
INTERVENTI DEL COMPAGNO
MARCO FERRANDO
ottobre 1998
Dichiarazione di Marco Ferrando, Franco Grisolia, Francesco Ricci
della Direzione nazionale del PRC
PER UNA SVOLTA STRATEGICA NELLA POLITICA DEL PRC
Il nostro partito ha finalmente ritirato la fiducia al governo Prodi, con la conseguente apertura dell'attuale crisi politica.
Ci pare evidente, a partire dalle più elementari considerazioni di classe, che debba essere respinta senza alcun tentennamento una Finanziaria basata su nuovi tagli a Enti locali, Sanità, Ferrovie, Poste; su nuove privatizzazioni strategiche in ambito produttivo e bancario; su nuovi consistenti incentivi al profitto d'azienda.
In considerazione di ciò è evidente che chi scelto di violare le decisioni democraticamente espresse dal CPN del 3-4 ottobre e addirittura di operare una scissione del partito votando la fiducia al governo sulla base del sostegno al progetto di legge Finanziaria, non solo ha compiuto un atto grave contro il PRC ma si è posto su un terreno di collaborazione di classe.
Tuttavia non si può non ricordare che l'attuale progetto di legge Finanziaria non fa che proseguire le due precedenti.
Quelle finanziarie per il '97 e il '98 che oggi tutti definiscono di "lacrime e sangue", che hanno ancor più di quanto previsto dall'attuale colpito in maniera pesantissima l'occupazione, lo stato sociale, il reddito reale delle masse popolari, a tutto vantaggio dell'aumento dei profitti.
Con il risultato che, dopo due anni e mezzo di governo del centrosinistra, i poveri sono più poveri e i ricchi più ricchi, la disoccupazione è aumentata e con essa anche il lavoro precario.
Il tutto in un quadro di sostanziale pace sociale, garantito al
grande capitale proprio dalla presenza della "sinistra" al governo.
Si tratta di fatti ormai evidenti a tutti.
Purtroppo questo attacco antioperaio e antipopolare del governo si è appoggiato anche sul sostegno del nostro partito e dell'insieme del suo gruppo dirigente di maggioranza (Cossutta ma anche Bertinotti, Ferrero, ecc.).
E' quindi responsabilità di tutto il gruppo dirigente espressione della maggioranza del III Congresso del nostro partito se la classe operaia si è trovata nei fatti priva di una vera rappresentanza politica.
Dov'era infatti la nostra autonomia, non diciamo come partito comunista (cioè costruttore di un progetto reale per "abolire lo stato di cose presenti"), ma più elementarmente come partito di classe quando votavamo il
"pacchetto Treu", strumento fondamentale per dividere la classe e precarizzare i giovani, i settori più deboli e il Sud?
Quando votavamo la modifica delle aliquote fiscali in modo che i ricchi pagassero di meno e i poveri di più? Quando votavamo per una legge razzista sull'immigrazione che ha portato alla vergogna dei centri di accoglienza-lager? Quando votavamo, nell'ambito delle finanziarie "lacrime e sangue", per il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego e nella Sanità, contribuendo con ciò all'aumento della disoccupazione?
Ora ci viene detto dal compagno segretario che dopo il tempo dei sacrifici ci aspettavamo venisse il tempo delle riforme.
La classica politica dei due tempi. Non sapevamo forse che questa politica ha sempre fallito? il secondo tempo non arriva mai.
Peraltro, la politica che abbiamo sviluppato in questi due anni non ci è mai stata presentata in tale maniera. Anzi, arrampicandosi sugli specchi e distorcendo la realtà si è cercato di presentare la situazione in termini rosei, come se stessimo realizzando dei risultati significativi.
Così "Liberazione", riferendosi alla più pesante delle Finanziarie, quella per il '97 (votata nell'autunno del '96) titolò: "Una Finanziaria di svolta" (e anche nel documento congressuale di maggioranza si parlava di "elementi di svolta"). E gli esempi potrebbero continuare.
Oggi, finalmente, si arriva alla rottura col governo, ma non c'è un solo elemento di bilancio critico della politica seguita in questi due anni.
Al contrario, il documento presentato all'ultimo CPN dai compagni Bertinotti, Ferrero, Mascia, Giordano, Grassi e Crippa rivendica pienamente la politica passata. Riteniamo ciò sbagliato e inaccettabile.
Intanto perché, a differenza che per i partiti borghesi, per un partito di classe, trarre il bilancio della propria politica passata, e conseguentemente dei gruppi dirigenti che l'hanno portata avanti, è un dovere politico e morale.
Altrimenti torneremmo al metodo utilizzato nei periodi peggiori della storia del movimento operaio, quando era legge che i gruppi dirigenti fossero infallibili, insindacabili e inamovibili, e il partito da strumento
indispensabile per la lotta rivoluzionaria
-- secondo la tradizione leninista --
si trasformava in fine in sé, a tutto vantaggio di un ceto burocratico dirigente. Ma soprattutto fare il bilancio del passato è essenziale per sviluppare coerentemente la nostra battaglia nel futuro.
Sarebbe errato risolvere il problema imputando il fallimento a cui il partito è andato incontro a ingenuità o incomprensione di una segreteria che avrebbe atteso realmente un "secondo tempo" di riforme.
C'è ben più di questo. Ciò che è fallito clamorosamente è stata una strategia politica complessiva.
