Notizie
Politiche dal 4° Congresso del Prc
Documento alternativo
PER UN PROGETTO COMUNISTA
· PER UN'OPPOSIZIONE DI CLASSE AL CENTROSINISTRA, OGGI E DOMANI
· PER UNA PROSPETTIVA SOCIALISTA COME UNICA ALTERNATIVA DI SOCIETÀ
· PER UNA RIFORMA PROFONDA DEL NOSTRO PARTITO
Il IV Congresso del PRC riveste un'importanza particolare.
Dopo due anni di sostegno al governo Prodi e alla luce dell'attuale
ricollocazione all'opposizione, esso è chiamato a definire un bilancio
dell'esperienza compiuta, una nuova linea politica, una coerente prospettiva
strategica per la Rifondazione comunista.
Il nostro partito attraversa un momento difficile, ma al tempo stesso
segnato da nuove grandi potenzialità.
La scelta della rottura col governo Prodi democraticamente sancita dal 70%
del Comitato politico nazionale; la scelta di opposizione al governo
D'Alema, esaltato dal capitale finanziario, rappresentano fatti importanti e
positivi, che restituiscono il nostro partito al suo ruolo naturale di
rappresentanza indipendente della classe lavoratrice e delle masse oppresse.
Per questo il partito è oggi sotto attacco di un'aggressiva campagna
dominante che nega il nostro diritto ad un'autonoma rappresentanza
parlamentare. Per questo il partito ha subito una scissione burocratica e
opportunistica di parte rilevante dei suoi gruppi dirigenti e della sua
rappresentanza istituzionale, attratta irresistibilmente dal centrosinistra
e dalle classi dominanti che lo sostengono.
Il congresso chiama innanzitutto l'insieme del partito, al di là delle
differenze politiche interne, a reagire unitariamente con tutte le proprie
forze all'offensiva avversaria e a rilanciare la presenza e la lotta dei
comunisti.
Ma il rilancio del partito e della sua iniziativa deve accompagnarsi, tanto
più ora, ad una riflessione vera e profonda sul bilancio di questi anni e
sul nostro futuro.
Dobbiamo riconoscere, alla luce dell'esperienza, e per spirito di verità,
che il sostegno accordato per due anni al governo Prodi ha rappresentato per
il nostro partito un grave errore. La tesi di un centrosinistra permeabile
alle ragioni sociali dei lavoratori e dei comunisti si è rivelata infondata.
La strategia del compromesso sociale riformatore (come fu definita dal
precedente congresso) con le classi dominanti e il loro personale politico
ha conosciuto una smentita profonda.
E' un fatto: mentre il PRC, in due anni, non ha realizzato un solo obiettivo
del programma proposto per i primi 100 giorni della legislatura, il governo
ha realizzato, col nostro voto determinante, il programma generale dei
banchieri e delle grandi famiglie del capitalismo italiano. E infatti, dopo
due anni, la borghesia italiana risulta incomparabilmente più forte, il
movimento operaio e le classi subalterne profondamente più deboli,
disgregate, demoralizzate. E alla lunga il nostro stesso partito ha finito
col subire sulla propria pelle i contraccolpi del sostegno al governo
esponendosi prima a un logoramento e poi alla scissione.
Proprio da questo bilancio generale, e non solo dai tratti dell'ultima
finanziaria, discende la giustezza della nostra ricollocazione
all'opposizione, con i positivi effetti di rivitalizzazione che essa ha
generato sul partito. Ma il ritorno all'opposizione, pur necessario, non è
sufficiente. Dal bilancio di verità del corso politico passato occorre
trarre un'indicazione nuova e di svolta per il futuro: un'indicazione nuova,
politica e strategica, che assumendo fino in fondo le lezioni
dell'esperienza, eviti il suo possibile ripetersi.
L'esperienza che abbiamo vissuto ha indicato la vera natura del
centrosinistra, quale formula scelta dal grande capitale per imporre
"pacificamente" alle masse la propria politica di austerità e sacrifici
entro la cornice del patto sociale. Il nuovo governo D'Alema-Cossiga, che
pur modifica forme ed equilibri del centrosinistra, prosegue e rafforza
l'ispirazione di classe del governo Prodi.
L'opposizione nostra al centrosinistra e al nuovo governo non può essere
allora un'opposizione cosiddetta "costruttiva", e comunque proiettata a
riaprire il varco in prospettiva a un nuovo negoziato di governo, per un
"equilibrio più avanzato".
Né può combinarsi col nostro sostegno a quei governi locali di
centrosinistra, in particolare nelle Regioni e nelle grandi città, che oggi
gestiscono le finanziarie nazionali e sono sempre più interni alla
concertazione.
La nostra opposizione al governo di centrosinistra dev'essere reale,
radicale, coerente, in quanto opposizione di classe alle classi dominanti
che lo sostengono. Dev'essere dunque un'opposizione a D'Alema così come ai
Rutelli, ai Castellani, ai Cacciari. Dev'essere un'opposizione tesa a
rilanciare contro il governo e il blocco sociale dominante un movimento di
massa dei lavoratori, delle lavoratrici, delle masse oppresse e sfruttate,
in un duro e difficile lavoro di ricomposizione unitaria di un blocco
sociale alternativo per un ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi.
Dev'essere per questo un'opposizione radicale agli stessi apparati
burocratici del sindacato quali vere e proprie agenzie della borghesia
italiana tra le masse, fuori da ogni illusione di loro condizionamento.
Lungi dall'alimentare tra le masse l'illusione di un possibile
centrosinistra dall'equilibrio più avanzato, dobbiamo liberare le masse da
ogni illusione verso il centrosinistra, ricostruendo le ragioni di una loro
indipendenza di classe: per quel ribaltamento dei rapporti di forza a
sinistra tra comunisti e DS che è condizione decisiva per una nuova
prospettiva del movimento operaio italiano.
L'esperienza vissuta ci indica parallelamente la necessità di un nuovo
indirizzo strategico e programmatico del nostro partito, entro una
riflessione ampia e profonda sulla svolta d'epoca del nostro tempo.
Il fallimento obiettivo del compromesso sociale riformatore col governo
Prodi e col centrosinistra non ha un significato occasionale ma di fondo.
Ciò che abbiamo verificato, in una drammatica esperienza collettiva, è il
carattere obiettivamente utopico e illusorio di un'ipotesi riformistica
sullo sfondo della crisi strutturale del capitalismo mondiale, della nuova
selvaggia competizione tra i blocchi imperialistici, delle implicazioni
strutturali dell'integrazione imperialistica dell'Europa. Non a caso la
stessa ispirazione keynesiana di Lafontaine e di Jospin, nel cuore
dell'Europa si sta risolvendo nella gestione temperata delle politiche di
rigore, flessibilità, privatizzazione, entro quei parametri di Maastricht
che le socialdemocrazie europee continuano a sostenere nell'interesse delle
proprie borghesie: spesso incontrando, come in Francia, le prime importanti
reazioni di massa.
Il nostro partito non può dunque indicare nelle socialdemocrazie europee né
un modello di riferimento né la riprova della praticabilità del riformismo o
di un "equilibrio più avanzato" del centrosinistra italiano. Non può
riproporre l'illusione di "un'alternativa di società" come pura alternativa
al liberismo, separata e distinta da un'alternativa anticapitalistica. Deve
invece trarre una conclusione di segno opposto: la necessità di ricercare
una risposta alternativa, strategica e programmatica, alla crisi del
capitalismo e di un riformismo senza riforme. Una risposta che leghi,
nell'azione quotidiana, i concreti obiettivi immediati di lotta alla
prospettiva dell'alternativa di sistema. Una risposta anticapitalistica e
comunista.
