsi attratte da una forza d’opposizione che non ha fiducia nella propria opposizione e nelle sue potenzialità?

La maggioranza dirigente, senza bilancio, ripropone immutata la stessa linea di fondo

Il risultato del 13 giugno non è dunque piovuto dal cielo. Un lungo corso politico e strategico per anni gloriatosi di successi elettorali a riprova della propria “giustezza” ha finito col presentare il conto proprio sul terreno elettorale.
E il conto è amaro. Lo è in sé: perché significa semplicemente che un intero patrimonio di fiducia di milioni di lavoratori e lavoratrici e di giovani non solo non è stato consolidato, ma è andato disperso. Lo è nel sentire diffuso del partito: nel quale decine di migliaia di militanti e attivisti sentono frustrati anni di sacrifici personali e di passione politica e sono esposti al rischio di un forte disorientamento.
Tanto più importante in questa situazione di grave difficoltà è e sarebbe la capacità di un gruppo dirigente di orientare il partito, traendo un bilancio politico della sconfitta e approntando le dovute rettifiche di linea.

E invece la situazione è esattamente capovolta: la maggioranza dirigente del Prc non solo rimuove l'esigenza di qualsiasi bilancio di linea fosse pure il proprio bilancio della propria linea ma ripropone con parole nuove la vecchia immutata linea politica e strategica. Il Comitato politico nazionale del 3-4 luglio, la sua apertura, le sue conclusioni, sono stati al riguardo emblematici. Formalmente il compagno Bertinotti ha riconosciuto la necessità di una riflessione critica e autocritica così come ha persino invocato l'avvio della rifondazione comunista, giudicata irrinviabile, e di un dibattito sul socialismo.

Ma, concretamente, ha riproposto la prospettiva, a medio termine di un governo col centrosinistra; ha rilanciato in vista delle elezioni regionali del 2000 la linea degli accordi di governo senza pregiudiziali col centrosinistra; ha ribadito, in questa prospettiva, la richiesta di un confronto con tutte le forze del centrosinistra e, al suo interno, più specificamente, con i vertici Ds; ha formalizzato la proposta di un forum con la cosiddetta sinistra critica, sul terreno della critica della forma partito, naturalmente specificando la compatibilità del forum con il dialogo col centrosinistra; infine, in nome di una proposta di blocco con la Fiom, ha speso venti minuti della sua replica finale per contrapporsi alla richiesta di voto contrario al contratto dei metalmeccanici.

Francamente: non è impressionante il divario tra l'invocazione della rifondazione e la mancata opposizione a un contratto antioperaio che colpisce lavoratori e disoccupati?

In realtà proprio la contraddizione tra evocazione d'immagine e proposta politica si riconferma come carta d'identità di un gruppo dirigente completamente sordo alle lezioni delle sue stesse sconfitte.

La necessità di una svolta: per un'alternativa strategica al centrosinistra

La risposta politica e strategica alla lezione del 13 giugno deve essere non solo diversa, ma esattamente opposta a quella delineata dalla maggioranza dirigente del Prc. E non solo in relazione alla coerenza di un progetto comunista ma persino in rapporto all'esigenza di rilanciare il Prc salvando le energie politiche e le generosità militanti che attorno ad esso si concentrano. Il Prc deve innanzitutto maturare una scelta strategica di autonomia politica e di alternativa al centrosinistra borghese. Lo indica la drammatica esperienza della guerra che ha confermato una volta di più. e nella forma più drammatica, sia l'organica relazione tra schie-ramento di centrosinistra e interessi dell imperialismo italiano, sia la funzionalità strategica di quella composizione di governo alle necessità di gestione delle politiche imperialistiche. La facile profezia degli Agnelli sulle virtù del centrosinistra quale migliore garante delle politiche di destra ha trovato nella guerra il suggello definitivo. Così all'insegna di una nuova minaccia frontale contro pensioni, sanità, enti locali, sembra configurare una dislocazione più avanzata del governo D'Alema nell'aggressione al movimento operaio: ove il tentativo di combinare in un colpo solo il corteggiamento della base sociale berlusconiana (con detassazioni e concessioni), il consolidarnento del rapporto con la Confindustria (conl nuove regalie per flessibilità e fondi pensioni, il rispetto del rigore di Maastricht (complicato dalla stagnazione e dai costi cli guerra induce ad assumere il lavoro dipendente, come mai in precedenza. quale vittima sacrificale dell'intera strategia del governo, sino ad arrischiare gli stessi equilibri della tradizionale politica di concertazione.