Quella del "compromesso sociale dinamico riformatore", asse delle posizioni sostenute dai compagni Bertinotti, Cossutta e Ferrero al III Congresso del partito. E' fallita cioè l'illusione riformista di poter, di fronte alla crisi sociale, trovare un terreno di mediazione con i settori cosiddetti "più avanzati" della grande borghesia e con la loro rappresentanza politica.
Ed è fallita, come avevamo cercato di indicare, con grave danno per il nostro partito.
Ciò che è più negativo è che questa strategia ci viene oggi riproposta dal compagno Bertinotti e dalla segreteria del partito, dando alle nostre scelte il senso non di una svolta strategica, ma di una "svolticchia" tattica, finalizzata a ricreare domani, possibilmente con migliori rapporti
contrattuali, un nuovo accordo col centrosinistra borghese.
Questo è il senso delle ipotesi indicate: l'"opposizione costruttiva", gli "equilibri più avanzati", un accordo sul nome di un candidato del centrosinistra alla presidenza della Repubblica, o anche su quello di Massimo D'Alema come presidente del Consiglio di una rinnovata coalizione tra l'Ulivo e il nostro partito (senza riguardo al carattere di classe di questa ipotesi di governo).
Il tutto in un orizzonte strategico il cui punto di riferimento di fase diventa il governo Jospin. Dimenticando di fare i conti, al di là della propaganda, con la realtà effettiva della politica di quel governo: finanziamenti alle imprese private, tagli allo Stato sociale, privatizzazioni, flessibilità lavorativa, salario d'ingresso per i giovani, ecc.
Una realtà che ha già comportato un disincanto in significativi settori sociali (e che oggi si manifesta anche con le lotte degli studenti).
Ciò si è già espresso anche con un vistoso calo elettorale nelle elezioni regionali della primavera '98 in cui la "gauche plurielle", cioè l'insieme del PS, PCF, Verdi e altre forze che sostengono il governo, ha perso 6 punti percentuali passando dal 42 al 36%.
Fortunatamente, una parte dei voti persi sono andati alla estrema sinistra rivoluzionaria che ha superato il 5% dei
voti, con un forte successo (oltre il 4% nazionale, pur non essendo presente in tutte le circoscrizioni) di una organizzazione
-- Lutte Ouvriere (trotskista) --
che fin dall'inizio ha dichiarato di situarsi sul terreno non solo della critica, ma della opposizione di classe al governo Jospin.
Ciononostante, la politica di Jospin rimane il nostro punto di riferimento.
Cioè al posto del neoliberismo travestito da neoliberismo temperato del governo Prodi (cui ci siamo subordinati per due anni), il neoliberismo temperato travestito da neokeynesismo moderato di Jospin e Schroeder.
Ma col comunismo e gli interessi di classe del proletariato tutto ciò, ovviamente, non ha niente a che vedere.
Ecco perché -- pur salutando il ritiro della fiducia al governo, da noi richiesto da sempre, come un fatto positivo -- ribadiamo, nel contempo, il perdurare della nostra opposizione -- nel dibattito interno -- nei confronti della linea strategica e tattica di matrice riformista del compagno
Bertinotti e della segreteria.
Lo facciamo con compagni e compagne di diversa tradizione ed esperienza (per esempio sono numerosi tra i 24 compagni/e che nell'ultimo CPN hanno votato per il documento da noi presentato coloro che prima della nascita del nostro partito militavano nel PCI), compresi compagni e compagne che allo scorso congresso avevano ritenuto corretto appoggiare la mozione di maggioranza e che successivamente hanno compreso che quella linea è sbagliata e porta il partito lontano dal comunismo.
Riteniamo che l'unica strada possibile per il nostro partito sia quella di una vera svolta strategica.
Il PRC deve comprendere che -- a maggior ragione di fronte alla attuale crisi sociale del capitalismo -- occorre mantenere la completa indipendenza del movimento operaio nei confronti di tutte le forze politiche e i governi borghesi.
Che la risposta di classe all'offensiva capitalistica non può basarsi sulle utopiche ipotesi di politiche di "pressione" e "compromessi" con la borghesia, ma sul terreno dello sviluppo dei movimenti di massa come unico elemento capace di ottenere risultati, oggi difensivi e domani offensivi, nello scontro contro il capitale.
E' necessario comprendere che il ruolo del partito comunista deve essere appunto quello di organizzare e dirigere la mobilitazione di massa collegandola ad un progetto di trasformazione delle società per mezzo di programma di obiettivi che indichino soluzioni concrete -- per il
proletariato e le masse oppresse -- alla attuale crisi; soluzioni che non possono che situarsi su un terreno anticapitalistico.
E' con questa logica, tra l'altro, che si può individuare la via positiva per affrontare il problema, reale, del rapporto con la base popolare dell'Ulivo e con i militanti del PDS e dei Verdi; non certo su quello delle intese politicistiche con Massimo D'Alema.
Solo col metodo suindicato pensiamo possibile riprendere la strada della costruzione di un progetto comunista degno di questo nome.
E' certo una strada difficile, ma è l'unica possibile.
La strategia alternativa, l'utopia riformista della linea dello scorso congresso che oggi ci viene riproposta dal compagno Bertinotti, ha già dimostrato nei fatti il suo fallimento.
E' su questi temi che noi riteniamo dovrà svolgersi il confronto nel prossimo congresso, un congresso di chiarezza e verità, in cui noi riproporremo la nostra proposta, forti del bilancio dell'esperienza e nella convinzione che solo con la svolta strategica ipotizzata il nostro Partito potrà finalmente uscire dalla crisi in cui lo ha condotto il fallimento della linea politica della maggioranza e aprire un vero processo di rifondazione del comunismo nel nostro Paese.