La radicalità dell'alternativa anticapitalistica non nasce dunque da un
imperativo ideologico astratto: ma dalla radicalità di una crisi sociale e
di civiltà che la crisi capitalistica trascina con sé sull'intero pianeta.
In un mondo in cui più di 3 miliardi di persone vivono con meno di tremila
lire al giorno, mentre le tre persone più ricche concentrano nelle proprie
mani la somma del Prodotto interno lordo dei 48 paesi più poveri, le
illusioni riformiste rivelano la loro totale inconsistenza.
Il comunismo moderno non è nato per porre rattoppi - oltretutto illusori -
all'ordine esistente. E' nato per costruire un ordine nuovo della società
umana.
Questa finalità di fondo va rilanciata con forza recuperando l'ispirazione
rivoluzionaria del marxismo e al tempo stesso attualizzandone e
aggiornandone l'applicazione, sulla base di una riflessione autentica
sull'esperienza del comunismo di questo secolo e di un'analisi concreta e
puntuale delle nuove emergenze del nostro tempo.
E' questo il senso, oggi, della stessa rifondazione comunista.
Il IV Congresso deve avviare finalmente questa ricerca di fondo, evitando
l'ennesimo rinvio in nome del "primato della politica": per i comunisti la
politica non può essere separata dai fini generali che perseguono, e proprio
l'eterno rinvio della definizione dei fini programmatici ha prodotto grandi
guasti sulla nostra politica e sul nostro partito.
Al contempo, questa svolta di linea e di ispirazione strategica deve
accompagnarsi ad una riforma profonda della vita e del modo di essere del
partito. Non deve più ripetersi la drammatica divaricazione fra Rifondazione
e i suoi eletti che per due volte in pochi anni ha drasticamente ridotto la
rappresentanza dei comunisti nelle istituzioni ed esposto il partito a una
crisi politica mortale. Va superata ogni forma di burocratismo e di
penalizzazione delle istanze inferiori ad opera di quelle superiori. Il
rispetto della massima democrazia interna e anche la premessa per una più
forte unità reale e non unanimistica, per la piena valorizzazione a tutti i
livelli di tutte le risorse disponibili, per stimolare lo sforzo comune per
costruire un partito più organizzato, radicato, preparato; un partito meglio
in grado di svolgere la sua funzione fondamentale, quella di essere
strumento collettivo della battaglia per la trasformazione rivoluzionaria
dello stato di cose presenti.
UN BILANCIO DI VERITÀ
Il bilancio del sostegno al governo Prodi è un atto doveroso del nostro
partito. Non fare un bilancio dei nostri errori ci condannerebbe infatti a
ripeterli. Il bilancio non interroga solo il passato ma il nostro futuro e
la prospettiva stessa dell'alternativa. Per questo è necessario un bilancio
di verità, scevro di ogni tentazione propagandistica, e invece capace di
chiamare le cose con il loro nome.
Un corso politico smentito
Il III congresso del PRC varò un corso politico nuovo che motivava il nostro
ingresso nella maggioranza del governo Prodi con tre ordini di argomenti tra
loro intrecciati:
a) la possibilità, a partire dalla nuova dislocazione, di condizionare in
senso riformatore l'indirizzo generale del governo e del centrosinistra;
b) la funzione positiva della nostra collocazione in maggioranza come sponda
di una possibile ripresa del movimento di massa e del conflitto sociale;
c) la necessità di quella collocazione ai fini del consolidamento della
"vittoria democratica del 21 aprile '96".
Dopo due anni è onesto riconoscere che questa impostazione politica ha
registrato un sostanziale fallimento, su tutti e tre i piani indicati.
(a) Il governo Prodi ha rappresentato non solo un governo incapace di ogni
"svolta riformatrice" ma un governo profondamente controriformatore in ogni
articolazione della sua politica e della sua impostazione programmatica. Il
programma dell'Ulivo assunse esplicitamente come proprio cardine il
completamento della transizione italiana all'Europa di Maastricht e alla II
Repubblica, facendo proprio il disegno di fondo del grande capitale
finanziario e delle classi dominanti del Paese. Il governo Prodi ha
perseguito organicamente quel programma generale, caricandosi di una
funzione storica agli occhi della borghesia italiana. E proprio la borghesia
italiana ha rappresentato per due anni il diretto supporto materiale di quel
governo e della sua azione.
Il governo Prodi ha realizzato innanzitutto una gigantesca operazione di
risanamento capitalistico del bilancio statale, la più imponente in
Occidente. Ha realizzato il primato delle privatizzazioni in Europa, con
particolare incidenza nei settori strategici della produzione e del sistema
bancario. Ha promosso la riforma privatistica e liberistica di interi
comparti della vita pubblica, come nel caso della sanità, della scuola,
delle ferrovie, delle poste, delle telecomunicazioni, del commercio, e
avviato la completa liberalizzazione del mercato degli affitti, con gravi
conseguenze soprattutto per le masse lavoratrici. Ha realizzato un salto
impressionante delle politiche di flessibilizzazione della forza lavoro (v.
pacchetto Treu), oggi, per ammissione generale, la più flessibile d'Europa.
Ha varato una legislazione reazionaria sull'immigrazione in omaggio ai
dettami di Schengen, basata sul primato delle espulsioni, sui campi lager,
sulla campagna contro i "clandestini". Ha inaugurato una nuova politica
estera attenta ad espandere gli interessi e le posizioni strategiche
dell'imperialismo italiano nello scacchiere dei Balcani in Medioriente, in
America Latina.
Questo programma generale ha prodotto, in due anni conseguenze sociali
devastanti. Mentre i profitti padronali hanno conosciuto un'ascesa
straordinaria conseguendo il record decennale nel '97, il potere d'acquisto
dei salari e degli stipendi ha proseguito la propria caduta; la
disoccupazione di massa, il precariato, la povertà hanno raggiunto nuove
drammatiche vette; il Mezzogiorno d'Italia, in particolare, non solo ha
conosciuto un nuovo impoverimento ma ha accresciuto la propria dipendenza
strutturale dai grandi monopoli italiani ed europei sotto il peso di
politiche neocolonialiste.
(b) Questa politica controriformatrice si è combinata con una straordinaria
pace sociale. I livelli di combattività sociale, sullo sfondo del governo
Prodi, hanno conosciuto il punto più basso dell'intero dopoguerra: il volume
degli scioperi, in particolare, ha registrato il livello minimo dalla caduta
del fascismo. Il quadro di concertazione garantito in primo luogo dal DS e
dagli apparati sindacali, ha inibito le capacità di reazione della classe
operaia. E la passività della classe lavoratrice a fronte dell'arretramento
ulteriore della sua condizione materiale ha privato ogni altro settore di
massa di un riferimento unificante ed egemone. Così, dopo due anni, nei
luoghi di lavoro, nel territorio, nella società italiana, i rapporti di
forza tra le classi hanno conosciuto un'ulteriore pesante involuzione a
vantaggio del blocco dominante. Più ancora dell'imponenza delle misure
realizzate a favore dei profitti, questo ha rappresentato il principale
successo strategico del governo.
(c) La politica sociale del governo entro il quadro della pace sociale ha
consentito il consolidamento complessivo delle destre e del loro blocco di
riferimento, oggi potenzialmente maggioritario. Il centrodestra ha potuto
beneficiare per due anni sia del proprio monopolio dell'opposizione (che
spesso peraltro mascherava ripetute convergenze consociative con l'Ulivo),
sia della legittimazione e rincorsa di umori reazionari da parte del governo
(v. immigrazione, riforme istituzionali e difesa dell'esercito sul caso
Somalia), sia gli effetti di passivizzazione e spoliticizzazione ulteriore a
livello di massa indotti dal quadro generale. Tutto questo ha consentito
alle destre una pericolosa sintonia con il senso comune diffuso di ampi
settori di massa, ben al di là del loro bacino elettorale, unito allo
sviluppo di una più ampia base militante e capacità di mobilitazione.