Non è questo allora il momento cli una nostra rottura strategica definitiva col centrosinistra ? Non è questo il momento di liberare la nostra opposizione da ogni contorsione, contraddizione, riserva per costruire il Prc come polo autonomo di classe della politica italiana? E l'opposizione, per sua natura, dev'essere coerente: non può combinarsi con la permanenza e la moltiplicazione degli assessori comunisti nelle giunte di regioni e di grandi città concertando quelle stesse politiche di taglio, privatizzazioni, flessibilità che giustamente denunciamo sul piano nazionale. Del resto: se il Dpef annunciato parla di un nuovo taglio massicio di trasferimenti pubblici dagli enti locali con gli effetti indotti di un ulteriore stretta delle loro politiche sociali, non è questo il momento di una ricollocazione all'opposizione che ci sottragga ad una insostenibile corresponsa-bilità?

Il prossimo appuntamento delle elezioni regionali dovrebbe quindi vedere il Prc come forza pienamente autonoma e alternativa al centrosinistra anche sul piano locale. Peraltro, lo stesso voto del 13 giugno ci dice che tra l'essere l'ala sinistra del centrosinistra (Pdci) e l'alternativa di classe ad esso, non esiste uno spazio intermedio di costruzione. Occorre scegliere.

La necessità di una svolta: per una nuova cultura dell'egemonia

La scelta strategica dell'autonomia e dellalternativa al centrosinistra deve poggiarsi su una scelta complemen-tare di apertura di massa. E' questo un punto decisivo. Troppo spesso i termini autonomia' e apertura" assumono nel sentire diffuso del Prc significati distorti: per cui autonomia evoca 'arroccamento e apertura richiama le alleanze istitu-zionali". Questa connessione va spezzata e capovolta di segno. L'autonomia del partito comunista dev'essere in fun-zi()ne della proiezione di massa, dell'allargamento del-l'influenza politica dei comunisti tra i lavoratori, della costruzione di una direzione alternativa del movimen-to operaio e dei movimenti di massa: e questo implica non solamente la difesa delle ragioni' dei lavoratori ma la capacità di indicazione, di proposta politica e rivendicativa sul terreno della costruzione della resi-stenza sociale e dell'opposizione. Ciò significa oggi non semplicemente denunciare il carattere antioperaio del-lannunciata legge finanziaria, ma porsi il problema di come costruire una risposta, attraverso quali canali or-ganizzativi, quali proposte di forme di lotta. quali contenuti rivendicativi unificanti fuori dalla riproposizione di politiche d'immagine. E significa anche impostare, in questo quadro, una politica reale d'intervento sull'insediamento sociale dei Ds che attivi una vasta superficie di dialogo con i settori in sofferenza della sua base di massa per capitalizzare le contraddizioni di quel partito ai fini della nostra costruzione autonoma e alternativa. Questa svolta profonda di cultura politica e modalità d'azione, peraltro, non è semplicemente richiesta - ciò che è decisivo - dalla coerenza di un progetto comunista, ma dalla stessa questione che il 13 giugno ci segnala: quella della credibilità" e dell'efficacia' dell'opposizione. La politica dimmagine è infatti totalmente incapace di richiamare fiducia e rianimare lotte tanto più sullo sfondo della crisi sociale e della demoralizzazione di massa. Solo una nuova opposizione comunista socialmente radicata, capace di avanzare indicazioni, costruire strumenti, orientare i lavoratori, puo ricostruire fiducia nella lotta e nella stessa utilità dell'opposizione sociale