Il IV Congresso riconosce dunque l'evidenza: il sostegno del PRC al governo
Prodi ha mancato obiettivamente gli scopi dichiarati.
Il nostro voto al programma di Maastricht
Tuttavia l'aspetto davvero più grave non è dato dal mancato conseguimento
degli obiettivi nostri; è dato dal nostro sostegno determinante, per due
anni, agli obiettivi opposti del governo di centrosinistra.
Il nostro voto alle leggi finanziarie del governo nel '96 e nel '97, al
pacchetto Treu, alle privatizzazioni, alla rottamazione, alla riforma delle
aliquote Irpef, alle leggi razzistiche sull'immigrazione ha rappresentato
qualcosa di più di un errore: ha costituito un sostegno al cuore del
programma strategico della borghesia italiana, contribuendo a un
rafforzamento decisivo delle sue posizioni di forza.
Il nostro partito si era presentato alle elezioni del '96 con un "Programma
dei 100 giorni" segnato da un assunto centrale e testuale: ´Ci opporremo con
ogni mezzo a leggi o provvedimenti legati ai parametri di Maastrichtª. Per
due anni abbiamo capovolto esattamente questo impegno. Certo, il PRC ha
negoziato e contrattato, talora anche duramente, col governo. Ma ha
negoziato il programma del governo, forme, tempi, misure della sua
realizzazione, non il proprio programma. Né realisticamente poteva entro le
compatibilità politiche e sociali di una maggioranza segnata dagli interessi
della borghesia italiana.
In questo quadro aver spesso esaltato gli accordi stipulati col governo,
come nel caso della Finanziaria del '96 («Una finanziaria di svolta») o del
pacchetto Treu («sbloccata la politica per l'occupazione») o della
finanziaria del '97 («spostamento a sinistra dell'asse politico e
programmatico del governo») ha rappresentato un fatto profondamente
negativo: nello stesso rapporto di verità col partito e con le masse. Tanto
più oggi è un grave errore continuare a rivendicare il "contributo positivo"
del PRC al conseguimento dell'Euro come titolo morale per chiedere la
"svolta riformatrice": nella costituzione materiale dell'attuale Europa
imperialistica proprio il perseguimento della moneta unica ha dettato
strutturalmente le politiche liberiste e i relativi sacrifici.
E l'esperienza ci ha confermato una volta di più che proprio la logica dei
due tempi (prima i sacrifici, poi le riforme) va respinta dai comunisti, non
rivendicata.
Il nostro contributo alla pace sociale
Il nostro sostegno al centrosinistra e alle sue politiche ha coinvolto il
PRC, obiettivamente, nel quadro della concertazione, ossia nel quadro di
consolidamento della pace sociale. Certo: impugnando, all'interno della
maggioranza, le "ragioni" simboliche dei lavoratori, abbiamo per un certo
periodo suscitato attenzione e simpatia in reali settori di massa che,
sfiduciati nella propria forza, erano portati ad affidarsi alla nostra
presenza come fattore di "garanzia". Ma abbiamo con ciò favorito un
affidamento passivo, non una dinamica di mobilitazione. Abbiamo anzi
favorito illusioni sul governo e sul nostro stesso ruolo nella maggioranza,
non una presa di coscienza sulla natura di classe dell'esecutivo: col
risultato oltretutto di esporci all'effetto di ritorno della prevedibile
delusione. Per tutto questo abbiamo contribuito obiettivamente, per due
anni, al di là delle nostre intenzioni, alla pace sociale in Italia e, con
essa, all'ulteriore pesante involuzione dei rapporti di forza tra le classi.
PER UN NUOVO CORSO POLITICO
Proprio dal bilancio chiaro e onesto del fallimento obiettivo del corso
politico precedente dobbiamo trarre l'indicazione di una svolta reale di
linea politica e di prospettiva. Perché ciò che è accaduto non possa
ripetersi più.
La rottura consumatasi col governo Prodi non può assumere un respiro
contingente ma di fondo.
Non può essere motivata solamente in base ai caratteri dell'ultima
finanziaria, del tutto analoghi alle finanziarie precedenti, ma in base a un
bilancio complessivo del centrosinistra e della maggioranza del 21 aprile.
Non può essere motivata e vissuta come registrazione di un compromesso
mancato, ma come nostra rottura con la politica del compromesso, per l'oggi
e per il domani.
Non può essere "un passo indietro" oggi per farne due avanti domani, lungo
il medesimo cammino: dev'essere l'avvio di un altro cammino, di un altro
corso politico.
Imperialismo italiano e II Repubblica
Il capitalismo italiano ha conseguito da molto tempo una sua maturità
imperialistica. Non solo non rappresenta più un "capitalismo straccione" ma
partecipa al consesso dei paesi dominanti su scala mondiale e quindi alla
spartizione di materie prime, zone di influenza, aree di dominio e di
oppressione sui paesi dipendenti. In questo quadro le pressioni della crisi
capitalistica internazionale, il crollo dell'URSS, lo sviluppo del polo
imperialistico europeo hanno esercitato un effetto decisivo sulla crisi
della I Repubblica e sulla svolta storica in atto in Italia, a partire dal
'92. Da un lato, la crisi capitalistica internazionale e il forte rilancio,
in condizioni nuove, delle contraddizioni interimperialistiche hanno indotto
l'imperialismo italiano ad affrontare il fardello strutturale dei propri
"ritardi" e "distorsioni". Dall'altro lato, il crollo dell'URSS ha
dissolto,
parallelamente, il vero fondamento storico della discriminazione borghese
verso il vecchio gruppo dirigente del PCI in ordine al suo possibile accesso
al governo: perciò stesso ha consentito al capitale finanziario un distacco
dalle proprie vecchie rappresentanze della I Repubblica (il vecchio blocco
assistenziale DC-PSI), precipitate negli scandali e abbandonate al loro
destino, e l'avvio di una profonda ricomposizione della propria
rappresentanza e degli stessi assetti istituzionali.
E' questa la cornice della transizione italiana che ha dominato la vicenda
degli anni Novanta, sullo sfondo delle sconfitte della classe operaia. Un
processo complesso che non risponde a pianificazioni lineari, ma nel quale
sono ben individuabili gli assi strategici portanti e le loro basi di
classe.
1) Sul piano economico la grande borghesia ha esteso e consolidato, in
misura rilevante, le proprie basi materiali. Il processo di privatizzazione
di settori strategici dell'economia come il credito, l'energia e le
telecomunicazioni, l'apertura privatistica del sistema pensionistico, la
ristrutturazione e concentrazione del sistema del credito, concorrono ad
allargare la base del capitale finanziario, con l'ulteriore rafforzamento
del peso specifico dei grandi monopoli, a partire dalla FIAT, principali
beneficiari delle privatizzazioni (v. caso Telecom). Alla vigilia della
"moneta unica" europea l'imperialismo italiano si presenta dunque con un
peso strutturale sensibilmente accresciuto, cui corrisponde, non a caso,
un'accresciuta proiezione nella politica estera. Una attività diplomatica
alle dirette dipendenze dei grandi monopoli, ma anche di una media industria
diffusa e rapace, entrambi interessati non solo e non tanto all'allargamento
delle esportazioni ma ad un nuovo massiccio investimento imperialistico
favorito dai vasti processi di privatizzazione in corso negli stessi paesi
dipendenti su commissione del FMI.
2) Parallelamente, la borghesia italiana ha il problema di governare
l'impatto sociale delle politiche indotte dal suo ulteriore salto
imperialistico e dall'"integrazione europea". L'impoverimento materiale e la
frammentazione di vasti settori di classe; l'allargamento di una
disoccupazione strutturale e del lavoro precario; le dinamiche di
proletarizzazione di strati inferiori della piccola borghesia; il
precipitare delle condizioni sociali di vaste masse del Mezzogiorno;
configurano, agli occhi della borghesia, la massa critica potenziale di una
pericolosa esplosione sociale. Peraltro la divaricazione che investe la
piccola e media borghesia nel quadro dell'integrazione europea, con
l'emergere soprattutto al Nord-Est di un suo strato superiore arricchito,
autonomistico e corporativo, produce elementi di contraddizione nuova nello
stesso blocco sociale dominante.
Il centro sinistra, formula privilegiata della grande borghesia
Alle proprie necessità di classe la borghesia risponde con un'azione
strategica dislocata su piani diversi ma complementari:
a) la riorganizzazione dello Stato, in funzione di un più stabile assetto
istituzionale antioperaio e antipopolare;
b) Il bipolarismo politico in funzione della stabilità di governo e della
compressione delle rappresentanze autonome delle classi subalterne;
c) il centrosinistra quale formula di governo.
Entro la scelta bipolare, il centrosinistra si configura come riferimento
privilegiato delle grandi famiglie capitalistiche e più in generale del
capitale finanziario. Il personale politico di centrosinistra seppur
diversamente organizzato era già riferimento essenziale della borghesia
italiana nel '92 e nel '93 allorché i governi Amato e Ciampi iniziarono la
"transizione" italiana. La sconfitta del polo dei progressisti e la vittoria
delle destre nel 94 rappresentò un momento di contraddizione che indusse la
borghesia per un breve periodo a verificare sul campo la carta Berlusconi.
Ma anche in quel breve passaggio il rapporto del capitale finanziario con le
destre fu di utilizzo strumentare, non di riferimento strategico (´Se
Berlusconi vince, vince per tutti; se perde, perde da soloª, dichiarò
Agnelli). E proprio la sconfitta strategica del governo Berlusconi -
rivelatosi incapace di gestire sia una concertazione stabile, sia uno
scontro risolutivo vincente - ha riattivato l'investimento borghese nel
centrosinistra: prima nell'Ulivo e nel governo Prodi, ora nel nuovo governo
D'Alema.
La scelta politica del centrosinistra da parte della grande borghesia non ha
certo valore definitivo o ideologico, ma neppure carattere contingente,
bensì una valenza strategica di fase.
a) Il personale politico del centrosinistra è un personale sperimentato con
solide radici nell'apparato dello Stato e nella tecnocrazia borghese, spesso
selezionato dagli stessi ambienti del capitale finanziario, conosciuto dalla
diplomazia borghese europea e internazionale.
b) La composizione politica e le radici sociali del centrosinistra sono
funzionali alla strategia della concertazione, ossia alla pacifica
subordinazione del movimento operaio alle compatibilità della crisi
capitalistica, dell'integrazione europea, della transizione alla II
Repubblica, attraverso la collaborazione stabile e istituzionalizzata con le
sue burocrazie dirigenti.
c) La coalizione di centrodestra, dopo la caduta del governo Berlusconi ha
visto acuirsi profondamente le proprie contraddizioni. Forza Italia ha
conosciuto e conosce una crisi irrisolta determinata ad un tempo
dall'appannamento sensibile della sua leadership, dal permanente
condizionamento degli interessi aziendali della Fininvest, dall'impasse
della sua politica di alleanze (dopo la rottura con la Lega). La lotta
apertasi per l'egemonia nel Polo ha a sua volta moltiplicato i fattori di
difficoltà della coalizione alimentando spinte centrifughe e trasformistiche
senza peraltro configurare una alternativa di direzione a Forza Italia. E
tali difficoltà, a loro volta, hanno favorito l'ulteriore consolidamento del
rapporto privilegiato tra centrosinistra e blocco sociale dominante.
L'apparato DS, come agenzia delle classi dominanti nel movimento operaio
I Democratici di sinistra sono l'architrave del centrosinistra, il tassello
strategico del suo disegno. Il loro apparato è oggi il mezzo di arruolamento
nel centrosinistra di una parte importante delle masse lavoratrici in
funzione di una loro integrazione subalterna nel blocco con la borghesia.
La cultura di riferimento della larga maggioranza del gruppo dirigente dei
DS ha conosciuto una deriva liberale, segnata dal distacco per molti aspetti
dalla stessa tradizione riformista della socialdemocrazia. Si tratta
peraltro del riflesso italiano dell'evoluzione liberaleggiante di parte
importante della socialdemocrazia europea.
Ma i DS non sono solamente un insieme di culture, programmi e politiche.
L'apparato burocratico dei DS, nell'insieme della sua espressione politica e
sindacale, è il principale strumento di controllo della classe operaia e
delle sue potenzialità di conflitto. Il radicamento sociale dei DS presso le
masse politicamente attive è esattamente funzionale a tale scopo. E tale
controllo sulla classe lavoratrice resta il fattore di perdurante diversità
tra i DS e un partito liberale tradizionale. Peraltro proprio per questo
l'apparato DS è utile alla borghesia e indispensabile al centrosinistra: è
individuato come unico possibile garante, tra le masse, di una politica
concordata di sacrifici e restrizioni. Simmetricamente è questa la stessa
dote contrattuale che i DS portano alle classi dominanti e al loro Stato per
ottenerne il riconoscimento politico ed accrescere il peso del proprio
apparato burocratico nel sistema borghese.
L'esecutivo D'Alema, governo del grande capitale
Il governo D'Alema rappresenta il punto d'incontro più avanzato negli anni
Novanta delle strategie convergenti del capitale finanziario e della
burocrazia dirigente dei DS. Esso non costituisce affatto l'espressione di
una "Grosse Koalition", ossia di un'alleanza tra forze di centrosinistra e
forze di centrodestra, diversa e alternativa al centrosinistra. Perciò
stesso esso rappresenta l'espressione più nitida del centrosinistra e della
sua strategia, come tale salutata dal grande capitale.
Sarebbe un errore attribuire l'apertura di credito della borghesia al
governo alla presenza in esso dell'UDR di Cossiga. La presenza dell'UDR
nell'esecutivo ha certo un significato importante nella dinamica di
ricomposizione degli assetti del centrosinistra. Rafforza il versante di
"centro" della coalizione, condiziona ulteriormente a destra, su alcuni
terreni specifici, la politica del centrosinistra, crea un quadro di governo
più omogeneo sotto il profilo programmatico. Ma non è l'UDR di Cossiga il
referente centrale della borghesia italiana, né la ragione essenziale del
suo sostegno al governo. Il capitale finanziario sostiene attivamente questo
governo per altre prioritarie ragioni di classe:
a) Il governo D'Alema segna una rassicurante continuità di fondo, politica e
programmatica col governo Prodi. Una continuità materializzata dalla legge
finanziaria e più in generale dal proseguo delle politiche di risanamento,
flessibilità, privatizzazioni, con nuovo travaso di imponenti ricchezze
nelle mani del grande capitale. Le scelte del governo in ordine alla
liberalizzazione-privatizzazione dell'ENEL, alla legislazione sugli
straordinari, alla scuola, alla soppressione dell'equo canone
(incredibilmente votata anche dal nostro partito!), segnano peraltro un
significativo rafforzamento, nella continuità, della politica borghese del
centrosinistra. Il quale, libero dalla necessità di negoziare il proprio
programma col nostro partito, può procedere sulla medesima strada con
maggiore linearità.