La necessità di una svolta: la questione centrale del partito

Per questa svolta politica il Prc ha bisogno non della critica della forma partito", ma della costruzione reale del partito. In linea generale la suggestione culturale del "nuovo modo di fare politica" e del "superamento della forma partito", se ha fatto talora la fortuna di forze d'opinione, borghesi o radicali, ha prodotto disastri nella vicenda del movimento operaio ed in particolare nella nuova sinistra italiana. Non a caso. Forze d'opinione, proprio perché veleggiano sull'opinione corrente nel tentativo di sfruttarla a fini elettorali o di lobby (vedi Bonino) e tranquillamente fare a meno di un'ossatura di partito, che anzi costituirebbe un'ingombrante zavorra. Ma i comunisti che basano la propria esistenza su un progetto alternativo e che di conseguenza si costruiscono contro l'opinione corrente hanno un bisogno costitutivo di partito, ossia di un soggetto organizzato, socialmente radicato, programmaticamente definito. E questo bisogno di partito non solo non è messo in discussione dal quadro attuale di frammentazione sociale o di calo della partecipazione politica, ma, all'opposto, proprio questa dinamica, prodotto di sconfitte sociali, attualizza più che mai la necessità del partito comunista quale strumento di resistenza alle pressioni centrifughe della disgregazione sociale e quale possibile strumento di controtendenza e ricomposizione. Questa esigenza è tanto più vera oggi per il Prc, alla luce della sua storia e del risultato del 13 giugno. Se in passato il positivo trend d'immagine consentiva di rimuovere il problema, oggi la dispersione del voto d'opinione sottolinea un'urgenza drammatica: senza mettere finalmente radici, costruire una presenza organizzata nei luoghi di lavoro, sul territorio, nelle organizzazioni di massa; senza sviluppare livello militante e formazione dei quadri, il Prc rischia davvero di essere travolto. Questa esigenza centrale non la si affronta riproponendo esperienze già vissute e già fallite di poli o convenzioni con la cosiddetta sinistra critica d'opinione che, a prescindere da ogni altra considerazione, respinge culturalmente lo stesso concetto di partito ed anzi ricerca una soggettività antipartito. Ne la si affronta immaginando le soluzioni stile Chianciano: quelle che rivendicando l'ingresso nel partito di pezzi di società politicamente organizzata Bertinotti in realtà alludono ad una diluizione del partito, del suo confine organizzativo, di un suo autonomo progetto, a danno della sua capacità di radicamento reale nei movimenti reali. Il paradigma di Chianciano va invece esattamente rovesciato: non si tratta di portare "pezzi di società" e di "movimento" nel partito, ma di portare il partito nella società e nei movimenti col suo autonomo progetto politico e strategico, e quindi con la sua capacità di direzione ed egemonia nei movimenti stessi, a tutto vantaggio della loro possibilità di affermazione. Peraltro l'intera esperienza del Prc dal '91 ad oggi ha dimostrato che solo una impostazione politica fondata sulla cultura dell'egemonia può dare senso e razionalità politica al radicamento del partito e alla sua costruzione: e che, viceversa, senza quella impostazione e con scelte e culture istituzionaliste e governiste. L'appello al radicamento resta lettera morta, un richiamo retorico privo di effetti pratici sul partito.

La necessità di una svolta: per un nuovo profilo del Prc quale forza radicale antisistema

Alternativa di classe al centrosinistra e costruzione del partito come strumento di egemonia domandano ed implicano - nel loro insieme - un nuovo profilo strategico e programmatico del Prc. La svolta strategica è innanzitutto imposta dall'obiettivo naufragio di un'intera impostazione congressuale a soli tre mesi dalle conclusioni del congresso. La maggioranza del IV Congresso puntò su una proposta keynesiana (la "svolta riformatrice") offerta come terreno di interlocuzione con un'area socialdemocratica europea (Jospin e Lafontaine) e come auspicato terreno di ricomposizione futura col centrosinistra italiano. Cosa resta dopo la guerra di quella impostazione strategica e della sua credibilità, in Italia e in Europa? Il segretario del partito, all'ultimo Cpn, ha formalmente riconosciuto l'esigenza di un programma fondamentale del partito, di una interrogazione aperta sull'identità stessa del socialismo. Bene. Nessuno più di noi può felicitarsi di questo riconoscimento. Ma può questo annuncio risultare credibile, persino al di là delle intenzioni, se innanzitutto non si sgombra il campo da nuova e libera ricerca strategica se non si rimuove l'ingombro culturale ereditato dal congresso e se anzi lo si conferma sia sul piano dei riferimenti strategici ("le politiche keynesiane") sia su quelle delle scelte politiche (riapertura al centrosinistra)? Eppure l'esigenza di una svolta strategica e di profilo programmatico del Prc è segnalata drammaticamente dallo stesso risultato del 13 giugno. La percezione di un profilo debole e indeterminato del Prc, riconosciuto dallo stesso segretario, non ha forse a che fare anche con l'impostazione strategica sinora seguita e con le scelte politiche corrispondenti? In questi anni entro la camicia di forza del keynesismo, il Prc si è di volta in volta identificato in singole rivendicazioni parziali (tassazione dei Bot, 35 ore...), svincolate da un programma generale anticapitalistico così come da un programma d'azione tra le masse ed assunte in realtà come richiami d'immagine a fini elettorali o come leve di pressione sul centrosinistra. Ne è conseguito un profilo incerto, contrattualistico, insieme "riottoso" e subalterno, certo non autonomo ne tanto meno alternativo. Rompere l'involucro keynesiano, oltretutto utopico e illusorio, è allora la condizione necessaria per costruire il profilo nuovo del Prc come forza radicale e antisistema. Non semplicemente come forza "critica" dell'ordine esistente, ma come forza contrapposta ad esso. Come forza che, proprio per questo, possa essere identificata come alternativa da quei vasti settori di massa sfiduciati e delusi dalla "vecchia sinistra" e dalla "vecchia politica". Da quei settori crescenti di elettori che hanno espresso implicitamente con l'astensione sia un rifiuto sia una domanda di alterità di fondo. Peraltro il voto europeo del 13 giugno rivela l'attualità e lo spazio di questa svolta. E' emblematico in particolare il risultato riportato dalla sinistra rivoluzionaria francese che Bertinotti si ostina, contro ogni evidenza, ad ignorare: contro il governo Jospin, contro il partito socialista francese (che arretra oltretutto del 4% sulla scia delle politiche liberiste perseguite), una sinistra rivoluzionaria priva di deputati nazionali, senza assessori con uno spazio massmediatico irrilevante, ma discretamente presente in situazioni di lotta e di movimento, ha riportato il 5,2% dei voti, con una particolare concentrazione tra gli operai, i disoccupati, i giovani. Voto di protesta e d'opinione? Anche, in parte. Ma non è appunto la riprova che la protesta di settori di massa contro un riformismo senza riforme può indiF~irvo rizzarsi verso un polo di classe rivoluzionario? Non è la riprova che anche in una situazione di riflusso delle lotte e cli vasto disorientamento, crescenti settori di massa ~OS5Ofl() essere spinti dalla crisi sociale verso la ricerca di risposte radicali? Non sappiamo se Lcr-Lo in Francia sapranno e verranno investire questo loro successo in una prospettiva di costruzione seria e impegnativa, come noi ci auguriamo. Aggiungo che limiti profondi di entrambe le organizzazioni non autorizzano un facile ottimismo. Ma il loro successo misura in ogni caso una potenzialità straordinaria che parla anche a noi: che dimostra l'esistenza oggi in Europa dello spazio di costruzione non di una forza critica della socialdemocrazia ma di una sinistra alternativa. Non di un forum con aree critiche d'opinione. Ma di un partito comunista e rivoluzionario.