b) La composizione ministeriale dell'esecutivo dà al programma del governo
una particolare "credibilità". La conferma dei ministri economici del
governo Prodi, il valore aggiunto di un nuovo ministro del lavoro
(Bassolino) che ha fatto della propria giunta napoletana un laboratorio
avanzato delle politiche di concertazione; il ritorno ministeriale di
Giuliano Amato, già sperimentato sul campo come ariete di sfondamento contro
le pensioni; rappresentano un elemento importante dell'apprezzamento
borghese. Ma è soprattutto la figura e il ruolo di Massimo D'Alema ad
incarnare, entro la formula del centrosinistra, le aspettative della
borghesia: il leader della socialdemocrazia italiana, proprio in quanto
riferimento maggioritario del movimento operaio, si presenta come il capo di
governo più idoneo a garantire la continuità della pace sociale.
c) Proprio la ridefinizione e il rilancio del patto sociale è il promettente
biglietto d'esordio del nuovo governo. La concertazione viene estesa ai
sindaci sia come terminali politici sia come rappresentanti di interessi
locali in forte crescita (v. municipalizzate); viene estesa al cosiddetto
"terzo settore" (no profit) e cioè a quel coacervo di ben robusti interessi
che è cresciuto all'ombra della demolizione dello stato sociale e ambisce da
tempo ad un maggior peso politico ed economico; viene estesa più
direttamente che in passato al variegato mondo delle corporazioni piccole
medio borghesi, prodighe infatti di elogi inediti verso il centrosinistra.
La socialdemocrazia mira dunque ad assicurare all'imperialismo italiano una
più solida base sociale di supporto entro il sistema di coinvolgimento di
una più ampia platea di soggetti. E' il terreno su cui il governo ottiene il
pieno coinvolgimento della CISL e la subordinazione piena, sempre più netta,
della burocrazia CGIL.
Tutto questo non significa naturalmente che il nuovo quadro politico sia
privo di contraddizioni. Al contrario: la convivenza di due disegni
divaricati sul terreno della rifondazione bipolare (tra DS e UDR), la
penalizzazione dell'area ulivista, le nuove difficoltà del PPI nella stretta
tra Prodi e UDR possono agire come fattore di instabilità: sia sul terreno
accidentato della riforma elettorale ed istituzionale, sia in occasione
della prossima elezione del Presidente della Repubblica. Ma, ciò nonostante,
il governo D'Alema è uno dei governi più autorevoli degli ultimi venti anni
agli occhi della borghesia italiana. Parte col sostegno di tutte le forze
che "contano " all'interno del blocco dominante: le stesse forze che hanno
sostenuto Prodi e che oggi pensano di poter procedere sulla stessa via, con
la stessa formula di centrosinistra (sia pure rifondata) ma con un esecutivo
più robusto, più inserito in un quadro politico omogeneo a livello
continentale, entro rapporti di forza sociali e politici più favorevoli cui
il governo Prodi e la maggioranza del 21 aprile hanno spianato la strada.
Il PRC alternativo al centrosinistra come polo autonomo di classe
S'impone dunque un nuovo asse politico e strategico del PRC. Il nostro
rapporto col centrosinistra non può limitarsi alla difesa di una nostra
"autonomia", spendibile indifferentemente "al governo o
all'opposizione".
Deve tradursi in una scelta chiara e coerente di alternativa al
centrosinistra e ai suoi governi, sulla base di una diversa e opposta
rappresentanza di classe: a fronte dell'alternanza bipolare della II
Repubblica tra un centrodestra reazionario a base prevalente piccolo
borghese e un centrosinistra liberale, confindustriale e concertativo, il
PRC deve presentarsi e costruirsi come il polo autonomo della classe
lavoratrice e di un altro blocco sociale.
Il PRC non è quindi semplicemente distinto dal centrosinistra ma alternativo
e contrapposto ad esso, perché alternativo e contrapposto al blocco
dominante che lo sostiene e alla soluzione concertativa che lo ispira: per i
comunisti infatti le scelte politico-istituzionali debbono riflettere
coerentemente gli interessi del proprio blocco sociale.
Ciò non preclude ovviamente la duttilità della tattica o le occasionali
convergenze pratiche che possono prodursi in sede politica o parlamentare
attorno a specifici obiettivi. Né tanto meno significa un disimpegno dei
comunisti nella battaglia contro la destra. Ma la battaglia contro la destra
non può essere separata dalla battaglia di classe e anticapitalistica
decisiva anche per arginare la reazione e scomporre il suo blocco sociale.
Per questo essa esclude un'alleanza politica del PRC con il liberalismo
borghese.
Il IV Congresso rivede radicalmente in questo quadro, la cosiddetta politica
della "desistenza". Accordi specifici puramente tecnici, sul terreno
elettorale (comunque escludenti le forze borghesi del centro), possono a
certe condizioni rivelarsi utili sia per battere candidati reazionari, sia
per ampliare la superficie di dialogo con la base popolare del
centrosinistra ed in particolare dei DS. Ma ciò che da ora dovrà essere
escluso è ogni tipo di patto politico-elettorale col centrosinistra, che
direttamente o indirettamente vincoli il PRC a sostenere politicamente il
centrosinistra e i suoi governi.
Per un'opposizione di classe al governo D'Alema, oggi e domani
L'alternatività di classe del PRC al centrosinistra trova oggi la sua
traduzione naturale nell'opposizione al governo D'Alema.
Questa opposizione deve essere chiara nella sua ispirazione e nelle sue
finalità. Un'opposizione cosiddetta "costruttiva", comunque finalizzata a
creare le condizioni di un nuovo negoziato di governo col centrosinistra in
nome di "un suo equilibrio più avanzato" rappresenterebbe un equivoco di
fondo. Se il centrosinistra è l'espressione organica degli interessi e della
strategia del grande capitale, l'obiettivo dei comunisti non può essere
quello (illusorio) di "spostarlo a sinistra", né quello di favorire lo
sfilamento dell'UDR per sostituirla domani con la propria presenza in una
maggioranza di centrosinistra rinegoziata. Rappresentare oggi il governo
D'Alema come "grande coalizione" per salutare un domani il nostro ritorno in
maggioranza come "svolta" e rilancio di un centrosinistra
"riformatore",
significherebbe peraltro un inganno obiettivo del partito e dei lavoratori.
Questa impostazione va radicalmente rettificata. Lungi dall'alimentare tra
le masse l'illusione di poter influenzare il centrosinistra, i comunisti
debbono lavorare per liberare le masse dall'influenza del centrosinistra,
assumendo come asse generale dell'intervento di massa la riconquista
dell'indipendenza di classe del movimento operaio dal centrosinistra
borghese. Naturalmente l'opposizione comunista può e deve saper incunearsi
nelle contraddizioni del fronte avversario: ma la contraddizione centrale su
cui lavorare non è quella di vertice tra DS e Cossiga, per creare il varco
di un nostro reinserimento in maggioranza, bensì quella tra la politica
borghese del governo e la base di massa dei DS al fine di costruire tra le
masse la nostra egemonia alternativa.
Oltre la concezione delle "due sinistre", per aprire la sfida dell'egemonia
In questo quadro l'opposizione al governo D'Alema è chiamata a superare la
concezione politica delle "due sinistre". L'apparato DS e il PRC, infatti,
non possono essere visti solamente come soggetti distinti: sono la
rappresentanza politica di progetti strategici tra loro alternativi, al
servizio di opposte classi sociali. Tanto è vero che uno degli obiettivi dei
vertici DS è quello di annullare la presenza di una forza comunista autonoma
alla propria sinistra o attraverso una corresponsabilizzazione alla propria
politica di governo o attraverso una soluzione elettorale-istituzionale.
L'obiettivo storico nostro dev'essere, all'opposto, quello di dissolvere
l'influenza maggioritaria dei DS sulle masse lavoratrici e, per questa via,
realizzare la conquista progressiva delle masse politicamente attive a un
diverso progetto politico. La costituzione del governo D'Alema con la
massima esposizione dell'apparato DS nella gestione della politica
confindustriale, libera il più grande spazio di rappresentanza sociale e
politica alla sinistra dei DS Le condizioni potenziali di una battaglia per
l'egemonia a sinistra sono dunque, per alcuni aspetti, più avanzate di ieri.
All'interno delle lotte, sulla base delle rivendicazioni di classe e con le
dovute articolazioni tattiche, la politica del partito dev'essere
indirizzata a dimostrare alle masse, la vera natura dell'apparato DS, la sua
irriformabilità, il carattere illusorio di ogni ipotesi di suo "recupero".
Le sfide unitarie ai vertici dei DS - che, a certe condizioni, possono
rivelarsi tatticamente opportune - vanno comunque subordinate a questo
obiettivo strategico.
Nella consapevolezza che la costruzione di una direzione alternativa del
movimento operaio è condizione decisiva sia per procedere alla
ricomposizione di un blocco sociale alternativo, sia per affermare in
prospettiva una alternativa anticapitalistica.
A sua volta questa politica di egemonia richiede la nettezza e la coerenza
dell'opposizione comunista, sia sul versante istituzionale sia
nell'intervento sociale.
Per un'opposizione del PRC verso i governi locali, a partire dalle regioni e
dalle grandi città
La prima implicazione di questa nuova impostazione è un nuovo orientamento
del nostro partito verso i governi locali di centrosinistra. La politica
borghese di centrosinistra non si sviluppa solo a livello nazionale ma si
estrinseca anche a livello locale dove anzi a volte trova dei laboratori
avanzati di sperimentazione. Ed oggi la nuova estensione formale della
concertazione nazionale alle rappresentanze di governo dei principali enti
locali rafforza ulteriormente il legame politico e di classe tra il quadro
nazionale e quello locale.
L'opposizione comunista al centrosinistra nazionale non può dunque
combinarsi con un sostegno del PRC alle sue espressioni locali. In
particolare va rivista la nostra partecipazione o sostegno ai governi di
centrosinistra nelle Regioni e nelle grandi città. Il PRC non può infatti
opporsi alle finanziarie nazionali e negoziare le implicazioni locali di
quelle finanziarie (tagli, privatizzazioni, svendita del territorio); non
può opporsi alla concertazione nazionale e continuare a sostenere quei
grandi sindaci come Rutelli, Castellani, Pericu, Cacciari, Bassolino che
sono a tutti gli effetti, tanto più oggi, partecipi e protagonisti di quella
concertazione.
Peraltro ripetute e recenti esperienze, in particolare nelle grandi città
(Roma, Napoli, Genova), hanno dimostrato che il sostegno alle giunte di
centrosinistra espone il nostro partito al logoramento dei suoi legami di
massa e, talora, al conflitto aperto con articolazioni importanti del blocco
sociale alternativo.
Occorre dunque una svolta che registri una coerenza tra collocazione di
classe e scelte politico-istituzionali del PRC. Il rilancio dell'opposizione
di classe al governo D'Alema, il lavoro di ricomposizione del blocco sociale
alternativo e del movimento di massa contro governo e padronato richiedono
una ricollocazione dei comunisti all'opposizione anche sul piano locale a
partire dalle regioni e dalle grandi città.
Diversa è ovviamente la situazione in cui i comunisti fossero parte
essenziale di giunte locali che si pongono realmente sul terreno
dell'alternativa: ove diventa fondamentale un'azione di opposizione al
governo nazionale fortemente legata agli interessi di classe, fuori da ogni
falsa neutralità istituzionale.
Le scelte elettorali del partito sul piano locale sono dunque subordinate a
questo nuovo orientamento. Non escludono comportamenti tattici che possono
favorire una più amplia influenza politica dei comunisti presso la base di
massa dei DS in condizioni di piena indipendenza politica. Escludono
compromessi subalterni che rimuovano l'indipendenza politica dei comunisti
come forza alternativa al centrosinistra e ai suoi governi.
Per un'azione di rilancio del movimento di massa in una logica nuova di
egemonia
L'implicazione decisiva del nuovo corso politico riguarda il lavoro di
ricostruzione dell'opposizione sociale e di massa al governo.
Il PRC non può fare dell'opposizione la semplice difesa delle "ragioni" dei
lavoratori se non al prezzo dell'occupazione di un puro spazio d'immagine
(peraltro oggi assai più problematico) a fini elettorali e istituzionali.
L'opposizione di classe al centrosinistra richiede un salto importante di
elaborazione e iniziativa: l'assunzione di una nuova proposta di fase per il
rilancio del movimento di massa contro il governo in una logica nuova di
radicamento sociale, lotta per l'egemonia, ricomposizione del blocco
alternativo.
Essenziale è la concezione e la pratica della lotta per l'egemonia. Essa non
significa imposizione o autoimposizione del partito sulle masse e sui
movimenti, di cui va rispettata, com'è ovvio, la piena autonomia
organizzativa. Significa invece che il nostro partito lavora e interviene
tra le masse e nei movimenti non limitandosi ad un'azione di evocazione,
solidarietà e sostegno, ma con proprie proposte, chiare e concrete, su
obiettivi, forme di lotta, forme organizzative, sbocchi politici e
vertenziali, nel quadro ovviamente del proprio progetto generale di
ricomposizione anticapitalista. Configurandoci per questa via come punto di
riferimento e direzione alternativa delle lotte: che è condizione
determinante per sottrarle al controllo dei vertici DS e degli apparati
sindacali, grandi organizzatori delle sconfitte.
La lotta per l'egemonia non è dunque una nostra necessità di affermazione di
partito distinta dall'interesse generale del movimento operaio e delle
masse. All'opposto, essa risponde a una necessità vitale delle grandi masse
tanto più dopo le sconfitte subite e i relativi arretramenti: la necessità
di un'altra direzione politica e sindacale. Senza una nuova direzione,
infatti, anche i più grandi movimenti di massa finiscono con l'essere
contenuti, deviati, dissolti e magari "usati" per ragioni estranee alle loro
motivazioni di classe: è l'esperienza amara dell'autunno del '94. Senza una
nuova direzione, un nuovo punto di riferimento, una nuova proposta, oggi si
cronicizzano e si aggravano tutte le difficoltà esistenti sullo stesso
terreno di una possibile ripresa del movimento di massa.
Preparare le condizioni del movimento, non invocarlo
Sviluppare e ricomporre un movimento di massa contro le politiche dominanti
è compito complesso: tanto più dopo l'ulteriore degrado della situazione
sociale degli ultimi due anni.
Ma proprio la difficoltà della situazione sociale e in essa la nostra
difficoltà, richiedono una svolta chiara, di impostazione analitica e
politica.
Innanzitutto vanno respinte esplicitamente, senza equivoci, le teorie
ciclicamente riemergenti in fasi di riflusso, circa il tramonto della
centralità di classe. Le potenzialità di lotta della classe lavoratrice e
delle masse, nonostante le sconfitte e gli arretramenti subiti, sono
immense. La crisi capitalistica certo rimodella i blocchi sociali ma
ripropone al contempo, su basi ancora più ampie, tutte le condizioni
materiali della lotta di classe e del conflitto, nel mondo e nella stessa
Europa.
I grandi processi di proletarizzazione che investono gli stessi paesi
imperialisti accumulano nuove fascine sul terreno sociale. Non a caso la
vicenda europea degli anni Novanta, entro una dinamica di brusche svolte, ha
visto ricorrenti esplosioni sociali come nel '94 in Italia, nel dicembre '95
in Francia, nei mesi scorsi in Danimarca e in Grecia, spesso con basi di
massa ancor più estese che in cicli precedenti della lotta di classe.