Nasce Progetto comunista: un passo avanti della sinistra rivoluzionaria del Prc

Sulla base di queste convinzioni la sinistra del Prc ha richiesto in Cpn e continuerà a richiedere la convocazione in autunno di una vera conferenza programmatica del Prc. Non una conferenza organizzativa, ne tanto meno un'interlocuzione d'immagine con ambienti intellettuali esterni al partito, ma al contrario una sede di ampio coinvolgimento di tutti i militanti del Prc in un confronto vero e di fondo sul bilancio e le prospettive della rifondazione. Un confronto democratico, sgravato dagli oneri congressuali (elezione degli organismi ecc.), fondato unicamente sulla discussione politica e quindi capace di favorire, anche per questo, un pronuncia-mento più libero ed autentico sulle diverse opzioni presenti. Al tempo stesso la crisi del Prc investe la sinistra rivoluzionaria del Prc di nuove e più generali responsabilità. Se il Prc, sotto il cumulativo delle politiche della maggioranza dirigente, vive la crisi più profonda della sua storia politica; se il suo gruppo dirigente riconferma e rilancia quelle politiche che sono alla base dell'attuale crisi; se la combinazione dei due fattori introduce per la prima volta incognite inquietanti sul futuro del partito e sulla sua capacità di tenuta, la sinistra del Prc non può limitarsi alla routine, al semplice ribadimento delle proprie convinzioni e ragioni. E necessario uno scatto in avanti della sua riflessione e della sua iniziativa. E' necessario innanzitutto un salto in avanti nel coordinamento nazionale e locale della battaglia politica interna al partito, che dia riferimento certo ai tanti compagni che ricercano una via d'uscita alla crisi del Prc. E' necessario un primo livello di coordinamento nell'azione di massa, settore per settore, con possibile ricadute positive sulla stessa battaglia politica interna. E' necessario che nella stessa sinistra interna si sviluppi in avanti il più ampio confronto strategico e programmatico, sia come terreno di costruzione del progetto collettivo sia come ambito naturale della formazione dei quadri. Le scelte nuove assunte a Bellaria, con la formazione dell'area programmatica di Progetto comunista quale tendenza del Prc, vanno in questa direzione. E il significato della scelta è chiaro: a fronte del fallimento politico di un gruppo dirigente la sinistra rivoluzionaria del Prc si candida a riferimento alternativo per la salvezza e il rilancio della rifondazione comunista.


 

 

 

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