Le condizioni materiali di un'esplosione sociale in Italia sono dunque ben
presenti nella situazione del paese. E ne sono infatti coscienti le classi
dominanti che proprio per questo puntano ad un equilibrio politico
(centrosinistra) e ad una strategia avvolgente (patto sociale) funzionali a
prevenire e disinnescare quelle potenzialità. Il primo compito
dell'opposizione comunista è allora quello di lavorare a ricostruire nel
movimento operaio e tra le masse la consapevolezza e fiducia nelle proprie
possibilità di resistenza e controffensiva verso le politiche dominanti,
contrastando le vaste tendenze, oggi dominanti, alla demoralizzazione e al
ripiegamento passivo.
Al tempo stesso l'esperienza ci mostra che un movimento di massa non decolla
per decisione di partito, ma si innesca nella concretezza imprevedibile
dello scontro sociale e politico di classe.
La funzione del PRC non è allora quella di invocare il movimento o di
illudersi di surrogarlo con proprie iniziative di partito. Ma è quella di
lavorare pazientemente e capillarmente tra le masse per favorire le
condizioni di innesco di un'ampia radicalizzazione sociale nel segno della
ricomposizione di un blocco anticapitalistico.
E' essenziale a questo fine sviluppare l'inserimento attivo del nostro
partito in ogni ambito di massa, in ogni realtà di movimento, in ogni piega
di conflitto per quanto limitato e parziale possa essere, assumendoci la
responsabilità di nostre indicazioni e proposte in rapporto diretto con le
esigenze concrete di ogni settore del proletariato e delle masse oppresse.
Ma parallelamente abbiamo la necessità di lavorare in una logica unificante
tesa a ricomporre l'unità di lotta dei diversi soggetti del blocco sociale
alternativo contro i processi di arretramento e disgregazione.
Per una vertenza generale del mondo del lavoro e dei disoccupati
Sotto questo profilo è necessario che il nostro Partito avanzi una sua
proposta rivendicativa di fase per la ricomposizione del blocco sociale.
Questa proposta non può essere la somma astratta degli obiettivi
programmatici del partito, né può ridursi alla pur giusta rivendicazione
delle 35 ore. Deve invece rispondere alla complessa articolazione del blocco
alternativo e all'esigenza di una sua riunificazione oggi: la riunificazione
del lavoratore che pratica lo straordinario, del lavoratore precario e
flessibile, del disoccupato e del giovane senza lavoro.
Questa esigenza di unificazione non passa per l'affidamento a una pura
logica sindacale e categoriale. E non è realizzabile nel rispetto delle
compatibilità del capitalismo in crisi e del "patto di stabilità". Passa
invece per lo sviluppo di una vertenza generale del mondo del lavoro, dei
giovani e dei disoccupati attorno a una piattaforma comune basata
interamente sulle esigenze delle classi subalterne. Nell'attuale situazione,
solo una vertenza generale su una piattaforma comune, può unire le forze
esistenti, sottrarle alla dinamica di frantumazione e sconfitta in ordine
sparso, innescare una ripresa reale di mobilitazione e ricomposizione del
fronte alternativo. Il PRC può e deve dunque avanzare apertamente questa
proposta accompagnandola con gli obiettivi seguenti:
- la riduzione immediata e generalizzata dell'orario di lavoro a parità di
salario a 35 ore settimanali, senza flessibilità ed annualizzazione, senza
finanziamento ai padroni e a spese dei profitti, con una drastica
limitazione del lavoro straordinario;
- la trasformazione di tutti i contratti atipici e particolari in contratti
a tempo pieno e indeterminato;
- un reale recupero salariale attraverso un significativo aumento uguale per
tutti;
- un dignitoso salario sociale garantito ai disoccupati;
- il riconoscimento e l'estensione dei diritti sindacali a tutti i
lavoratori subordinati, indipendentemente dal tipo di contratto e dalla
dimensione dell'impresa.
Questa piattaforma naturalmente, può e deve essere articolata in forme
diverse nei diversi luoghi sociali di intervento. Ma può costituire il punto
di riferimento unificante per il lavoro di massa del partito nei movimenti
di lotta, nelle organizzazioni di massa, sul territorio superando in avanti
le frequenti tendenze settorialiste o localiste. Indipendentemente dai
risultati immediati questo lavoro di massa per la vertenza generale, può
rappresentare un lavoro preparatorio prezioso per lo sviluppo e
l'orientamento del movimento futuro.
Per un'unione nazionale dei disoccupati, per il salario sociale
E' importante un intervento finalizzato del partito nell'attuale movimento
dei disoccupati, oggi frammentato e diviso. Va superata anche qui una logica
di puro sostegno e solidarietà, o di mediazione tra movimento e istituzioni.
Il PRC deve avanzare proposte precise di costruzione e indirizzo di un
movimento unitario dei disoccupati come soggetto vertenziale e di lotta
contro il governo.
Intanto è essenziale una proposta di unificazione organizzativa dei
disoccupati con la prospettiva di un'unione nazionale democraticamente
costituita e rappresentativa. Un'assemblea nazionale a Napoli delle
strutture e dei comitati dei disoccupati, opportunamente preparata e
costruita, può essere un primo passo in questa direzione.
In secondo luogo è essenziale la proposta rivendicativa. Una particolare
rilevanza assume in questo ambito la rivendicazione del salario sociale per
i disoccupati in cerca di lavoro, come terreno unificante di mobilitazione e
di lotta a partire dal Mezzogiorno. Il PRC è chiamato a superare le sue
attuali preclusioni verso questa indicazione fondamentale.
E' sbagliato contrapporre la rivendicazione del lavoro e della riduzione
d'orario all'obiettivo del salario sociale, riducendo quest'ultimo alla
rivendicazione di alcune agevolazioni particolari. Né si può rivendicare il
cosidetto "lavoro minimo garantito" senza subordinarsi di fatto alle
tendenze attuali di precarizzazione. Questa impostazione va rettificata a
fondo. Nel mentre lottano per distribuire fra tutti lavoro esistente, nel
mentre rivendicano il diritto al lavoro in funzione di bisogni sociali e
quindi lotte e vertenze per assunzioni finalizzate, i comunisti possono e
debbono rivendicare l'immediato diritto alla vita per coloro che cercano un
lavoro. E' questa una rivendicazione alternativa non al lavoro, ma al lavoro
precario, alle gabbie salariali, alla flessibilità come leva di ricatto
verso i lavoratori occupati e come negazione dei diritti per i giovani
disoccupati. E' una rivendicazione storica dei comunisti nelle epoche di
crisi, funzionale ad organizzare e mobilitare i disoccupati, a sottrarli
alle pressioni padronali, alla degradazione sociale e alla criminalità, a
rafforzare la loro unità con i lavoratori e quindi la stessa lotta per il
lavoro. E' infine una rivendicazione di indipendenza del movimento operaio
dalle compatibilità del capitale perché entra nella duplice contraddizione
di una crisi senza sviluppo e di uno sviluppo senza occupazione.
Nell'attuale situazione italiana ed in particolare nel Sud questa richiesta
può produrre importanti contraddizioni nello stesso blocco sociale
reazionario a tutto vantaggio del movimento operaio e della lotta per
l'egemonia sulle grandi masse del Mezzogiorno.
Per una coerente rifondazione sindacale
La ricollocazione del partito all'opposizione deve combinarsi con una svolta
profonda della nostra politica sindacale.
Essenziale è innanzitutto un giudizio di fondo, chiaro e inequivoco, sulla
natura delle burocrazie sindacali, quali vere e proprie agenzie della classe
dominante all'interno del movimento operaio. La politica di concertazione
dei gruppi dirigenti confederali e segnatamente della CGIL non rappresenta
semplicemente una "politica sbagliata" o un "errore burocratico", per
quanto
gravi. Riflette la natura profonda degli apparati burocratici del sindacato:
un "ceto politico", e una corrispondente struttura tramite i quali il grande
capitale esercita e perpetua il suo dominio di classe.
Il primo dovere del nostro partito è quindi quello di superare l'ottica sino
ad ora perseguita di "spostare a sinistra l'asse della CGIL". All'opposto il
PRC è chiamato ad assumere come nuovo asse della propria politica sindacale
una lotta aperta per cacciare la burocrazia dal movimento sindacale, a
partire da un giudizio di "irriformabilità" delle strutture.
Ciò non esclude il lavoro dei comunisti nelle organizzazioni tradizionali e
segnatamente nella CGIL. Ma certo implica il completo abbandono di ogni
logica di pressione, fosse pure radicale, sulle burocrazie dirigenti, e lo
sviluppo di un'aperta opposizione di classe capace di sfidare le "regole"
dell'apparato sindacale e di configurarsi come riferimento autonomo per
l'insieme dei lavoratori/lavoratrici.
Sotto questo profilo, si impone un bilancio onesto dell'obiettivo
fallimento, in seno alla CGIL, sia dell'esperienza dell'Area programmatica
dei comunisti, sia di Alternativa sindacale.
La prima ha costituito un tentativo verticistico di approntare una pura
cinghia di trasmissione del PRC in CGIL, subordinata in particolare alle
mutevoli scelte del gruppo dirigente del partito e alle sue esigenze
tattiche nella negoziazione di governo: il sostegno attivo dell'Area
Programmatica alle finanziarie del governo Prodi ne è stato un riflesso.
Ma anche il gruppo dirigente di Alternativa sindacale non ha avanzato
realmente un'alternativa di classe alla politica della burocrazia: si è
invece chiusa in una logica di pressione, come "minoranza congressuale"
sulla base di un approccio sostanzialmente riformista allo scontro sociale
in atto: un approccio che trova oggi un riflesso nell'adesione al programma
del cosiddetto "Forum antiliberista", basato su un'impostazione
neokeynesiana, oggi accettata purtroppo da un'area vasta del sindacalismo di
classe. Le gravi scelte sul terreno politico e di partito del gruppo
dirigente di Alternativa sindacale non possono quindi essere viste come
fatti contingenti ma sono, in definitiva, il frutto della sua linea
politico-sindacale complessiva e dell'adattamento alla pressione
dell'ambiente burocratico, che contiene il rischio di un'ulteriore
involuzione.
Da questo bilancio emerge la necessità e l'urgenza di una nostra svolta
nell'azione sindacale.
In CGIL è necessario lavorare allo sviluppo di un'area coerentemente e
radicalmente classista, basata sui militanti comunisti ma aperta
all'aggregazione di altri settori indipendenti, che si candidi all'egemonia
sull'insieme della sinistra della confederazione, e si basi su un programma
d'azione antiburocratico e anticapitalistico in aperta opposizione ai gruppi
dirigenti: questa ricomposizione classista non può continuare ad essere
paralizzata da una logica di "attesa" della sinistra FIOM (Cremaschi), ossia
dell'ala sinistra della burocrazia sindacale, se non al prezzo di gravissimi
guasti.
Parallelamente il PRC deve lavorare ad un collegamento costante,
nell'azione, tra questa sinistra rifondata della CGIL e i compagni/e
comunisti/e che sviluppano la propria azione nel sindacalismo
extraconfederale: un sindacalismo che configura, com'è ovvio, un quadro
d'intervento più avanzato sul terreno degli obiettivi politico-sindacali e
che, tuttavia, su basi diverse, è anch'esso segnato da limiti reali, ben
oltre il suo limite di influenza: quali, ad esempio, la tendenza cronica
alla frammentazione.
Il PRC non può illudersi di superare "per decreto" l'attuale dislocazione
dei militanti comunisti in diverse organizzazioni sindacali: è questa una
realtà sancita e "legittimata" sia dall'obiettiva complessità della
questione sindacale, sia dalla concreta vicenda del sindacalismo italiano, e
che solo lo sviluppo della lotta di classe e l'esperienza della lotta
antiburocratica potrà consentire di superare in avanti.
Il PRC può e deve invece, da subito, indicare l'asse generale di proposta e
le basi programmatiche che debbono unire i militanti sindacali comunisti,
siano essi collocati nel sindacato confederale o nella sinistra
extraconfederale.
L'asse generale che il IV Congresso avanza è la proposta della "costituente
di un sindacato classista, unitario, confederale, democratico e di massa".
Con questa indicazione i comunisti si rivolgono all'insieme dei lavoratori e
delle lavoratrici perché si uniscano, sulle basi più larghe, in una
confederazione sindacale unitaria, fondata sulla democrazia dei lavoratori e
sulla difesa dei loro autonomi interessi, in rottura con le attuali
burocrazie dirigenti. Significa avanzare la prospettiva di una unità dal
basso, a partire da assemblee unitarie di iscritti (e non) nei luoghi di
lavoro. Significa contrapporre la prospettiva dell'unità dal basso a ipotesi
di ricomposizione burocratica dall'alto del movimento sindacale su basi
ancor più subalterne.
Le forme di articolazione di questa proposta generale potranno variare in
rapporto allo sviluppo concreto della situazione. Ma essa assume come
riferimento centrale la lotta dei comunisti per l'egemonia sulle masse
politicamente e sindacalmente attive: fuori sia da una logica di
autoghettizzazione su basi puramente sindacalistiche, sia da una logica di
subalternità agli attuali apparati sindacali.
In questa prospettiva di lavoro comune è necessario un coordinamento dei
militanti sindacali comunisti al di là delle diverse appartenenze di sigla.
Un coordinamento che deve porsi da ora come ambito unificante del nostro
dibattito sindacale, ai vari livelli territoriali e nei diversi settori.
Parallelamente, sulla base della proposta della "costituente", dobbiamo
lavorare al raggruppamento unitario di un settore più largo, che vada al di
là dei soli militanti comunisti, costruendo, nei luoghi di lavoro, ove
possibile, "comitati per la rifondazione sindacale", che coinvolgano
attivisti sindacali di diversa appartenenza, e cerchino di configurarsi come
punto di riferimento per l'azione antipadronale e antiburocratica.
E' altresì importante che il PRC lavori al rilancio del movimento dei
delegati RSU, tanto più a fronte dell'ampliamento di questa struttura. Su
questo terreno va superato il passato atteggiamento di distacco del nostro
partito e le incomprensioni prodottesi. Non si tratta naturalmente di negare
gli attuali limiti politico-organizzativi del movimento delle RSU, si tratta
invece di lavorare a superarli entro un'azione di rilancio in avanti del
movimento. Un coordinamento permanente della sinistra larga degli eletti/e
nelle RSU su un programma immediato di natura classista può essere, in
questo quadro, uno strumento importante di lotta antiburocratica e per il
rilancio del movimento di massa.
Infine, pur considerando centrale la lotta nelle organizzazioni sindacali, i
comunisti debbono evitare qualsiasi tipo di formalismo. In particolare, nei
momenti di ascesa della lotta, sia generali che particolari, è decisivo
lavorare allo sviluppo di forme di autorganizzazione di massa, sia nella
forma di comitati di lotta, sia nella forma ben più elevata di strutture
elette e controllate democraticamente (comitati di sciopero, consigli). E'
in definitiva in queste strutture, più che nelle organizzazioni sindacali,
che si giocherà la battaglia dei comunisti per la conquista della
maggioranza.